Dai molecolari ai rapidi e salivari,
pro e contro dei Covid test
«L’importante è che siano a tappeto»

INTERVISTA a Guido Favia, direttore della scuola di Bioscienze e medicina veterinaria di Unicam, che spiega le caratteristiche degli strumenti di diagnosi attualmente disponibili. Sul vaccino: «Sarebbe stata opportuna una alleanza globale per produrlo»
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Il professor Guido Favia

 

di Francesca Marsili

Testare, testare, testare. La corsa del Covid con ascesa verticale del numero dei contagi anche in provincia di Macerata, pone in primo piano l’esigenza di individuare le persone positive, così da scongiurare cluster e focolai. Ma quali strumenti, allo stato attuale, sono a disposizione per individuare chi ha contratto il virus? Con il professor Guido Favia, direttore della scuola di Bioscienze e medicina veterinaria di Unicam, impegnato da molti anni in attività di ricerca scientifica relative al controllo delle più pericolose malattie infettive, cerchiamo di fare chiarezza sui diversi tipi di analisi. Dal test molecolare, il cosiddetto “tampone” agli ultimi nati test salivari, strumenti a disposizione per scovare il Sars-Cov-2: caratteristiche tra punti di forza e di debolezza. Nel maggio scorso il professor Favia, assieme alla supervisione del virologo Andrea Crisanti, ha condotto nel territorio di Castelraimondo, uno studio epidemiologico sulla popolazione, riproponendo l’oramai noto modello Veneto con “tamponi a tappeto”  (leggi l’articolo).

Professor Favia, attorno agli esami per sapere se siamo stati infettati da Covid-19 c’è confusione. Quali sono i test attualmente in nostro possesso?

«Premettendo che hanno diversi tempi di risposta e grado di affidabilità e che gli strumenti, soprattutto nelle ultime settimane si stanno evolvendo, sono principalmente 3: il test molecolare comunemente chiamato tampone orofaringeo, i test rapidi antigenici suddivisi in rinofaringei e salivari e quelli sierologici che raggruppano i sierologici quantitativi e quelli qualitativi chiamati anche sierologici rapidi».

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Tamponi molecolari

Partiamo dal primo, il tampone molecolare. Come viene effettuato, quali sono i tempi di risposta e a cosa serve?

«Il tampone rinofaringeo è l’esame classico, il golden standard per le diagnosi da Covid e rimane ancora il più affidabile. Si effettua tramite una specie di cotton fioc nel naso della persona che consente il prelievo delle secrezioni respiratorie. Il test si fonda sulla ricerca dei frammenti del materiale genetico di cui è composto il virus. La presenza di questi frammenti indica l’avvenuto contatto con il virus e dunque la positività. Può essere effettuato tramite il servizio sanitario nazionale che privatamente. Il pro è il grado di affidabilità che tende al 100%, mentre il contro riguarda i tempi di risposta del risultato che possono variare da qualche ora a qualche giorno».

I test rapidi antigenici di cui tanto sentiamo parlare ultimamente in relazione al fatto che è stato stretto un accordo per effettuarli presso gli ambulatori dei medici di famiglia come funzionano?

«Ne esistono di due tipi. Il tampone rapido antigenico rinofaringeo che prevede appunto un prelievo all’interno del naso e il test rapido salivare.

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Test rapidi

Forniscono la risposta in pochi minuti, circa quindici evidenziando sullo stick la positività come per i test di gravidanza per intenderci. Un punto al loro favore è sicuramente il basso costo e la velocità dell’esito. Ma nel caso del tampone rapido salivare però, la precisione del test è ancora bassa, inferiore non solo al tampone molecolare ma anche al tampone rapido che resta quello maggiormente utilizzato se si parla di test rapidi. Il punto di forza dei tamponi rapidi rinofaringei è la velocità di risposta che permette, se utilizzati in ambito scolastico ad esempio, di fotografare e cristallizzare in un preciso momento lo stato epidemico di un istituto prevenendo cluster. Se affinato il grado di sensibilità, è uno strumento fondamentale per uno screening di massa. Occorre specificare infatti, che il test rapido può risultare negativo se la concentrazione degli antigeni è inferiore al limite di rilevamento del test ( esempio se il tampone è stato eseguito troppo precocemente rispetto all’ipotetico momento di esposizione). Questo “tampone rapido”, è stato recentemente introdotto per le situazioni, per esempio nello screening dei passeggeri negli aeroporti, dove è importante avere una risposta in tempi rapidi».

Passiamo ai test sierologici. A cosa servono?

«Con i sierologici non abbiamo più un’istantanea della positività o meno come in quelli sopra descritti, ma la storia della malattia un soggetto, ovvero sappiamo se abbiamo contratto il virus ma non se l’infezione è in atto. Attraverso il sierologico si rileva la presenza nel sangue degli anticorpi specifici che il sistema immunitario produce in risposta all’infezione. I test sierologici possono essere di due tipi: quantitativo o qualitativo chiamato anche test sierologicico rapido. Nel primo, quello quantitativo, il più accurato e che necessita di un prelievo di sangue venoso cerchiamo appunto il quantitativo di anticorpi prodotti. Gli anticorpi che il test cerca sono essenzialmente di due tipi: ImM e (immunoglobuline M) che si manifestano entro 7-10 giorni dopo aver avuto un contatto con il virus e le IgG (Immunoglobuline G) prodotte dopo 14 giorni e sono la nostra “memoria immunitaria”. Si tratta di un esame che fornisce il risultato 1-2 giorni. Sono molto utili per dimostrare l’estensione della diffusione virale in una comunità e come progrediscono i flussi».

Quelli sierologici rapidi in cosa si differenziano da quelli che ci ha appena descritto?

«I test sierologici rapidi si basano sullo stesso principio di quelli classici, ma è sufficiente una goccia di sangue con la tecnica del pungidito. Forniscono la risposta in tempi brevissimi, circa quindici minuti ma a differenza del precedente ci indicano solamente se nell’organismo sono o no presenti gli anticorpi specifici e quindi se è entrato in contatto col virus. Del Covid 19 abbiamo ancora molto da capire, Sicuramente è mancato l’aggiornamento di un piano anti pandemico fermo oramai da oltre dieci anni che ci avrebbe permesso di non farci trovare impreparati – commenta  il professor Guido Favia che riveste anche la carica di Vice Direttore del Centro Interuniversitario di Ricerche sulla Malaria- Italian Malaria Network – Riguardo il vaccino, l’unica chiave unica per mettere il virus all’angolo sono ottimista, anche se sarebbe stato opportuno che si fosse creata un’alleanza globale per lo sviluppo piuttosto che ogni Paese corresse per sé. Nel frattempo  – conclude il docente dell’Ateneo di Camerino –  dobbiamo mettere in atto un piano di sorveglianza attiva fatta di tamponi a tappeto che corra più del virus ed abbassare il livello di contagio e permetterci una convivenza accettabile».

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