La ingloriosissima fine
della statua massonica

Trentasei mesi di tira e molla all’insegna di un’ipocrisia e di un’ambiguità che non hanno reso onore alla città di Macerata. La “scoperta” di Freccero
- caricamento letture

liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Dopo un lungo silenzio in gran parte dovuto alla tetragona riservatezza dei massoni, la cronaca di questi ultimi giorni è tornata a occuparsi di loro in due circostanze, una per le “rivelazioni” fatte dall’autorevole esperto in comunicazione televisiva Carlo Freccero a “Macerata Racconta” (un festival del libro i cui organizzatori, immaginando che i maceratesi abbiano il dono dell’ubiquità, hanno messo insieme oltre quaranta eventi, spesso concomitanti, in appena sei giorni e in quattordici sedi diverse) e l’altra per la fine dell’annosa vicenda della statua massonica (leggi l’articolo). Partiamo dalla prima. Che ha detto, fra l’altro, Freccero? Sviluppando un tema culturalmente assai impegnativo – l’assenza del pensiero critico – ha dimostrato di avercelo, il pensiero critico, e di fronte a un uditorio che lui credeva di sbigottire ha detto: “Nella vostra città la Massoneria è molto forte”. Caspita! Ma lo sbigottimento è mancato.
Da molto tempo, infatti, i maceratesi pensano che in ogni decisione importante ci sia sempre lo zampino dei massoni. E sanno che in città esistono ben quattro logge massoniche, di varia tendenza ma tutte credenti in un unico essere superiore: il “Grande Architetto”. E sanno che gli iscritti si autodefiniscono “Muratori”. E sta proprio in tali parole – “architetto” e “muratori” – la ragione per cui, secondo i pettegolezzi dei maligni, i massoni avrebbero una particolare inclinazione per l’edilizia. Il che alimenta il sospetto – sempre secondo i pettegolezzi dei maligni – di un loro significativo attivismo nelle questioni urbanistiche: aree fabbricabili, investimenti cementizi, piani casa, minitematiche e varianti ai piani regolatori. Ma questa diceria proviene, ripeto, da tendenziose chiacchiere di strada o di bar, e i signori delle quattro logge, cui va il rispetto che fino a prova contraria è dovuto a dei galantuomini, mi perdoneranno se ho osato riferirla. Ironia a parte, va comunque precisato che tali traffici si fanno, anch’essi in stretto riserbo, pure in altre confraternite chiamate partiti.

L'opera commissionata dal Comitato "Stringiamoci a coorte" allo scultore Ermenegildo Pannocchia

L’opera commissionata dal Comitato “Stringiamoci a coorte” allo scultore Ermenegildo Pannocchia

Veniamo ora alla seconda circostanza, quella della statua. Una storia che proprio in questi giorni sembra ingloriosamente concludersi dopo tre anni nel corso dei quali il decoro civile di Macerata è stato leso da un incredibile susseguirsi di ambiguità, infingimenti, ipocrisie, riserve mentali e calcoli parapolitici che purtroppo non fanno onore alla città o, peggio, lasciano supporre che le siano congeniali per un antico costume di compromessi fra tutto e il contrario di tutto. Il costume, cioè, del dire e non dire, del tirare il sasso e nascondere la mano, dell’apparire favorevoli a un’idea quando invece, sotto sotto, si è contrari e contrari quando invece, sotto sotto, si è favorevoli, e del puntare non già al successo delle proprie ragioni ma alla resa degli avversari per logoramento e per sfinimento.
Premetto che a mio avviso un Comune non dovrebbe accettare passivamente statue donate da associazioni private e collocarle in una piazza o in una via a prescindere dall’estetica pubblica e da pianificati criteri del cosiddetto ornato urbano. E se ritiene che un fatto storico o un personaggio meritino di essere immortalati, dovrebbe invece bandire un concorso pubblico e farsi carico, se ne ha le risorse, della realizzazione del progetto vincente. Un’opinabile idea personale, questa, che tuttavia trae conforto da quanto si vede in via Roma, in Piazza Pizzarello, a Porta San Giuliano, nei Giardini Diaz e in altri luoghi.
Ma qui il discorso è diverso perché, mentre nei casi appena citati l’accettazione di statue è avvenuta in modo totalmente passivo in omaggio al non aureo principio che a caval donato non si guarda in bocca, stavolta nella bocca del cavallo si à guardato fin troppo, in un sotterraneo ed estenuante conflitto quasi di religione in cui le parti in causa si sono battute non in campo aperto, dando luogo a un confronto pubblico che avrebbe potuto avere qualche giustificazione diciamo ideale, ma addirittura, per evitare clamori, fingendo di non battersi. Raccontiamola per sommi capi, questa storia, che ebbe inizio nel giugno del 2011, quando il comitato “Stringiamoci a coorte” offrì in dono al Comune una statua celebrativa del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, una statua che – va detto – non conteneva simbologie massoniche ma che – va detto anche questo – era figlia di una iniziativa massonica. E l’ambiguità saltò subito fuori, giacché quel comitato cercò in ogni modo di celare la sua origine e la sua militanza, delle quali esso stesso – incredibile dictu! – pareva quasi vergognarsi.

