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Il re è Macbeth, la regina Emma Dante
Lo Sferisterio scrive una pagina di storia

LA RECENSIONE - Arena letteralmente incantata dall'allestimento della geniale regista. Tanti “bravo” così per il coro e per l'orchestra forse non si erano mai sentiti dai tempi dell'Aida del 1921. La bacchetta magica del direttore Francesco Ivan Ciampa ha regalato un suono meraviglioso. Interpretazione magistrale di Roberto Frontali e Saoia Hernandez. Applausi scroscianti per tutti gli altri interpreti, veri e propri comprimari all'altezza della coppia regale. Un cast azzeccatissimo e omogeneo per personalità, voce e intensità. LE FOTO
domenica 21 Luglio 2019 - Ore 13:32 - caricamento letture
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di Maria Stefania Gelsomini

Merita di essere tormentato per l’eternità dai fantasmi di Macbeth e della sua Lady chi commette il tremendo crimine di non andare a vedere quest’opera. A parlar bene si fa molta più fatica che a parlar male, perché si rischia di cadere nell’enfasi, nell’incensamento stucchevole. Perciò sarà molto difficile raccontare il Macbeth di Emma Dante e di Francesco Ivan Ciampa andato in scena ieri sera allo Sferisterio.

D’istinto verrebbe solo da dire andate a teatro, è lo spettacolo perfetto, fine. Capita ogni tot anni, come l’onda perfetta per il surfista, o il passaggio di una cometa. È la combinazione vincente di tutti gli elementi, è l’incastro delle tessere di un puzzle che compongono un grande quadro, e mentre sei lì te ne accorgi che si stanno proprio incastrando bene, sei consapevole di assistere a un evento raro, e ti senti appagato, e ti riconcili con il mondo. Ah, finalmente, cos’altro dire? Che a fine recita il pubblico estasiato porta in trionfo l’intero cast, coro e orchestra compresi. Tanti “bravo” così per il coro e per l’orchestra forse non si erano mai sentiti allo Sferisterio dai tempi dell’Aida del 1921, forse. Tutto merito del maestro Martino Faggiani e del direttore Ciampa, che con la sua bacchetta magica è riuscito a rivitalizzarli oltre l’immaginabile regalando al pubblico un suono meraviglioso. Un’altra orchestra e un altro coro, questi i commenti di quelli che ci capiscono. Dunque un trionfo personale anche per lui, che è riuscito a tirare fuori il meglio e ha fatto un lavoro eccellente con i cantanti, dal primo all’ultimo.

Interpretazione magistrale di Roberto Frontali e Saoia Hernandez, una coppia tanto malvagia e sanguinaria quanto ricca di qualità e personalità. Il primo grazie a una voce sempre magnifica e in ottima forma, alla sua classe e a un consumato mestiere internazionale, la seconda grazie a un carattere prorompente e a una voce potente e sicura, hanno toccato senza esitazioni tutti i registri e le sfumature vocali psicologiche dei personaggi, dagli accenti più intimi alle esplosioni più violente. Applausi scroscianti anche per tutti gli altri interpreti, veri e propri comprimari all’altezza della coppia regale. Un cast azzeccatissimo e omogeneo per personalità, voce, intensità, in cui nessuno ha dato meno dell’altro. Tutto è sembrato naturale, tutto concluso in sé. Ecco, la sensazione, tornando a casa dopo essersi spellati le mani per gli applausi, è che a questo spettacolo non manca davvero nulla, e lo dimostra il convinto apprezzamento anche da parte di chi all’opera non viene mai, ed è rimasto incantato, quasi sopraffatto da tanta grazia di Dio.

