Il provvidenziale errore
dei ladri al museo di Visso

I ventisette manoscritti di Leopardi, le ipotesi sull’attuale valore economico, l’importanza, anche nel 1868, delle amicizie con e fra politici
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Mentre nuove imprese ladresche hanno colpito musei (l’archeologico “Finaguerra” di Matelica) e chiese (la “Santa Maria” a Camerino) e vien da chiedersi se non si tratti di un’unica banda che opera nell’Alto Maceratese con una sorta di perverso amore per le antiche testimonianze dell’arte, continuano le indagini sul furto che i soliti ignoti hanno compiuto nella trecentesca chiesa di Sant’Agostino a Visso (leggi l’articolo), dove, in quel museo civico-diocesano, si trovano, a centinaia, cose preziose, fra cui arredi liturgici, tele, tavole e sculture (stupenda la lignea Madonna col Bambino di Macereto). Una vicenda, questa, che ha dato luogo a due notizie di segno diverso, una cattiva e una buona.
La notizia cattiva è ovviamente che i ladri si son portati via, in pieno giorno, oggetti d’argento valutabili alcune migliaia di euro e ciò ha messo in luce il problema delle inadeguate misure di sicurezza esistenti nei luoghi montani a protezione di tesori  la cui importanza storica e culturale va ben oltre i confini del loro territorio.  Ma c’è stata anche una notizia buona, giacché quei malandrini non hanno trafugato – e non gli sarebbe stato difficile – il fiore all’occhiello del museo:  i ventisette manoscritti originali di Giacomo Leopardi che da oltre cent’anni  son conservati proprio lì e il cui valore è ritenuto quasi inestimabile. Tale notizia, inoltre, è diventata ancor più buona grazie all’eco suscitata sui media nazionali, il che ha giovato all’immagine non solo del museo  ma dellintera bellezza medievale e rinascimentale di Visso  – la Collegiata di Santa Maria, il Palazzo dei Governatori, il Palazzo dei Priori, il Santuario di Macereto, la citata Chiesa  di Sant’Agostino,tutta Piazza dei Martiri – stimolando così l’interesse di  possibili turisti italiani e stranieri. Sì, Visso merita un viaggio.
E adesso, proprio per il prevalere della notizia buona su quella cattiva, lasciatemi fantasticare intorno al comportamento di quei ladri di fronte alle teche contenenti le pagine leopardiane. Immagino dunque che  fossero tre: uno, Tizio, sottratto fin da bambino alla scuola dell’obbligo, uno, Caio, fermatosi alla seconda media, e uno, Sempronio, memore di trascorse e spiacevoli esperienze coi carabinieri. Dice Tizio: “Ma che sono questi fogliacci? Non ci servono nemmeno a incartare la refurtiva, troppo vecchi, si strapperebbero subito”. E Caio: “Leopardi? Un poeta di Recanati, mi pare. Ma che c’entra Visso con Recanati? Secondo me è roba falsa, non vale niente, meglio lasciarla stare dov’è, se cercassimo di  venderla  saremmo presi per scemi”. E Sempronio: “No, potrebbe essere autentica. E allora in guardia, è materiale che scotta. Tentare di smerciarlo? Attenzione, è protetto dalla legge. Con gli argenti si va sul sicuro, non sono riconoscibili. E invece la calligrafia dell’autore è come una firma. No, amici, il rischio è troppo alto, andiamo via”.
Probabilmente le cose non sono andate così, ma perché non pensarlo? Ragionevole, fra l’altro, l’opinione di Caio. Che diavolo c’entra Leopardi con Visso? Potrei capire Recanati, dove Giacomo nacque. E potrei capire Napoli, dove morì. Ma Visso? Lui non c’è mai stato, non c’è mai nemmeno passato e i suoi genitori, il conte Monaldo e la marchesa Adelaide, non avevano rapporti con le famiglie nobiliari delle valli montane. Insomma, perché proprio Visso?  La storia è lunga e la si conosce, ma vale la pena riassumerla, sia pure per sommi capi, con l’aggiunta di qualche piccolo e inedito particolare.
