San Giuliano e Costamagna?
Per favore, lasciamoli perdere

Basta coi campanilismi paesani. Contestazione del capoluogo di provincia? Roba vecchia, le Province saranno abolite
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

In attesa di grandi fatti che consentano all’Italia di uscire dal dramma della crisi economica, può funzionare da conforto, distrazione o passatempo  rifugiarsi nelle grandi parole, quelle che per il loro clamore vanno a occupare i primi posti della cronaca quotidiana. Ecco dunque la polemica, non sui fatti ma di sole parole, fra Ivo Costamagna, presidente del consiglio comunale di Civitanova, e Romano Carancini, sindaco di Macerata, a proposito, secondo Costamagna, delle “magnifiche sorti e progressive” di Civitanova, rispetto alle quali le sorti di Macerata sarebbero assai meno magnifiche e assai meno progressive, e Macerata, sempre secondo lui, se ne dovrebbe quasi vergognare.
Questa, molto in sintesi, la sostanza  (ahimé, la sostanza?) della cosa.  Se n’è parlato parecchio, negli ultimi giorni, ma credo sia utile un rapido riassunto dei fatti (pardon, delle parole). L’occasione, per Costamagna, è stata l’ebbrezza che lui ha provato all’inaugurazione del cosiddetto “Cuore Adriatico”, un grande centro commerciale di cui Civitanova, forse, non aveva un pressante bisogno vista la presenza, in città, di altre e numerose imprese del genere, ma questo è un giudizio che non mi compete e che lascio volentieri ai civitanovesi (pure Macerata, del resto, è piena di supermercati, come lo è mezza Italia, e vien da riflettere sia sul paradosso per cui diminuiscono i consumi ma aumenta la roba da consumare, sia sulla un po’ misteriosa provenienza delle risorse impiegate in tali realizzazioni).

L'inaugurazione del Cuore dell'Adriatico (clicca sull'immagine per guardare il video)

L’inaugurazione del Cuore dell’Adriatico (clicca sull’immagine per guardare il video)

 

Ivo Costamagna, presidente del Consiglio comunale di Civitanova, durante l'inaugurazione

Ivo Costamagna, presidente del Consiglio comunale di Civitanova, durante l’inaugurazione

Quello stato di euforia, dunque, ha indotto Costamagna ad annunciare l’inaugurazione, il prossimo 31 agosto, del Palasport nel quale sarà ospitata la Lube, che da “Lube Macerata” diventerà “Lube Civitanova”, e a sfoderare una battuta che sia pure addolcita da un pizzico d’ironia è suonata irridente verso Macerata. Ed ecco il senso autentico di tale battuta: il 31 agosto Civitanova crea un’importante opera pubblica e Macerata celebra San Giuliano. Come dire: noi facciamo cose concrete e voi vi trastullate con le processioni.
Sappiamo che la vicenda  Lube continua ad essere, per il Comune di Macerata, un nervo scoperto, ma è evidente che nell’improvvida uscita di  Costamagna c’era qualcosa di denigratorio e bene ha fatto Carancini a reagire se non altro per un moto di legittimo orgoglio civico. Ma in che maniera ha reagito? Troppo seriamente, forse, parlando di “scherno all’identità, al valore religioso e alla partecipazione popolare dei maceratesi”. Nei suoi panni avrei scelto un tono più adatto alla pochezza delle parole di Costamagna, usando, ben più di lui, l’arma dell’ironia, se non altro per dimostrare che fra le due posizioni c’è un abisso culturale e personale. Rispondergli? D’accordo. Ma al tempo stesso ignorandolo.
E la cosa sarebbe potuta finire lì, se Costamagna non avesse compiuto un passo ulteriore – una indebita invasione di campo – denunciando la “inerzia amministrativa” del Comune di Macerata e accusando Carancini di essere più inadeguato dei sindaci che l’hanno preceduto. Ma allora non era, la sua, una semplice battuta. E allora gatta ci cova. E qual è la gatta che ci cova?  Una radicale e viscerale insofferenza da parte di alcuni o molti civitanovesi rispetto alla circostanza che Macerata sia il capoluogo della provincia e che Civitanova debba accettare, nei confronti di Macerata, un ruolo di secondo piano. La qual cosa, per loro, grida vendetta al cospetto di Dio: “Noi non siamo affatto inferiori. Anzi, siamo superiori!”