 

 

Anzi, qualcuno che l’ha già visto a Palermo, dove ha debuttato due anni fa, dice che qui l’allestimento ne ha guadagnato in bellezza, perché qui è stato reinventato e qui lo spazio unico dello Sferisterio ne ha amplificato la magia. Alla faccia dell’etichetta che si porta appiccicata addosso questo capolavoro verdiano di opera difficile da digerire. Non ieri sera, non questo Macbeth, con il pubblico che ha assistito fino all’ultima nota con un entusiasmo crescente e una gioia appagata che non si vedevano da anni. Quando in scena compare l’arte, quella vera, fa dimenticare in un attimo pregiudizi e luoghi comuni. Il pubblico si inchina e ringrazia, come fanno gli artisti sul palco, in un reciproco scambio di piacere. Chissà com’è, ma quando uno spettacolo è bello, veramente bello, se ne accorgono tutti, anche chi di lirica non ne mastica nulla. C’è qualcosa di magico nell’aria, e non è certo colpa delle streghe di Macbeth.

Emma Dante, regista del Macbeth

Emma Dante arriva allo Sferisterio preceduta dai suoi successi e dai premi ricevuti. È la prima volta che si misura con lo spazio dell’arena ma non la sua prima volta a Macerata, perché al teatro Lauro Rossi ha portato in passato diversi spettacoli di prosa e porterà nella prossima stagione le sue Baccanti. Ma che sia di prosa o lirico, quello della regista siciliana è sempre grande teatro. Questo Macbeth, una coproduzione con il teatro Massimo di Palermo e il Regio di Torino, arriva qui già consolidato, carico di applausi e apprezzamenti, di pubblico e di critica. Ma lo Sferisterio è un’altra cosa, se ne sono accorti la Dante e il suo staff, che hanno dovuto ripensare molti elementi scenici e coreografici, ricucendo addosso, punto per punto, al lungo palco e al muro dello Sferisterio uno spettacolo nuovo. Perché è quel muro a raccontare l’impenetrabilità e la malignità di Macbeth e di Lady Macbeth.

Il Macbeth di Emma Dante è il Macbeth di Emma Dante perché non potrebbe essere di nessun altro. C’è la sua firma ovunque, la sua mediterraneità, la sua arte, ci sono tradizione e innovazione, solennità, rigore, cura maniacale nei dettagli, c’è tanta fisicità, ci sono i simboli e le evocazioni. Tutto è al posto giusto, ogni elemento è proprio dove dovrebbe essere. Attori, mimi, danzatori e coristi costruiscono la scena e riempiono lo spazio con i loro movimenti, dando forma fisica a significati reconditi, dubbi, angosce e fantasmi. I giganteschi ventagli in ferro battuto che si aprono e si chiudono, si allontanano e si avvicinano scorrendo sul palco costituiscono l’asse portante della scenografia e accompagnano il continuo gioco di entrate e di uscite dei personaggi. Addossato al muro, un imponente cancello dorato segna l’invalicabile ingresso del castello scozzese.

La potenza evocativa di Emma Dante sta nella capacità di raccontare l’attualità e l’universalità delle pulsioni umane e dei sentimenti, in questo caso tutti negativi, mantenendo il racconto della vicenda nella Scozia dell’XI secolo, esattamente là dove la pongono Verdi e Francesco Maria Piave. Ci sono i costumi medievali fatti di velluti preziosi e pelli di animali, i simboli calligrafici e le insegne del potere, le armature, le spade, il trono altro due metri e mezzo che porta il re-manichino Duncano in processione, lo stesso sul quale il re Macbeth si accascerà in preda alle visioni dei morti trucidati. E ci sono i piccoli letti bianchi che danzano attorno a Lady Macbeth ormai in preda alla follia, avvolti da una luce viola. È l’universalità del linguaggio dell’arte, e del teatro di Emma Dante.

Il primo atto è quello delle grandi profezie. Nella prima scena le streghe forsennate dalle vesti stracciate e i capelli arruffati si lanciano in un’orgia sfrenata con i satiri dotati di enormi falli, un sabba infernale che darà i suoi frutti con il parto di nuove streghe e il perpetuarsi della progenie (“l’opera grande”). I calderoni partoriscono neonati, i loro ventri partoriscono profezie.

