“La promessa delle sirene”,
un canto che ammalia

MACERATA - Il musicologo Andrea Panzavolta ha presentato agli Antichi Forni il nuovo libro che contiene la raccolta dei suoi interventi agli Aperitivi Culturali. Da Odisseo al teatro d'opera il canto ha la forza di sedurre, far soffrire e donare conoscenza. «Aprire le porte è il tragico merito della nostra identità», dirà al termine dell'incontro
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Il pubblico degli Antichi Forni

 

di Marco Ribechi

Gli Aperitivi Culturali diventano un libro. Andrea Panzavolta, ospite quest’oggi nel salotto degli Antichi Forni, ha raccolto ne “La promessa delle sirene” i suoi interventi delle varie edizioni degli incontri di approfondimento al Macerata Opera Festival aggiungendo una seconda parte di interviste impossibili al suo autore prediletto: Mozart. Ancora introvabile in edicola perché fresco di stampa il volume è stato presentato per la prima volta durante l’incontro con Cinzia Maroni dallo stesso autore, ormai amico immancabile agli Aperitivi. Ma l’appuntamento è stato tutt’altro che incentrato nella sponsorizzazione del libro, concentrandosi piuttosto sul potere evocativo del canto, la cui potenza è mitologicamente identificata con le sirene dell’Odissea. Questi esseri magici e onniveggenti rappresentano un archetipo della cultura occidentale legato alla forza evocativa della parola, potenziata in canto. «Circe redarguisce Odisseo dall’ascoltare il canto delle sirene – spiega Panzavolta – lei sa quali passioni lo alimentano e gli spiega come evitare di essere stregato dalla loro voce. Nel testo questi esseri mitologici, in seguito rappresentati come ittiomorfi o ornitomorfi, sono puro suono, una voce che incanta tutti con dolcezza mielata».

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Il libro di Andrea Panzavolta

Il nodo focale di tutta la tradizione del canto, dagli antichi greci fino ai moderni teatri d’opera, o muziektheater per dirlo alla tedesca come preferisce Panzavolta, è il verbo Thelgo che si può tradurre con sedurre, ammaliare. «In origine era legato alla vista – spiega il musicologo filosofo – infatti viene attribuito a Penelope che con la sua bellezza conquista i proci. Poi col tempo acquista la sfumatura del suono e della voce, è logico se pensiamo che la narrazione avveniva per via orale». Anche la sposa di Zeus in un altro mito non può evitare di utilizzare la voce: «Era chiede ad Afrodite una fascia per sedurre Zeus – dice Panzavolta – e su quella fascia erano ricamati gli incantesimi di amore, ardente desiderio e il discorso seducente che riesce a ingannare anche chi ha la mente più accorta. La voce di nuovo quindi torna a suscitare passione».

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Andrea Panzavolta

Una passione spesso legata al dolore che è portatore di conoscenza. «Il principio cardine della cultura greca è che attraverso le sofferenze si raggiunge una forma di conoscenza più elevata, ecco quindi la ragione per cui Odisseo deve e vuole soffrire nell’ascoltare le sirene». Il luogo per eccellenza dove le sirene esercitano la loro potenza ammaliatrice e allo stesso tempo istruttrice è il teatro dove si vede soprattutto con gli occhi della mente. «Massima espressione artistica è il teatro d’opera – spiega Panzavolta – dove c’è letteratura, musica, canto, scenografia, recitazione. Il canto delle sirene che conquista e tormenta Odisseo non è altro che l’embrione del teatro lirico dove attraverso la potenza della parola, esaltata dalla musica e dal canto è possibile creare oggetti nuovi e spostarsi da una parte all’altra del tempo. Il teatro non è visione ma intuizione, un “andare a fondo” attraverso i processi di raccogliere, selezionare e decidere, l’oggetto del teatro non è la scena ma il pubblico stesso nella sua crisi di comprensione». Nella stagione lirica del Mof le tre opere racchiudono tutte gli archetipi del canto delle sirene. In Macbeth sono le streghe, esseri mostruosi perché prodigiosi ma allo stesso tempo seducenti e capaci di rivelare conoscenza, In Rigoletto è Gualtier Maldé, alter ego del Duca di Mantova che prima con l’aspetto e poi con il canto seduce Gilda con infida tenerezza. Nella Carmen è la protagonista stessa che nella sesta scena del primo atto incarna tutte le armi di Eros facendo perdere il senno a Don Josè. Infatti Michaela che ne riconosce la forza dirà: “Vado a vedere da vicino quella donna/ Le cui arti maledette/ Hanno finito col fare un infame/ Dell’uomo che un tempo amavo!”.

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Gabriela Lampa

Tutti  tre i protagonisti che incontrano il canto seducente e pericoloso delle sirene sono costretti a una fine misera perché, come raccontato in Ovidio, il canto di questi esseri è una marcia funebre. Le sirene erano le compagne di gioco di Persefone, rapita dal dio dell’aldilà Ade, che cercandola per terra e mare appunto la chiamano con il loro lamento infinito. «Ma allora fortunati sono solo quelli che non ascoltano questo canto e che come placidi buoi fanno ritorno alla quieta casa la sera? – domanda in conclusione Pansavolta – Certo che no, essi sono i più miseri perché a loro è concessa solo una conoscenza parziale di sé stessi. George Steiner ne “Il castello di Barbablù” utilizza l’immagine delle porte che la conoscenza permette di aprire. Ovvio che c’è il rischio di aprire la stanza dei dolori ma tirarsi indietro equivale a tradire la forma di ricerca propria della vita umana». La frase che sintetizza il dibattito è “Aprire le porte è il tragico merito dell’identità umana” mentre cinematograficamente in conclusione è stata scelta una scena del film Orizzonti di Gloria in cui una ragazza tedesca, prima maltrattata, fa piangere tutti i soldati inglesi con il suono del proprio canto. L’incontro è stato impreziosito dalla lettura di alcuni versi dell’Odissea ad opera di Gabriela Lampa mentre l’aperitivo successivo è stato offerto da DiGusto Italiano. Domani sarà la volta di Cesare Catà che con alcuni membri del team dei Magical Aftermoon e accompagnato da brani celtici eseguiti da Andrea Gasparrini, costruirà una vera e propria performance alternando brani da Shakespeare e dal libretto dell’opera verdiana.

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Marco Guzzini di Di GustoItaliano (foto d’archivio)



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