Indagine BM, estorsioni per i mutui
“I clienti denuncino,
tanti stanno collaborando”

L'ispettore della Vigilanza, consulente della Procura sull'inchiesta Banca Marche, invita a rompere il silenzio. “I marchigiani si riapproprino del loro orgoglio”. Emergono decine di finanziamenti concessi dietro pagamento a funzionari e amministratori. Il capitale della banca utilizzato per finanziare gli amici, portando al dissesto l'istituto. Si scava nei conti correnti
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finanza banca marchedi Marco Ricci

Uno scenario inimmaginabile quello che emerge dalle indagini sul dissesto Banca Marche, con gli inquirenti che stanno facendo luce su quello che appare sempre di più come un vero e proprio sistema diffuso in tutta la regione, un sistema che, oltre a distruggere la banca e i patrimoni dei piccoli azionisti e delle Fondazioni, ha messo in ginocchio l’economia regionale e innumerevoli famiglie e imprese marchigiane. Uno scenario così ramificato e pervasivo da stonare con l’apparente calma che in superficie si vive in regione, un secondo livello di favori, estorsioni e di centri di potere che forse va anche al di là del dissesto dell’istituto per configurarsi come un sottofondo che inquina, nel silenzio generale, l’intera vita sociale ed economica delle Marche. Il quadro  lascia anche comprendere le difficoltà affrontate dalla nuova dirigenza di Banca Marche e dai commissari i quali che stanno ormai conducendo l’istituto verso la soluzione della crisi.

Tornando alle indagini, molti elementi emersi si debbono anche alle collaborazioni fornite agli inquirenti dai clienti dell’istituto. Sarebbero circa settanta coloro già chiamati dagli investigatori, con almeno una quindicina che avrebbero confermato di aver dovuto pagare per ottenere mutui e finanziamenti e altri che non avrebbero dato risposte troppo convincenti. Forse verranno riascoltati. Sotto la lente le movimentazioni dei contanti dei clienti, somme che potrebbero rappresentare le prove di episodi anche estorsivi commessi nei loro confronti da uomini della banca. Dunque, nel quadro di indagine, presunte estorsioni compiute ai danni di imprenditori spesso in difficoltà a cui, dietro pagamento di somme di denaro, sarebbero stati concessi finanziamenti ben più alti delle loro necessità, un surplus di liquidità con cui – oltre a pagare la mazzetta per funzionari, dirigenti o amministratori infedeli – i clienti avrebbero acquistato prodotti finanziari, anche particolarmente rischiosi, come in alcuni casi sembra gli venisse richiesto. La conseguenza finale, quella che questi imprenditori già in difficoltà sono in seguito saltati, non riuscendo più a restituire cifre superiori ai loro reali bisogni. Una beffa nella beffa che ha mandato in crisi famiglie, lavoratori e aziende. Se diverse denunce hanno interessato il commercialista pesarese e sindaco di Banca Marche, Franco D’Angelo, per le presunte richieste ai clienti dell’istituto del cinque per cento di quanto loro erogato, al di là di questo singolo caso per cui non può che valere la presunzione di innocenza, ogni territorio avrebbe avuto i suoi referenti e mediatori, con il sistema gestito da una vera e propria elite che avrebbe potuto contare su connivenze anche fino al livello delle filiali.

Il quartier generale di Banca Marche a Jesi

Il quartier generale di Banca Marche a Jesi

Davanti anche ai danni sociali provocati da questi innumerevoli comportamenti, Luca Terrinoni – ispettore della Vigilanza di Banca d’Italia e consulente della Procura di Ancona – ha più volte invitato i clienti chiamati a non avere paura nel denunciare fatti e circostanze. Su questo punto, Terrinoni ha voluto ribadire la sua esortazione, spronando i marchigiani a ritrovare il proprio orgoglio su questa brutta vicenda. «Noi trattiamo questi clienti della banca come soggetti estorti, soggetti che, spesso in stato di necessità, sono stati contattati da chi ha promesso loro, dietro compenso e per il ruolo che avevano, di toglierli dai guai. Dietro queste vicende si celano drammi personali e familiari e chi collabora con la giustizia – ha insistito Terrinoni – non deve avere paura. Molti stanno già collaborando e invito la società a ritrovare il proprio orgoglio e denunciare quanto accaduto.»