Fra le streghe fa il suo ingresso Macbeth, bardato di tutto punto con una lucente armatura, in groppa a uno scheletro di cavallo poggiato su un piedistallo, una statua tolta dalla vetrina di un museo. Accanto a lui l’amico Banco, l’altro generale del re Duncano, di ritorno da una vittoriosa repressione di rivoltosi. Le predizioni riguardano entrambi: Macbeth viene salutato come “di Glamis sire, di Caudor sire, di Scozia re”, mentre Banco “non re, ma di monarchi genitore”. È da queste parole che s’innesca la spirale sanguinaria di invidia, gelosia, brama di potere che ammanterà di morte e follia l’intera vicenda così come tramandata da Shakespeare.

Le scene disegnate da Emma Dante somigliano davvero a quadri dipinti dalla luce, che a volte è rossa, magnetica, e fissa le figure in movimento; a volte è dorata, calda, come un abito che avvolgendole ne fa risaltare i sentimenti (le atmosfere cariche di pathos e di feroci propositi quando agiscono i due protagonisti); a volte invece è una luce spettrale e fredda che colpisce le streghe e i morti ammazzati, presentandoli come figurine spettrali e metalliche.

Il soprano madrileno Saioa Hernandez, che affronta un altro ruolo da cattiva dopo quello di Odabella nell’Attila (voluta da Riccardo Chailly) che ha aperto la scorsa stagione alla Scala, e che ha studiato con la Caballé e la Scotto, ha il physique dû role della Lady, vocalmente potente e fisicamente imponente. La sua bramosia di potere gronda da ogni poro. Se i soldati si inginocchiano davanti a Macbeth nominato sire di Caudore, Macbeth deve inginocchiarsi davanti alla moglie che lo istiga a uccidere il re per prenderne il posto, e che lo schiaffeggerà di fronte alla corte quando inizia a delirare. Già nella prima aria, “Vieni t’affretta”, la voce della Hernandez è uno strumento appuntito e affilato come la lama del pugnale che ucciderà il re, e passa per ogni registro, fino agli acuti, perfettamente a suo agio. Duncano è una figurina asettica e distante, che fa il suo ingresso nel castello di Macbeth portato in processione su un trono dorato alto due metri e mezzo, preceduto da ballerine-burattini, buffoni di corte e soldatini in parata, che ricordano i giocattoli inanimati che prendono vita nello Schiaccianoci. Macbeth comincia a fare i conti con il suo feroce proposito e con la sua coscienza ancor prima dell’omicidio, e vede e rivede nella mente la scena dell’uccisione regale, come in un continuo rewind, compiuta da un suo doppio, un se stesso immaginario che la regista piazza fisicamente dietro di lui in scena. Una volta che l’omicidio è compiuto, Macbeth è già in preda agli incubi e a i rimorsi, e sarà la Lady, più fredda e determinata, a riportare il coltello insanguinato nella stanza del figlio del re, Malcolm, per farlo incolpare del delitto.

 

Ma le mani sporche di sangue non si puliscono e non si puliranno mai. La tensione emotiva sale, e provoca un forte impatto emotivo l’ingresso in scena del corpo del re portato in braccio dalle donne vestite di bianco per il lavaggio post mortem. Duncano viene spogliato e lavato con l’acqua di due bacinelle, tenuto innaturalmente in piedi dalle donne poste a corona intorno a lui. Ma come una marionetta tragica con la bocca aperta, appena il sostegno viene a mancare, cade di qua e di là. Il re diventa Cristo nella sua passione, sollevato con le bracia aperte come fosse in croce, incorniciato da una corona di spade che rievoca quella di spine, e glorificato da croci rosse di luce che si accendono al centro dei ventagli. È la scena pittorica della deposizione, che trova i suoi riferimenti illustri nel Beato Angelico, in Michelangelo, in Raffaello e Caravaggio. Prima di crollare a terra con un colpo secco e definitivo, Duncano resta per pochi attimi in ginocchio, in bilico, sospeso, con la sua smorfia innaturale stampata sul viso, dando quasi l’impressione di essere ancora vivo.

