Voci dagli Hospice in tempi di Covid:
«Lavoriamo vestiti da palombari
ma torneremo alle carezze»
LE LETTERE di Simona Carciofi (operatrice a San Severino) e di Armando Gentili, la cui moglie è stata assistita nel fine vita nella struttura di Macerata: «Sento il dovere di ringraziare con tutto il cuore tutto il personale. I Soloni della politica dovrebbero frequentare qualche ospedale, piccolo o grande che sia, e vivere l’atmosfera che vi si respira»

A sinistra Simona Carciofi
Da un lato un’operatrice sanitaria per vocazione ora alle prese con l’emergenza coronavirus, dall’altra una testimonianza di cuore da chi ha dovuto utilizzare il servizio perché la persona amata stava morendo. Sono le voci che arrivano in questi giorni dagli Hospice di San Severino e Macerata (che in realtà ora è momentaneamente chiuso, con i pazienti trasferiti in altre strutture – leggi l’articolo).
La prima lettera è di Simona Carciofi, os nel reparto settempedano, che racconta come il suo lavoro per lei sia stato un cambio radicale di vita. «Dopo tanti anni da impiegata nel 2012 ho deciso all’improvviso di cambiare vita. Cos’aveva il mio lavoro? Bellissimo, titolare e colleghi fantastici, ben remunerato, ad un passo da casa ma…Niente colore, niente calore, poca umanità». Da lì il corso da operatrice sanitaria e dopo alcune esperienze nelle case di riposo l’approdo nell’Hospice di San Severino: «Se pronunciata al di fuori la parola Hospice sa di morte, di disperazione, di dolore. Se invece varchi la soglia tutto cambia. Qui non incroci mai uno sguardo distratto o apatico, qui non trovi un cuore senza amore, qui trovi la vita quella vera, quella vissuta con intensità, con la voglia e l’entusiasmo che occorrerebbe trovassimo ognuno di noi nel quotidiano. In Hospice diventi amico, confidente, confessore. In pochi giorni o addirittura in poche ore riesci a ricoprire i ruoli più disparati. Le feste di compleanno o i preparativi per un matrimonio qui hanno un altro sapore. Sapere che sarà l’ultima occasione di festeggiare rende la cosa in qualche modo magica. E’ difficile da spiegare ma è cose se fosse una miscela fra gioia e dolore vissuta all’ennesima potenza. Qui l’abbraccio o la carezza giocano un ruolo fondamentale, lo capisci dallo sguardo che ricevi, a volte più significativo di mille parole. E’ spesso nel contatto umano che percepisci la bontà d’animo. Sedersi sul letto del paziente , prendere la sua mano e cercare il suo sguardo, magari anche vedere la lacrima che riga il suo viso ti fa sentire invincibile». Ma ora, spiega Carciofi, le cose sono cambiate: «E poi arriva il coronavirus. Tutto ciò che fino a ieri era consuetudine adesso è “divieto assoluto”. Adesso siamo in guerra, abbiamo innalzato muri, costruito barriere. Addio ai contatti, un metro di distanza, vestiti come palombari, ognuno con la sua mascherina da dove non riesci a vedere il sorriso.
Dov’è finita la nostra libertà? Cos’è questo nuovo modo orrendo di doverci approcciare agli altri? Chi ci corre incontro è un ipotetico nemico da guardare con diffidenza. Perché il covid chiude in nostro cuore e la nostra voglia di vivere in un sarcofago. E’ questo il lavoro del quale andavo così orgogliosa? No, assolutamente no. Sono sicura che molto presto questo sarcofago esploderà e lascerà uscire quella scia luminosa con tornerà ad illuminare le nostre vite. E’ solo una questione di tempo e tutto questo succederà, nonostante il grigiore che ci avvolge, sentiamo e vediamo la forza della vita pulsare prepotentemente negli sguardi di pazienti, nel sacrificio dei colleghi, nella solidarietà di chi rimane chiuso a casa. Anche se è bello vedere un papà novantenne piangere in videochiamata con la figlia, io voglio ritornare al calore all’abbraccio ed alla carezze. Allora insieme rispettiamo le regole e auguriamoci che questo brutto incubo finisca presto, perché la vita è bella e vale la pena viverla».

Il personale del Pronto soccorso di Macerata durante l’Inno di Mameli intonato dalle forze dell’ordine
E poi c’è l’altro lato del racconto, quello di chi si è trovato accolto dall’Hospice perché malato o perché vicino a una persona che ha avuto bisogno del reparto. E’ il caso di Armando Gentili, che ha scritto una lettera di ringraziamento all’Hospice di Macerata, ammonendo chi non si cura – in questi giorni di emergenza – degli appelli del personale sanitario che lavora in condizioni estreme. «Dopo la scomparsa della mia carissima moglie Mimmi, a seguito di una terribile malattia, sento il dovere di ringraziare con tutto il cuore tutto il personale, nessuno escluso, dell’unità operativa Terapia del dolore e Cure Palliative di Macerata, per l’alta professionalità e per la profonda umanità dimostrata durante tutto il periodo nel quale, lo stesso personale, l’ha curata e accudita in modo amorevolmente encomiabile. Non capita spesso di esternare questo sentimento e non certo per demerito dei medici o infermieri, anzi». Gentili sottolinea «le condizioni in cui tutti gli operatori sanitari si trovano ad operare a causa degli scarsi mezzi a disposizione, ma, soprattutto, a causa dello scarso personale disponibile (precariato dilagante). Non posso tacere di evidenziare – prosegue Gentili -, che il tutto dipende da una ottusa visione dei nostri bravi politici, i quali hanno deciso da tanto tempo che la gestione della sanità, cosi come la scuola e la giustizia, siano viste solo dal punto di vista economico (ma al ribasso), come se si trattasse di una azienda qualsiasi. Ma il sottoscritto, come ex dirigente d’azienda, non si è mai permesso di mortificare la dignità dei collaboratori e dipendenti, anzi ho cercato, nei limiti del possibile, di non far pesare loro le inevitabili difficoltà che la gestione aziendale comporta. Ma questo è un altro discorso. Forse questi Soloni della politica dovrebbero frequentare qualche ospedale, piccolo o grande che sia, e vivere l’atmosfera che vi si respira. Non ho certamente l’intenzione di fare una sterile polemica nei riguardi di nessuno, ma mi sia concesso di urlare un grido di allarme perché chi di dovere prenda coscienza di queste realtà (vedi l’esperienza che stiamo vivendo con il coronavirus). Ringrazio la Redazione di Cronache Maceratesi per la sensibilità sempre dimostrata nei riguardi dei problemi della nostra società civile».
(Fe. Nar.)







