Vediamo anzitutto in che consistono quei manoscritti. Sono sei Idilli: i celeberrimi “L’Infinito” (“Sempre caro mi fu quest’ermo colle …”),  “La sera del dì di festa” (“Dolce e chiara è la notte e senza vento …”) e l’apparizione dell’amatissima e precocemente defunta Silvia ne “Il Sogno” (“Era il mattino e tra le chiuse imposte …”) , oltre allo “Spavento notturno”, “Alla luna” e “La vita solitaria”, tutti composti nel 1819, Giacomo ventunenne, tutti  in stesure non ancora definitive (nel penultimo verso de “L’Infinito” la parola “immensità” è sostituita dalla parola “infinità”, ma poi Leopardi ci ripensò), tutti sublimati dal ritmo struggente degli endecasillabi che da solo già tocca le vette della poesia. Poi cinque sonetti “In persona di Ser Pecora fiorentino Beccaio”, un “Commento alle rime di Petrarca”, la “Epistola al conte Carlo Piepoli” e quattordici lettere. Dunque una raccolta sostanziosa, già bastevole a dar prova dell’universale grandezza di quel genio.
Dove stava questo materiale, con Leopardi ancora vivo? L’aveva lasciato a Recanati e dopo la sua morte i familiari l’avevano ceduto non sappiamo a chi? Mistero. O se l’era portato con sé a Napoli, dove poi l’amico Antonio Ranieri – “Io non ti veggo più”, gli mormorò Giacomo con l’ultimo respiro – se n’era disfatto non sappiamo per quali vie? Mistero. Certo è che mentre la grandissima parte dei suoi manoscritti si trova alla Biblioteca nazionale di Napoli e in altre sedi pubbliche, questi ventisette appartenevano invece a un privato, l’emiliano e influente accademico della Crusca Prospero Viani, che nel 1868 si vide costretto a venderli per sopraggiunte difficoltà finanziarie (“Con grave dolore”, scrisse, “abbandono altrui queste preziose carte, e sarà solo in parte attenuato se passeranno nelle mani di chi le sappia pregiare e conservare”). In che modo li aveva avuti? Amicizie? Favori? Privilegi? Non lo sappiamo. Ma sappiamo in quali mani, sempre private, finirono. Mani, per l’appunto, di Visso.
Anche a quei tempi, par di capire, i rapporti extrapolitici – di “casta”, diremmo oggi – fra parlamentari contavano parecchio, tant’è vero che per trovare un buon acquirente (e ancora meglio, forse, se in una zona lontana dai clamori bolognesi e romani) Prospero Viani  si rivolse proprio a un politico di periferia, l’apirese Filippo Mariotti, deputato della circoscrizione di Camerino. Il quale Mariotti propose l’affare al collega Giovan Battista Gaola Antinori, eletto nella stessa circoscrizione e sindaco di Visso, che comprò quelle carte al prezzo di 400 lire, dopodiché le donò all’erigendo museo del proprio paese. Vi sono somiglianze con gli odierni costumi della politica e specialmente con le contaminazioni fra pubblico e privato? Alcune sì, come s’è visto. Ma non ce ne sono molte col successivo e nobile gesto della donazione, che oggi – si perdoni la malignità – sarebbe forse impensabile e depone a tutto merito di quel sindaco dell’Ottocento.
Un’ultima considerazione riguarda il valore economico. A quanti euro corrispondono le 400 lire del 1868? Prendendo spunto da un calcolo fatto su Internet dallo storico Leo Pieretti , a quei tempi lo stipendio medio di un impiegato statale era di circa 100 lire all’anno, mentre adesso si aggira sui 20.000 euro. Perciò i manoscritti furono pagati quattro volte più di quanto guadagnasse, allora, un impiegato statale. La qual cosa lascia supporre che il valore attuale potrebbe essere, all’incirca, di 80.000 euro. Ok, il prezzo è giusto? Mica tanto, secondo me, se pensiamo – ma il confronto col mercato dell’arte figurativa, lo ammetto, è improponibile – che a New York  una versione del più famoso quadro di Edvard  Munch è stata venduta a 120 milioni di dollari e un trittico di Francis Bacon a 142. Ma questo è un altro discorso. Si può comunque concludere che i ladri di Visso (Tizio per ignoranza, Caio per incredulità, Sempronio per paura) si sono, per nostra fortuna, sbagliati.



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