Covid center, l’allarme della biologa:
«Una bomba ad orologeria»

CIVITANOVA - Natalia Conestà, specializzata in sanità pubblica con 30 anni di esperienza internazionale, critica la scelta di localizzare la struttura per terapie intensive in zona commerciale: «E' stata costruita come se fossimo in piena savana, potenziali rischi di contagio»
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Lavori in corso al covid center di Civitanova

 

di Monia Orazi

«La localizzazione del Covid hospital alla fiera di Civitanova è una bomba ad orologeria per i potenziali rischi di contagio che comporta. Una valutazione dei rischi l’abbiamo chiesta ma nessuno ci ascolta».

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Natalia Conestà

A dirlo è Natalia Conestà, biologa specializzata in sanità pubblica con 30 anni di esperienza internazionale con l’Organizzazione mondiale della sanità, l’ Istituto superiore di sanità, organizzazioni non governative, tra cui Save The Children e Medici Senza Frontiere tra le altre. Conestà è esponente regionale di Democrazia Solidale e membro dell’assemblea nazionale di Demos, ma in questo contesto, precisa, offre un giudizio tecnico e vuole mettere a disposizione la sua esperienza, assieme quella di tanti colleghi. «Il pericolo non sono i sanitari che lavorano nei reparti Covid, la cui stigmatizzazione è eccessiva e va fermata con la corretta informazione, ma la localizzazione scelta – spiega la biologa – il Covid si trova alla fiera, proprio nel cuore commerciale pulsante di una cittadina come Civitanova, nonché degli svincoli autostrada superstrada e zone industriali afferenti tra Montecosaro Scalo e Civitanova. Guido Bertolaso è un collega. Entrambi abbiamo lavorato per la cooperazione italiana e con Medici con l’Africa Cuamm. Lui non vive la nostra realtà come la vivo io, abitando a Santa Maria Apparente. Sta realizzando qualcosa come fossimo in piena savana. Tutto si può fare, anche un bunker in mezzo ad una zona commerciale, ma proprio questo addolora, anziché proteggere i sanitari là dove essi sono normalmente con percorsi separati tra pronto soccorso, percorsi pre ed intraospedalieri e percorsi per i dimessi. Gli operatori sanitari, tra l’altro colleghi, sicuramente seguiranno tutte le norme di sicurezza, anche se la formazione dovrà essere aumentata così come i dispositivi di sicurezza. Mi preme solo fare delle considerazioni generali da adottare per la creazione di reparti di isolamento, come da bibliografia tecnico scientifica e linee guida dell’Oms».

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La zona in cui si trova il Covid center

Conestà punta il dito sulla localizzazione in zona fiera e centro commerciale: «Lo hanno detto in tanti, anche della sanità marchigiana, ma sono rimasti inascoltati. Il problema dell’accesso è relativo alla commistione con il centro commerciale e la strada a T, quindi senza uscita, nonché il traffico in una zona molto frequentata negli orari di punta e nei weekend. Le ambulanze non possono aspettare, entreranno dentro il fiera-covid per scaricare i pazienti, dovranno essere disinfestate e poi una volta uscite avrebbero lo spazio per girare in un luogo affollato, dove i parcheggi già non sono sufficienti per i visitatori del Cuore Adriatico. L’accesso separato da attività della vita quotidiana è raccomandato in tutte le linee guida dell’Oms. Addirittura ospedali che si trovano nei centri delle città hanno grandi muri che li isolano dal resto e si entra da un solo cancello controllato. Da notare che attraverso la stessa strada si accede al retro del Cuore Adriatico dove avviene il carico e scarico di merci, tra cui generi alimentari. Verrà vietato a chi si muove all’interno del fiera covid di frequentare gli spazi antistanti. Non tutti sono formati come i medici e gli infermieri. La viabilità è ingolfata negli orari di punta, dove il traffico arriva agli inizi di Santa Maria Apparente o all’imbocco della superstrada. Non solo questo è un problema in casi di urgenza ma poiché il fiera-covid non è indipendente per una serie di controlli specialistici e macchinari, dall’ospedale di Civitanova Alta, che dista circa 5 Km, richiede un andirivieni di ambulanze. E poi, in caso di epidemia è raccomandato un triage esterno. Questo non può essere fatto davanti ad un centro commerciale. Il che implica che l’ospedale di Civitanova Alta debba comunque essere coinvolto e non può essere covid-free».

