Catà, flauto e cornamusa
per capire le streghe di Macbeth

MACERATA - Agli Aperitivi Culturali il filosofo ha tracciato l'identità del protagonista della tragedia di Shakespeare attraverso la psicoanalisi di Freud, accompagnato anche dalle musiche celtiche di Andrea Gasparrini
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Cesare Catà

 

di Marco Ribechi

Con Cesare Catà gli Apertivi Culturali si trasformano in Musicali. Agli Antichi Forni di Macerata per accompagnare la trattazione del filosofo su “Le ragioni delle streghe” anche Andrea Gasparrini ad eseguire al flauto e alla cornamusa alcuni brani della tradizione celtica. E se si uniscono le streghe con la tradizione scozzese è chiaro che l’opera in programma è il Macbeth acclamatissimo allo Sferisterio nella versione di Emma Dante che proprio questa sera saluterà il palco del tempio della lirica con la sua ultima rappresentazione. Il discorso, che questa volta non coinvolge Giuseppe Verdi, parte dal padre della psicoanalisi Sigmund Freud spesso affascinato dall’opera e da Shakespeare perché alla ricerca di tutto quel mondo subconscio, per usare la terminologia ideata da Pierre Janet contemporaneo di Freud che però poi sostituirà con inconscio, di cui si nutre la mente e l’essere umano stesso. E’ in questo aspetto incontrollato e da scoprire che si nasconde il “Conosci te stesso” dell’oracolo di Delfi o la sfida di Ulisse al canto delle sirene come è stato spiegato proprio ieri da Andrea Panzavolta sempre agli Aperitivi Culturali (leggi l’articolo).

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Andrea Gasparrini

Dopo l’introduzione con il flauto di Gasparrini è la volta di Catà: «Freud affermava che per comprendere l’essere umano bisogna scendere a patti con le streghe – dice il filosofo – lo psicoanalista amava particolarmente il Macbeth perché al centro di tutta la vicenda c’è proprio l’inconscio del re scozzese materializzato dalle tre streghe. In Shakespeare l’utilizzo del sovrannaturale non è mai un colpo di scena non è una trovata narrativa naif ma sempre racchiude dei significati simbolici. Lo scrittore inglese, o scrittrice secondo alcuni perché sulla sua identità non c’è certezza, non inventa trame ma prende delle vicende già esistenti e le trasforma in miti». Così entra in gioco un altro psichiatra e antropologo, Carl Gustav Jung che elabora la teoria degli archetipi ovvero figure ricorrenti nella mente umana al di là del tempo e del contesto di sviluppo. «E’ il materiale incandescente di cui sono fatti i miti – spiega Catà – gli archetipi sono dentro di noi e permettono di indagare nel profondo l’identità dell’essere umano, le sue pulsioni, i suoi desideri. Questo era già tutto presente in Shakespeare pensiamo ad esempio al fantasma dell’Amleto o al folletto Puck del Sogno di una notte di mezza estate. Ogni volta che vuole richiamare la psiche archetipa lo scrittore fa riferimento al sovrannaturale».

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Il pubblico agli Antichi Forni

Così le streghe diventano l’inconscio di Macbeth dove il potere ha la meglio sul soggetto. Il linguaggio, come vuole la tradizione, è sibillino, dicono senza rivelare, si crede di aver capito ma poi ci si accorge di aver frainteso perché i concetti del divino trascendono la comprensione degli esseri umani. E’ la moglie di Macbeth, vero campione di malvagità, a comprendere il ponte con l’aldilà, è lei la quarta strega. Inizia così un primo contributo cinematografico con un estratto dal film di Akira Kurosawa Il trono di sangue la cui vicenda si rifà appunto al Macbeth. «In Macbeth, così come per Romeo e Giulietta lo erano i due innamorati – dice Catà – le streghe sono gli unici personaggi che parlano un linguaggio poetico in versi, scombinano il rapporto tra significante e significato. Il tema dell’eroe che interroga una donna magica per conoscere la sua vera identità è ricorrente e sempre c’è un grandissimo rischio nel farlo».

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La visione di un estratto del film di Kurzel

Il pericolo di essere ingoiati dall’abisso forse direbbe Friedrich Nietzsche. «Per passare dall’io al sé consapevole si rischia di perdere tutto – continua Catà – Per questo Macbeth era amato dai Romantici in quanto personaggio che mette tutto in gioco per conoscere il proprio destino. Ma poi il super-io perde le sue ragioni e Macbeth arriva a fare azioni senza motivazione come sterminare la famiglia di Macduff. Quindi nel proposito di conoscere sé stessi c’è la possibilità di distruzione totale che è quella a cui va incontro lo stesso Macbeth nel monologo finale del suo disfacimento». L’incontro, durante il quale sono stati mostrati estratti anche dal Macbeth di Polanski e di Kurzel, si è concluso con le note di una cornamusa e con un gustoso aperitivo offerto dal nuovo arrivo Cabaret di Giorgio Ripari e Laura Splendiani, per la prima volta gentili ospiti della rassegna. Nella prossima settimana gli ultimi due appuntamenti con Umberto Curi il 9 agosto e Romano Carancini, Barbara Minghetti, Luciano Messi e Francesco Lanzillotta il 10 con il resoconto finale del Mof.

 

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Giorgio Ripari del Cabaret, nuova entrata agli Aperitivi Culturali

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