Povero Giacomo Leopardi
in balìa del “falso” di Cingoli

“L’infinito” sequestrato e per ora due indagati. Lo strano caso de “Lo sfinito” che sarà presto messo in commercio
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liuti giancarlodi Giancarlo Liuti

Sembra avviata a concludersi la vicenda del terzo manoscritto dell’Infinito che mesi fa era saltato fuori in quel di Cingoli, poi era stato dichiarato autentico da vari esperti di grafologia, inchiostri e datazione della carta, poi era stato messo all’asta, a Roma, per 150.000 euro, poi era stato ritirato nella speranza che fosse direttamente acquistato dalla Regione e adesso, dopo indagini dei carabinieri del nucleo a tutela del patrimonio artistico nazionale e una perizia della Soprintendenza archivistica del Lazio, la Procura di Macerata l’ha sequestrato e sta indagando per falso il proprietario, un cingolano, e il direttore della biblioteca comunale pure di Cingoli. Ma è molto probabile, per non dire sicuro, che ad essi se ne aggiungeranno altri, e mi riferisco a coloro, non pochi, che, sulla base di ottime credenziali scientifiche, ne avevano garantito l’autenticità. Tutto qui, per il momento. E aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso. Va tuttavia ricordato che in contrasto con la tesi sostenuta un po’ in fretta anche dagli ambienti universitari maceratesi – c’è stato addirittura un convegno dai toni piuttosto entusiastici – forti dubbi, in proposito, erano già stati espressi da Vanni Leopardi, custode delle memorie familiari di Giacomo, e, proprio su Cm, dalla studiosa Donatella Donati.
Ora il proprietario del manoscritto continua a farsi forza di quei pareri scientifici o parascientifici, è convinto dell’autenticità del testo e comunque si dichiara in perfetta buona fede. La verità vera, la verità assoluta, sta nell’alto dei cieli, e quella terrena non può essere che relativa, frutto di percorsi processuali a volte tortuosi lungo leggi, interpretazioni, testimonianze, perizie e scontri dialettici, ma è l’unica che ci è consentita e dobbiamo fidarcene. Ai nostri tempi, oltretutto, il valore della legalità appare in declino e dovunque ci sia l’occasione di raggranellare un po’ di soldi – non sto parlando di malviventi, intendiamoci, ma di persone ritenute degne di stima – non ci si pongono scrupoli. E’ questo il caso? Staremo a vedere. Triste è tuttavia che qui c’entri Giacomo. Ecco. Giacomo no, lasciamolo stare. La sua vita non fu felice e, per favore, non infliggiamogli la supplementare infelicità di esporlo a dispute di mercato. E allora? L’unica via d’uscita, forse, sta nell’ironia, cioè in quella visione del mondo fra il disincantato, il fatalistico e l’amaramente sarcastico della quale lo stesso Giacomo fu maestro. Dunque ironia. E allora vi svelo un segreto.
Tempo fa un tizio di cui non dico il nome mi diede un manoscritto che per la calligrafia, il tema, la struttura poetica, il ritmo degli endecasillabi e non pochi versi aveva un’impressionante assonanza con “L’Infinito” di Leopardi, tanto da apparire composto, al di là di ogni ragionevole dubbio, proprio da lui. E qui, per facilitare, nei lettori, il confronto, ritengo opportuno ripetere, parzialmente, il testo definitivo e ufficiale che si trova nella Biblioteca di Napoli. Titolo: “L’infinito”. E poi: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle / e questa siepe che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude, / ma sedendo e mirando interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura …”. E, più sotto: “… così tra questa / immensità s’annega il pensier mio / e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Il manoscritto di Leopardi sequestrato

Il manoscritto di Leopardi sequestrato

Ed ecco il testo in mio possesso. Titolo: “Lo sfinito”. E poi: “Sempre duro mi fu quest’ermo callo / e questa crosta che da tanta parte / dell’alluce di destra il moto esclude, / e sedendo e piangendo interminati / dolor venir da quello, e sovrumane / sferzate e profondissimi spasmi / io nel mio corpo sento; ove per poco / il cor non si spaura …”. E, più sotto: “… così tra questa / iniquità s’annega il pensier mio / e il naufragar m’è amaro in questo male”.
Potrete comprendere il mio sbalordimento, ma la calligrafia, ripeto, mi sembrava proprio quella di Giacomo e anche la carta appariva antica di oltre un secolo, per cui mi rivolsi per un parere agli stessi specialisti cui s’è rivolto il proprietario del manoscritto di Cingoli e la loro sentenza fu positiva: “Lo sfinito” era autentico e tale rimane. L’unica disputa riguardò la datazione, giacché alcuni docenti di storia la fecero risalire al 1816, tre anni prima del definitivo “Infinito”, quando un Giacomo tormentato da lancinanti dolori a un piede si abbandonò a versi così disperati titolandoli “Lo sfinito”, dopodiché, nel 1819, se ne guarì e compose il più solare “Infinito”, mentre altri docenti sostennero che nel 1819 Giacomo stava abbastanza bene e quel malanno all’alluce lo colpì tre anni dopo aver composto “L’Infinito”, ossia nel 1822. La divergenza di così alta cultura, tuttavia, fu secondaria, giacché il punto davvero importante era e rimane che “Lo sfinito” era ed è autentico.
E adesso? Come dovrei comportarmi? Approfittando della minor concorrenza derivante dall’inchiesta in corso sul manoscritto di Cingoli, ho deciso di contattare l’Università di Macerata proponendole un convegno in difesa dell’autenticità dello “Sfinito”, di far fare un’asta a Roma partendo da 150.000 euro, poi di ritirare il mio manoscritto e offrirlo direttamente alla Regione Marche. A quale prezzo? Beh, le cose sono cambiate e il mercato deve tenerne conto, per cui, basandomi sulla straordinarietà dell’evento, non scenderei al di sotto di euro 500.000. E il rischio di un’eventuale indagine della magistratura? Me ne frego. Certe cose vanno alla lunga e sfido chiunque a provare che io non sia in buona fede.

 



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