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Operai al lavoro

La biologa rileva anche criticità nel gestire il flusso d’aria verso l’esterno della struttura: «Il complesso sarà una terapia intensiva per soggetti infetti. La criticità principale è legato alla tipologia di impianto esistente in quanto non è stato progettato per la gestione dei flussi d’aria di una struttura sanitaria per malattie infettive. L’adeguamento dello stesso comporta la necessaria sostituzione, e infatti vi hanno fatto un’astronave dentro. L’impianto di climatizzazione, nel caso di degenze per infetti, deve garantire, oltre al ricambio d’aria, un corretto flusso dello stesso, mantenendo diversi livelli di pressione interna negativa, come dice lo stesso Bertolaso, per evitare che l’aria contaminata si diffonda nello spazio intorno. Aspetto non meno rilevante è la criticità dell’aria espulsa che dovrà essere filtrata con filtri assoluti per evitare la diffusione di virus. Ma qui si paventa che alcuni pazienti siano trasferiti a breve, mentre ancora proseguono i lavori, con un andirivieni di operai attorno alla struttura. Data la vicinanza della fiera al centro abitato e alle strutture commerciali che, seppur a regime limitato in occasione di epidemia, è pur sempre un centro commerciale di notevole affluenza, la questione rappresenta un punto critico importante».

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I lavori all’interno del Covid center

Ci sono rischi di contaminazione da virus anche relativamente al materiale sanitario usato da smaltire, rileva la biologa di Civitanova: «La struttura non ha un inceneritore per materiali biologico nelle vicinanze, da siringhe a garze, materiale altamente infetto il cui smaltimento va assicurato con i dovuti standard di sicurezza. Anche a voler fare un inceneritore non sarebbe indicato farlo vicino ad un centro commerciale. Né il trasporto di materiale infetto è raccomandato, perché più si muove materiale contaminato più la trasmissione al personale che lo maneggia è possibile». La fase due della pandemia richiede un approccio diverso, secondo la dottoressa: «Un fiera-covid poteva essere una scelta idonea durante una emergenza, non raccomandata però nel post emergenza da linee guida Oms che indicano di allestire più aree dedicate all’interno di una struttura ospedaliera esistente. Occorre ora, in fase 2, da un lato fornire alcune regole di indirizzo generale per riaprire alla cura delle patologie “non covid”, ma occorre pure assolutamente evitare rigidità eccessive che guardano all’ospedalizzazione come la risoluzione del problema, riconoscendo la necessità di risposte locali e prevenendo l’acuirsi della patologia attraverso le cure domiciliari. Con tutto questo far parlare dei milioni investiti in una fiera, sfugge al comune cittadino cosa si sta facendo sul territorio per prepararsi a quando il virus riattaccherà.

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L’assemblaggio dei macchinari

Come la sanità marchigiana si è attrezzata per un percorso comunitario? Lo stanno facendo tante regioni, dall’Emilia Romagna al Veneto alla Lombardia. Ci deve essere una risposta forte sul territorio. Le Usca sono costituite per lo più da giovani medici. Hanno avuto abbastanza formazione? Hanno saturimetri, materiali di protezione? Ecco, a questo potrebbe servire un centro come quello che si sta allestendo visto che non si sono fermati, dalla formazione ai test sierologici, non certo per ricevere pazienti in fase critica». Infine Conestà sottolinea che i molti medici che ha sentito raccomandavano una serie di azioni per dare risposte sanitarie nella cura del Covid 19: «I lavori del fiera-covid andavano interrotti quando è stato chiesto. Ora occorre creare una task force regionale multidisciplinare, di medici, biologi, farmacisti ed esperti di sanità pubblica, per limitare i danni di una simile struttura, perché quello che mi sta a cuore non è chi ha più ragione, ma la mia salute, quella dei miei figli e dei miei concittadini. Nel frattempo sarebbe auspicabile potenziare strutture esistenti o semidismesse a livello provinciale sia per il ricovero di pazienti con malattie infettive, quali Covid 19, sia per la terapia intensiva, sia per la quarantena, riutilizzabili dopo l’epidemia e puntare sulle unità sanitarie di continuità assistenziale sul territorio. Non certo aggiungere altri 70 letto come è stato paventato un paio di giorni fa».

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