Macbeth è diventato re e i suoi incubi non si placano, ma sono necessari nuovi delitti. Spinto dalla moglie sempre più spietata e determinata (“scettro alfin sei mio”), e memore della profezia delle streghe, incarica i suoi sicari, coperti da lunghe pellicce nere, di uccidere Banco e suo figlio Fleanzio. Il branco minaccioso si avventa con ferocia su Banco e lo trafigge con le spade, mentre il figlio riesce a fuggire. La scena si sposta subito al castello, dove si festeggia con un ricco banchetto il nuovo re. Macbeth e Lady Macbeth sfoggiano una ricca veste di velluto rosso e salgono la scala d’oro del potere, che scalino dopo scalino viene costruita dietro di loro. Ma bianca e implacabile l’immagine di Banco si presenta, ospite inatteso, a tormentare Macbeth (“fuggi fantasma tremendo”), che farnetica davanti ai suoi cortigiani e vede scorrere dall’alto del suo trono il fiume rosso del sangue versato generato dal suo stesso strascico.

Il secondo atto si apre con la scena spettacolare del parto plurimo delle streghe, e Macbeth che va a chiedere notizie sul suo destino. Il verdetto è sibillino: resterà re di Scozia fin quando la foresta di Birnam non gli muoverà contro, e nonostante l’apparente rassicurazione (“Nessun nato di donna ti nuoce”) il re è inquieto: i fantasmi, che si presentano sotto forma di eleganti figure armate vestite di bianco con una calza bianca calata sul volto, continuano a torturarlo. Così come Banco, che impugna un grande specchio dove Macbeth può vedere riflessi i suoi atroci delitti e la sua natura malvagia. Ma la scia di sangue è inarrestabile e la perfida regina vestita di rosso chiede la morte dei figli e della moglie di Macduff e del figlio di Banco. Così anche questo eccidio si compie, e la scena diventa di colpo un grande luogo vuoto, è il luogo dell’assenza, dove decine di figure vestite di nero, i sudditi oppressi da Macbeth, piangono i nuovi cadaveri, ordinati in fila per terra e ricoperti da teli bianchi, fasciati da una luce accecante come il dolore. È il momento per Mcduff e Malcolm di giurare vendetta e salvare gli oppressi, la profezia sta per avverarsi. Mentre sullo sfondo sfila il bianco letto di morte di Lady Macbeth, portata via dai suoi incubi, fitti cespugli di fichi d’india avanzano minacciosi. È la foresta di Birman che si muove contro Macbeth, è la natura violenta e selvaggia che vince sull’uomo e lo sopraffà. Dalle pale spinose (licenza poetica con dedica alla sua sicilianità di Emma Dante) si levano le spade dei rivoltosi e nel combattimento finale Macbeth, trafitto a morte, viene accerchiato dai nemici che gli puntano addosso le spade a raggiera e ne nascondono il corpo sotto quelle stesse armi. Fine, il pubblico dello Sferisterio applaude a crepapelle. Non si dice, ma rende l’idea.

Ottima prova per il basso Alex Esposito, un brillante Banco, per il tenore Giovanni Sala, un convincente Mcduff, e per tutti gli altri interpreti: Rodrigo Ortiz (Malcolm), Fiammetta Tofoni (Dama di Lady Macbeth), Giacomo Medici (Medico), Cesare Kwon nel triplo ruolo di domestico, sicario e araldo, Bruno Venanzi (prima apparizione), Giulia Gabrielli (seconda e terza apparizione), Francesco Cusumano (Duncano) e Nunziatina Lo Presti (Fleanzio). Lo spettacolo è stato ripreso dal regista collaboratore Giuseppe Cutino, con le scene di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino, le coreografie di Manuela Lo Sicco e le luci di Cristian Zucaro. Orchestra Filarmonica Marchigiana; Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” diretto insieme a Faggiani dal maestro Massimo Fiocchi Malaspina; Banda Salvadei.

Anche questa recita è andata in onda in diretta su Rai Radio 3, e sarà replicata il 26 luglio e il 4 agosto. Intanto stasera si conclude il tris delle prime con il ritorno del Rigoletto al Luna Park di Federico Grazzini.

(foto di Alfredo Tabocchini e Massimo Zanconi)

Il Macbeth strega lo Sferisterio «Da anni non si vedeva un’opera così» (Le video-interviste al pubblico)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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