I prodigi della Beata Mattia
e il rispetto dovuto alla fede

Derisione? Sarcasmi? Non si disprezzi l’irrazionale che sta nel profondo di ogni essere umano e lo aiuta ad affrontare la vita
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

La Beata Mattia è tornata alla ribalta della cronaca per un ulteriore evento prodigioso che si sarebbe verificato, stavolta in forma di un intenso e soave profumo dal corpo apparentemente intatto che è custodito da settecento anni in una piccola chiesa attigua al monastero delle Clarisse di Matelica (leggi l’articolo). In precedenza, a maggio, c’era stato qualcosa di più impressionante: tracce di sangue sul dorso della mano sinistra e dei piedi, il che aveva richiamato a Matelica centinaia di fedeli da varie regioni d’Italia. Entrambi questi fenomeni – il sanguinamento e la profumazione – non sono affatto nuovi, essendosi ripetuti in un passato più o meno lontano con pause di circa cinquant’anni l’uno dall’altro. Di miracoli taumaturgici se ne cita soltanto uno, l’improvvisa guarigione, nel 1994, di un farmacista napoletano in fin di vita per un tumore. Con i suoi prodigi, dunque, la Beata Mattia intende soprattutto manifestare protezione celeste per la città di Matelica, ad esempio salvandola dalle catastrofi dell’ultima guerra, come sarebbe accaduto, pare, col dirottamento, in extremis, di un’incursione aerea.

Le immagini della beata sanguinante (clicca sull'immagine per guardare il video))

Le immagini della beata sanguinante (clicca sull’immagine per guardare il video))

Ma è vero sangue o sono essudazioni di antiche pratiche d’imbalsamatura? Nel 1972 l’Università di Camerino avrebbe certificato che nei reperti, non prelevati sul posto ma fatteli pervenire, c’erano autentiche tracce ematiche. E stavolta? Altri prelievi non sono in programma, pare, per la non opportunità di infrangere la teca di cristallo che ermeticamente ospita la salma della Beata. E le istituzioni ecclesiastiche cosa ne pensano? Come sempre in casi del genere (si pensi alle lacrimazioni di Madonne specie nel Meridione), non incoraggiano a credere ma ancor meno dissuadono dal credere. All’inizio degli Anni Sessanta, con Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano Secondo, vi fu un freno al “miracolismo” e non mancarono autorevoli perplessità sulle stimmate di Padre Pio e sullo scioglimento del sangue di San Gennaro, ma poi la Chiesa cattolica è rientrata nel solco della tradizione.
Dopo queste premesse – e mi scuso per eventuali inesattezze – dico subito che non è dei fatti che oggi intendo parlare ma delle reazioni suscitate, anche su Cm, dai fatti. Reazioni numerose, animose, spesso sarcastiche, spesso derisorie. Reazioni provenienti da persone – non credenti, o semicredenti, o agnostiche, o scettiche per natura, o indifferenti ai temi religiosi, o fedeli di religioni diverse da quella cattolica – per le quali i supposti prodigi della Beata Mattia non solo non sono prodigi ma sono frutto di calcolati interessi terreni, turistici o d’altro genere. Ebbene, lasciatemi dire che non sono d’accordo con loro. Perché anche nei pur modesti accadimenti di Matelica e nello slancio di chi vi si reca a pregare e invocare grazie c’è qualcosa che rimanda ai molto meno modesti santuari di Fatima (sei milioni di pellegrini all’anno), Lourdes (cinque milioni), Loreto (tre milioni) e il più discusso, quello di Medjugorje (altri milioni, da ben venticinque nazioni). E questo qualcosa è la fede. Deriderla? Schernirla? Sottoporla ai giudizi sferzanti del raziocinio? Ci si può certo chiedere – e anch’io me lo chiedo – per quale motivo tali fenomeni si verifichino quasi soltanto nei paesi cattolici e non in quelli protestanti, che sono anch’essi cristiani. Domande legittime, ma non risolutive dell’eterno dilemma fra ragione e fede. E per fede in senso lato intendo il profondo bisogno di ogni essere umano, fin dalla più remota preistoria, di affidarsi a qualcosa che trascenda la realtà, qualcosa che lo protegga, lo assista, lo aiuti ad affrontare il destino, lo salvi dall’angoscia della morte, gli dia speranza in un’eternità della vita.

La reliquia della Beata Mattia

La reliquia della Beata Mattia

 

Da questo insopprimibile bisogno si sono via via sviluppate le religioni. Tutte. E questo bisogno c’è anche nell’animo degli atei, cioè di coloro che non credono in alcun essere supremo e tuttavia coltivano sogni che per la realtà razionale sarebbero assurdi (“credo quia absurdum”, disse nel secondo secolo dopo Cristo l’apologeta Tertulliano: credo proprio perché è assurdo). Ed ecco, allora, i misteriosi poteri della magìa, della parapsicologia, dello spiritismo, dell’evocazione dei morti, delle superstizioni, della cieca fiducia nella fortuna di chi si cimenta in imprese impossibili. Pur convinto che la natura è “matrigna” e che “è funesto a chi nasce il dì natale”, anche l’ateo Leopardi affermava che l’unico sostegno spirituale per l’umanità risiede nelle “illusioni”. E questa, non soltanto in senso religioso, è, per l’appunto, la “fede”. Non disprezziamola, dunque, non deridiamola. In forme diverse, il conflitto tra ragione e fede sta in ognuno di noi fin da quando siamo venuti al mondo. Irrisolvibile? Forse, ma indispensabile a condurci nel cammino dei giorni e degli anni. E la Beata Mattia di Matelica? E i sanguinamenti? E le soavissime profumazioni? E i tanti che accorrono a pregare e a invocare grazie? Il dubbio, certo, lo impone la ragione. Ma la ragione ha i suoi limiti (“Il cuore ha delle ragioni che la ragione non ha”, diceva Pascal). A molti di noi le ragioni del cuore paiono ingannevoli? E sia. Però meritano un assorto e silenzioso rispetto.

 

 



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