Il fantasma di Carlo Magno e una nuova idea di cultura

Il basso e l’alto del sapere, il confronto fra la società e le aule universitarie. Se c’è una “Popsophia”, perché non fare anche una “Popstoria”?
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

La settimana scorsa, quando pensai di dedicare la “Domenica del villaggio” alla questione di Carlo Magno sepolto nell’Abbazia di San Claudio (leggi l’articolo),  ero convinto che un tema così lontano dai pressanti problemi dell’attualità non avrebbe potuto suscitare interesse nella vasta platea dei lettori, dai quali ritenevo prevedibile e giustificabile una scarsa attenzione per ciò che da noi accadde, o sarebbe potuto accadere, milleduecento anni fa. Ebbene, mi sono sbagliato. E lo dimostrano le circa quattromila letture e la trentina di commenti che per questa rubrica sono una specie di record. Si sarà capito – non da tutti, purtroppo – che non era mia intenzione né mia facoltà contestare le pur sorprendenti tesi del professor Giovanni Carnevale, di cui, anzi, apprezzo l’amore per la terra delle sue lunghe esperienze d’insegnante, il che non guasta in periodi nei quali prevale, al contrario, una sorta di amaro disincanto per ciò che siamo stati e che siamo. Una sola cosa deploravo:  l’apposizione in un importante monumento pubblico qual è l’Abbazia di San Claudio di una lapide che perentoriamente afferma una verità non documentata e quindi non considerabile vera: “Sub hoc conditorium situm est corpus Karoli Magni” (qui sotto si trova il corpo di Carlo Magno). E questo non dovrebbe essere consentito. Singolare, inoltre, che all’inaugurazione di tale lapide sia stato presente l’assessore regionale alla cultura. Per il resto il professor Carnevale ha il pieno diritto di esprimere in pubblico le sue opinioni sulla storia medievale e coloro che gli prestano fede hanno il pieno diritto di solidarizzare con lui.
Ma se ora torno sul tema è per un’altra ragione: l’ormai ineludibile rapporto fra la cultura cosiddetta “alta” e la cultura popolare cosiddetta “bassa”. La prima che snobba la seconda e se ne tiene altezzosamente lontana, la seconda che grazie ai nuovi strumenti della comunicazione viene sempre più allo scoperto, esige una sua pur magmatica dignità e si manifesta come fenomeno col quale anche le cattedre universitarie dovrebbero misurarsi.  Da oltre vent’anni  Giovanni Carnevale scrive libri e tiene conferenze a sostegno di idee magari discutibilissime nelle quali crede un crescente numero di persone comuni ma alle quali nessun esponente della cultura “alta” ha ritenuto finora di guardare almeno con curiosità. Eppure Macerata ha un ateneo dove esistono corsi di storia i cui docenti non abitano in un Olimpo ma vivono la nostra stessa quotidianità, leggono i nostri stessi giornali, vedono i nostri stessi programmi televisivi, provano le nostre stesse emozioni.

Don Carnevale durante l'inaugurazione della lapide a San Claudio

Don Carnevale durante l’inaugurazione della lapide a San Claudio

Con ciò non auspico, intendiamoci, un dibattito pubblico fra loro e Giovanni  Carnevale, che rischierebbe di ridursi a una disputa fra sordi. Ma se è vero – ed è vero – che queste supposte vicende di Carlo Magno a San Claudio e di Pipino il Breve a Sanginesio  suscitano un sempre maggiore desiderio di conoscenza in non trascurabili settori della vita comunitaria, mi parrebbe assolutamente nomale, se non perfino necessario, che a livello universitario si tenesse un serio convegno sull’Alto Medio Evo nelle nostre vallate e sulle distanze –  o vicinanze – coi re carolingi. Un convegno, dico, il cui relatore fosse particolarmente autorevole per il fatto di appartenere, per esempio, alla scuola del numero uno della storiografia medievale europea qual è il francese Jacques Le Goff  o a quella, in Italia, dell’illustre medievista Franco Cardini.
Dicevo di Internet, dei giornali on line, dei social network, del dilagante “opinionismo” – centinaia, migliaia di opinioni – che i media riversano ogni giorno su di noi e al tempo stesso, in una reciprocità che non cessa di autoalimentarsi, siamo noi a riversare sui media. E’ un’immensa “cultura bassa” che per tanto tempo è rimasta in silenzio e adesso ha i mezzi per far udire la propria voce chiedendo di essere ascoltata nei suoi linguaggi, nei suoi stili e nei suoi costumi come espressione della contemporaneità. E qui, con un salto che non ritengo arbitrario, penso all’intuizione di Evio Hermas Ercoli nell’organizzare “Popsophia”, un festival  nel quale si fondono le parole “popolare” e “filosofia”, vale a dire – cito da un dizionario – quell’attitudine del pensiero  a indagare i fondamenti della realtà, i princìpi e le cause prime delle cose, i modi del sapere, i valori connessi all’agire umano. E qual è l’interrogativo di base di “Popsophia”? Chiedersi se la filosofia accademica è in grado di cogliere il senso profondo della vita contemporanea ponendo ad aperto confronto da una parte figure della “cultura bassa” – la  tv, la moda, la canzone, la letteratura di massa –  e dall’altra esponenti della “cultura alta” come, nelle varie edizioni, i filosofi Massimo Cacciari, Umberto Curi, Umberto Galimberti, Giacomo Marramao, Simone Regazzoni e altri. La risposta? Problematica, ovviamente, ma sostanzialmente negativa: forse no, non è in grado. In “Popsophia”, dunque,  c’è un’apertura mentale verso la cultura bassa e una critica dell’autoreferenzialità di quella alta.

Evio Hermas Ercoli, fondatore e direttore artistico di Popsophia

Evio Hermas Ercoli, fondatore e direttore artistico di Popsophia

Dissi a Masino Ercoli: “La distinzione fra l’alto e il basso del sapere è sempre esistita e non è assurda. Il contadino sa come si pota un ulivo, d’accordo. Ma se frequentasse un corso universitario di botanica lo farebbe meglio”. E lui: “Io non ce l’ho con la cultura accademica, figuriamoci. E non nego che l’altra cultura abbia i suoi limiti per sciatteria, superficialità, cattivo gusto. Osservo soltanto che la filosofia come oggi viene insegnata ad alto livello non presta la dovuta attenzione al mondo contemporaneo. Quella delle origini, la greca, non era una disciplina a se stante ma per sua propria natura era davvero ‘popsophia’, cioè praticata da sapienti  che si mescolavano con la gente comune e ne ricevevano stimoli di riflessione sui molteplici aspetti della vita. Oggi non più. La filosofia delle aule universitarie è troppo spesso una disciplina per eletti”.
E torno alla storia, alla storiografia. Ammettiamo pure che quella di Giovanni Carnevale sia espressione di una “cultura bassa” che si nutre di ipotesi fantasiose e non sufficientemente verificate. Tuttavia muove le coscienze popolari. E ammettiamo che quella ufficiale, quella “alta”, sia di ben più rigoroso livello scientifico. Ma nella sua siderale separatezza si condanna a non entrare in contatto col comune sentire. Perciò, e non è una provocazione campata in aria, mi piacerebbe che sulle orme di “Popsophia” si facesse strada anche una “Popstoria”.



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