Giancarlo Cossiri, presidente del comitato "Stringiamoci a coorte"

Giancarlo Cossiri, presidente del comitato “Stringiamoci a coorte”

Poi l’ambiguità crebbe a dismisura e toccò inimmaginabili vertici in sede politica, dove nel centrodestra e nel centrosinistra della massima assemblea democratica cittadina – il Consiglio comunale – le corpose correnti cattoliche, sostenute da associazioni confessionali, iniziarono a tessere una subdola tela di ragno fatta di trentasei mesi di pensamenti e ripensamenti, dapprima sperando che la statua fosse da rifiutare per valutazioni estetiche (a tale scopo fu creato un gruppo di esperti d’arte), dopodiché, visto che il parere non era stato negativo, passando a un dilatorio alternarsi di ipotesi sulla collocazione (intervenne perfino la Curia al grido di “No ai Massoni in via don Minzoni!”) senza mai portare alla luce del sole la reale natura della loro avversione nei confronti della Massoneria e in difesa di presunti valori identitari della “Civitas Mariae”.
Dire no? Meglio non dirlo, si passerebbe per intolleranti! Dire sì? Apriti cielo, col vescovo sul piede di guerra! E tanti saluti al tassativo principio evangelico per cui il “sì” dev’essere “sì”, il “no” dev’essere “no” e il “ni” appartiene al demonio. E ancora: una delibera di Giunta apparentemente favorevole, ma poi, approdata in Consiglio, sfibrata dal travaglio paragiuridico del rimpallo di competenze, e infine ritirata, essendosi scoperto che la legge vieterebbe a un Comune di “accettare in dono opere future” (ma erano “future” anche le altre statue, per l’ovvia ragione che i relativi scultori non le scolpivano finché non fossero stati sicuri del buon esito del loro lavoro, mica potevano tenersele in camera da letto!) con l’impegno di fare un’altra delibera più accomodante che però, mese dopo mese, non è stata fatta.
E allora? Nel mese scorso il massone Giancarlo Cossiri, presidente di “Stringiamoci a coorte”, ha spedito una lettera al Comune ponendo un aut-aut: o la cosa si risolve entro il 30 di aprile oppure non se ne parli più. E siccome non gli è pervenuta alcuna risposta, ecco la sua conclusione: “Noi non siamo disposti a mantenere l’offerta e abbiamo deciso di chiudere la questione”. Una rinuncia per sfinimento, dunque. Ma anche l’unico un gesto di dignità in una vicenda che tutto è stata meno che dignitosa. Vi saranno passi indietro? Pare di no, ma staremo a vedere. Perché, come quelle del Signore, anche le vie della “Civitas Mariae” sono infinite.

 

 

Articoli correlati



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page
-





Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X