Oltre a questi finanziamenti, di importi inferiori al milione di euro e concessi dietro presunte mazzette, la Procura avrebbe ormai chiaro il quadro complessivo, così come le vicende che avrebbero condotto agli episodi di falso in bilancio e ai supposti reati istituzionali, tra cui quelli legati alle comunicazioni alla Consob e alla Vigilanza. L’attenzione degli investigatori si starebbero così concentrando adesso sulle operazioni di finanziamento più importanti e si immagina che possano venire ascoltati nelle prossime settimane almeno un centinaio tra clienti e imprenditori, molti di fuori regione.

Si ipotizza anche  che i sistemi adottati per far girare il denaro e appropriarsi di tangenti o di soldi dell’istituto fossero i più disparati, dalle false compravendite che avrebbero permesso di intascare le caparre, alle finte intermediazioni, fino ai più semplici versamenti su conti di prestanome. In questo contesto, agli istituti di credito nazionali è pervenuta la richiesta di controllare tutti i possibili conti correnti e le movimentazioni di molti degli indagati, delle loro società e in alcuni casi anche dei familiari. In Banca Marche ci sarebbero stati dei veri professionisti dei conti correnti plurimi, con decine di rapporti in diversi istituti e svariate movimentazioni di denaro, legate magari alla stessa singola operazione, presumibilmente per farne perdere le tracce. Tutto questo, insieme alla mole di episodi sospetti, lascia comprendere la necessità dei tempi lunghi necessari alle indagini, anche se le richieste di rinvio a giudizio non dovrebbero ormai essere lontane.

Gli inquirenti avrebbe inoltre posto la propria attenzione oltre che sugli aumenti di capitale anche sulla cessione del 2011 degli immobili strumentali della banca attraverso il Fondo Conero. Dai conti emergerebbe  come il patrimonio incamerato negli ultimi anni da Banca Marche abbia di fatto consentito di continuare a erogare fino all’ultimo cospicui finanziamenti ai soliti amici o agli amici degli amici i quali, in barba alla banca del territorio, quasi tutti esterni alla regione. Questi finanziamenti, il cui valore complessivo è dell’ordine di svariate centinaia di milioni di euro, sarebbero in buona parte la causa del dissesto dell’istituto. Il filone dei clienti esterni alle Marche potrebbe essere amplissimo e riservare molte sorprese, un ulteriore livello che, oltre a condurre lontano, potrebbe andare ad intrecciarsi con le indagini della Procura di Roma sul crac della Tercas, l’istituto allora guidato da Antonio Di Matteo. La banca teramana, tra l’altro, finanziò la società riconducibile a familiari di Massimo Bianconi  che acquisì dall’immobiliarista Vittorio Casale l’ormai famosa palazzina di via Archimede a Roma. Casale, buon cliente di Banca Tercas e Banca Marche, è stato rinviato a giudizio, insieme  a Di Matteo ed altri, dal Tribunale di Roma ed è attualmente indagato dalla procura dorica. Diversi, in ogni caso, sarebbero stati i grandi clienti in comune tra i due istituti di credito.

L’impressione è dunque che gli inquirenti abbiano sempre più chiaro quanto accaduto in Banca Marche, un qualcosa da più parti viene definito spesso con aggettivi che vanno dal vergognoso all’inimmaginabile. Non resta dunque che attendere gli sviluppi dell’inchiesta e verificare se l’appello all’orgoglio da parte di Luca Terrinoni verrà recepito dai marchigiani, le prime vittime, insieme ai dipendenti dell’istituto e ai giovani precari oggi senza lavoro, di questo disastro civile ed economico consumato nel silenzio della politica e delle istituzioni locali.

Il gruppo Banca Marche ha accumulato perdite superiori al miliardo di euro in poco più di due anni. Sulle cause che hanno condotto al dissesto, oltre alla Procura di Ancona sono impegnati i militari della Guardia di Finanza del capoluogo dorico. Le indagini hanno potuto contare, oltre che sui commissari e sulla nuova dirigenza di Banca Marche, anche sulla collaborazione della Vigilanza di Banca d’Italia. Al momento si conoscono i nomi di trentasette indagati, tra cui l’ex dg Massimo Bianconi, quattro ex vicedirettori e tre ex presidenti, ex sindaci e l’intero  Cda in carica fino al 2012, imprenditori, consulenti e dirigenti della banca e di Medioleasing. I reati ipotizzati vanno a vario titolo dall’associazione per delinquere, al falso in bilancio, alle false comunicazioni sociali, all’ostacolo all’attività di vigilanza, all’appropriazione indebita, in concorso o meno, e alla corruzione tra privati.

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