Dissesto Banca Marche, dossier del Mef
sulle fondazioni di Pesaro e Jesi

Il ministero dell'economia ha acceso un faro sulle due istituzioni. Possibili risvolti entro inizio autunno. Sotto la lente la sottoscrizione a giugno del 2013 del prestito subordinato upper tier II
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Banca_Marche_Jesi (5)di Marco Ricci

 

Il dissesto Banca Marche, oltre che sui piccoli investitori privati, avrà profonde ripercussioni sulle Fondazioni azioniste dell’istituto di credito e, probabilmente, non solo a livello patrimoniale. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, titolare della vigilanza sulle fondazioni bancarie, sta già da tempo lavorando ad un dossier su un riassetto complessivo della materia, constatato come l’attuale legislazione non abbia avuto né l’efficacia sparata né sia stata in grado di separare completamente la gestione delle banca conferitarie dall’attività istituzionale delle Fondazioni stesse. Definite da Giuliano Amato “mostri giuridici”, sulle fondazioni bancarie sono piovute negli anni critiche da ogni parte, in particolare per essere spesso controllate da lobby di potere e per non aver diversificato il proprio patrimonio, lasciandolo al contrario concentrato nell’azionariato degli istituti di credito. Così, dopo l’andata in fumo delle risorse delle fondazioni che controllavano banca Tercas, della fondazione Mps e dopo il profondo rosso in cui sono cadute la Fondazione Carige e molte altre, adesso è il turno di Pesaro, Macerata, Jesi e Fano. Dopo aver già svalutato per complessivi 170 milioni di euro le loro partecipazioni in Banca Marche, le quattro istituzioni rischiano di lasciare sul campo qualcosa come mezzo miliardo di euro di patrimonio.

mefOltre ad un intervento sul quadro generale, il Ministero dell’Economia è intenzionato ad intervenire anche su specifiche e puntuali situazioni. Così il Mef, da diversi mesi, ha aperto un faro sul comportamento delle Fondazioni di Pesaro e Jesi, questo dopo la sottoscrizione lo scorso anno, per 25 milioni di euro complessivi, del prestito subordinato upper-tier II emesso da Banca Marche allo scopo di mantenere il total capita ratio dell’istituto sopra l’8%. Sebbene le due fondazioni abbiano in passato sottolineato come la sottoscrizione di quelle obbligazioni subordinate evitò la restituzione alla Bce di 3 miliardi di euro di prestiti concessi a Banca Marche, il ministero, da parte sua, aveva precedentemente invitato le Fondazioni azioniste di Banca Marche a diversificare il proprio patrimonio e a non investire ulteriormente nella conferitaria, questo dopo l’ultimo aumento di capitale apertosi nel 2012 ed autorizzato dallo stesso Mef contestualmente alla possibilità di acquisire l’inoptato.

Così, dopo una fase di interlocuzione avvenuta con Pesaro e Jesi, con la richiesta di chiarimenti e le successive delucidazioni delle due Fondazioni, è possibile che il Ministero dell’Economia possa in qualche modo intervenire. I tempi sarebbero l’inizio d’autunno e, pur senza alcuna conferma ufficiale, sembra prendere corpo la possibilità limite di un eventuale commissariamento. Risultano invece prive di fondamento le voci che si erano diffuse nella giornata di oggi e che davano per commissariata l’istituzione jesina la quale, rispetto a Pesaro e Macerata, è forse quella che versa nella situazione più delicata. Venendo a Macerata, il Mef, da quanto trapela, non avrebbe invece acceso alcun faro sul comportamento della Fondazione Carima. Macerata, oltre a non sottoscrivere il prestito obbligazionario subordinato, già da due anni sta prudenzialmente accantonando risorse immaginando un avvenire più buio del presente. Jesi, al contrario, nel 2013 ha intaccato il proprio fondo di riserva per mantenere alta la quota di erogazioni.

Al di là delle singole situazioni e venendo a un quadro generale, le Fondazioni azioniste di Banca Marche riceveranno un durissimo colpo dal dissesto dell’istituto di credito, con la diluizione – se non il vero e proprio azzeramento – della loro partecipazione azionaria. Le risorse annuali a questo punto  disponibili, non potendo più contare suoi dividendi in passato distribuiti dalla banca, saranno si e no in grado di coprire le spese per il funzionamento e l’ordinaria amministrazione. Stante anche le pochissime risorse libere a disposizione, le quattro fondazioni non potranno intervenire neppure in modo incisivo nella soluzione di salvataggio e rilancio messa in campo dai commissari Feliziani, Terrinoni e Inzitari. Alle quattro istituzioni marchigiane non è neppure stato illustrato compiutamente il quadro dell’intervento, il che la dice lunga sulla  possibilità di una loro azione. Il ruolo delle Fondazioni, con ogni probabilità, si limiterà, in una futura assemblea dei soci, alla ratifica del piano industriale e della soluzione di salvataggio, soluzione che vede al momento l’intervento di Fonspa, del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi e di uno o due fondi di investimento.

Le quattro Fondazioni detengono attualmente il 59% delle azioni di Banca Marche, con il 22.51% in mano a Pesaro e Macerata, il 10.78 a Jesi e il 3.35% a Fano, il tutto per un controvalore che, prima della crisi dell’istituto, era iscritto nei quattro bilanci per un controvalore complessivo pari a circa mezzo miliardo di euro.

 

 

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