Il sindaco Romano Carancini durante l'inaugurazione di Palazzo Buonaccorsi

Il sindaco di Macerata Romano Carancini durante l’inaugurazione di Palazzo Buonaccorsi

Questa gatta, signori, è parecchio che cova.  Non a caso, commentando il  battesimo di quell’ imponente centro commerciale, alcune autorevoli voci  locali hanno parlato di Civitanova come “baricentro” della provincia (trecentomila anime da Visso, Camerino e Serravalle fino all’Adriatico) e insomma di un nuovo capoluogo. E non a caso, quando l’università di Macerata trasferì a Civitanova la sede del corso di laurea in mediazione linguistica, sempre in loco si parlò di “nostro ateneo” (sic!). E non a caso, anni fa,  scoppiò la battaglia civitanovese contro la segnaletica autostradale in cui “Macerata” figurava più in grande di “Civitanova”, una battaglia di mera facciata nel profondo della quale, però, c’era, ancora e sempre, la contestazione del ruolo di capoluogo attribuito a Macerata. Siamo alla vigilia di un referendum popolare che come nel Veneto proclami la secessione di Civitanova da Macerata? Sto scherzando, ovviamente, ma è proprio questa la gatta che cova nelle parole di Ivo Costamagna.
Ridicolo, un tale complesso d’inferiorità. E ridicola, la voglia di riscatto che ne consegue. Vero è che nel 1971 Civitanova aveva circa 26 mila abitanti e adesso ne ha 40.500, con un impressionante salto in avanti  che dimostra la vitalità della sua comunità. Vero è che Macerata ne aveva  41.600 e adesso è pressappoco rimasta al palo, con un’altalenante crescita di appena duemila persone. Soprattutto vero è che le stimmate caratteriali delle due popolazioni sono diverse: a Macerata prevalgono la prudenza, il fatalismo, il senso oculato della vita che provengono dai valori della civiltà contadina (proprietaria o dipendente non fa differenza), mentre a Civitanova spiccano il coraggio, la baldanza, l’accettazione del rischio in cui si riflettono i valori della civiltà del mare (“Il mare ha sempre vent’anni”, mi diceva un amico pescatore per significare che ogni giorno, per lui, era una sfida).
Conseguenze a livello socioeconomico? Più equilibrio e più compattezza, a Macerata, fra i ceti popolari, un maggior affidarsi al ruolo comunitario del “pubblico” rispetto a quello più individualistico del “privato”. Forse non si “vola alto”, a Macerata, e magari saltano fuori un tunnel senza capo né coda e un palazzetto dello sport che è poco più di una palestra. Ma volare con gli occhi attenti alla terra – il cosiddetto passo secondo la gamba – comporta pur sempre il vantaggio di non essere impallinati dalle implacabili doppiette della storia. A Civitanova, invece, il volo è a quote più alte, le ali sono quelle, più individuali che collettive, dell’iniziativa, dell’impresa, di un intravisto, sognato e perseguito progresso. Sono due diverse “filosofie” d’intendere la vita, entrambe espressione della natura umana. Che senso hanno le dispute per stabilire quale sia la migliore? Nessuno. Nel caso di Costamagna, per esempio, sono frutto di un antistorico campanilismo paesano. E ben lo sanno gli stessi imprenditori civitanovesi, che debbono confrontarsi col  mondo globalizzato  e non certo, figuriamoci, con Macerata.
Ci sono dei prezzi che le due città debbono pagare? Certamente sì. Civitanova il prezzo dell’impatto quotidiano col fluttuante andamento dell’economia internazionale (non è forse vero che alcune aziende vacillano per effetto della crisi?) e quello dipendente dalla sua forte mobilità, o frazionamento, sociale, un prezzo che si traduce in meno sicurezza per i cittadini, meno legalità, più diffusione della droga. Macerata, invece, ama il quieto vivere – è un prezzo anche questo, in tempi che quieti non sono  – e per sua atavica indole  lascia che la propria storia gliela facciano gli altri, affidandosi alla stabilità (finché dura) occupazionale delle pubbliche istituzioni e cullandosi sulla straordinaria ma purtroppo insidiata bellezza del suo centro storico, senza preoccuparsi del rischio di essere scavalcata, lei un po’ ferma, dal rapido procedere di tutto ciò che avanza su scala planetaria. Più sicurezza, però, e più compattezza o continuità in quanto a rappresentanza politica (non è singolare che negli anni sessanta sindaco di Civitanova divenne il senatore maceratese Rodolfo Tambroni?).
Considerando tutto questo, la contestazione del capoluogo di provincia diventa a mio avviso risibile. Macerata non lo è diventata per un destino cinico e baro o per un complotto di Angela Merkel, ma per una molteplicità di ragioni storiche riguardanti la sua collocazione territoriale e il suo plurisecolare prestigio istituzionale, culturale e un tempo anche economico (quest’ultimo, ora, non più, ma il passaggio, a metà Novecento, dall’agricoltura all’industria manifatturiera è stato un evento epocale e non attribuibile né a colpe di Macerata né a meriti di Civitanova). E adesso? Non sappiamo ancora che fine faranno le Province, ma una fine la faranno di sicuro. E vogliamo metterci a litigare su questo all’insegna di miseri campanilismi vecchia maniera che davvero, oggi, non hanno alcun senso? Civitanova è più ricca di Macerata? Beata lei, anche se non appare dalle statistiche fiscali. Macerata è più “sicura” di Civitanova? Beata lei, anche se il futuro è gravido di incognite. E allora? Procedano insieme. E se sono diverse, ciò significa che non c’è concorrenza. Lube, San Giuliano, Ivo Costamagna? Lasciamoli perdere, per favore. C’è ben altro di serio a cui pensare.

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