Il nuovo procuratore
e la vecchia urbanistica

Lo scontro con gli avvocati riguarda questioni di principio, ma sullo sfondo affiora la tradizionale inclinazione di Macerata ai compromessi del quieto vivere
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Pur non essendo mai stata artefice della propria storia, Macerata non ha subìto in modo del tutto passivo la storia venutale da fuori ma l’ha saputa metabolizzare secondo una sua naturale vocazione ad accettarla e però a mitigarne le asprezze facendola scendere a compromessi con una visione della vita dove forze e debolezze si mescolano in parti uguali e determinano grigi equilibri tra le virtù civili e il calcolo delle convenienze. Sarà per l’umido tepore dei due fiumi che la stringono da vicino e di frequente la avvolgono in morbide nebbie, ma per antica tradizione questa città usa praticare una sorta di fatalistico disincanto che la porta a moderare gli slanci, a spegnere i clamori e, come s’usa dire, a tirare a campare.

Il procuratore Giovanni Giorgio

Il procuratore Giovanni Giorgio

Da qualche settimana, però, molto è cambiato. Quella che definirei una “storia venuta da fuori” porta il nome del pugliese Giovanni Giorgio, il nuovo procuratore della Repubblica che, proveniente dalla corte d’appello di Potenza e forte di esperienze maturate nel distretto antimafia di Bari, si è insediato ad aprile e ha subito impresso al suo ufficio uno stile ispirato non già al quieto vivere ma a un esercizio rigoroso della propria funzione. E qual è stata la reazione? Non, come sempre, smussare gli spigoli, evitare gli scontri, ovattare, ammorbidire. All’opposto: una parte non secondaria della città – l’associazione degli avvocati penalisti – è scesa in campo aperto nei giornali definendo “grave violazione del diritto di difesa garantito dalla Costituzione” l’avvenuto sequestro di un memoriale scritto privatamente da un indagato per predisporre la propria linea difensiva. E qual è stata la risposta di Giovanni Giorgio? Anch’essa dura e anch’essa pubblica, ossia nei giornali, con l’annuncio di eventuali querele contro chi offende la sua onorabilità di magistrato.

Specie se riguarda fondamentali questioni di principio, il contrasto anche aspro tra le ragioni della difesa e quelle dell’accusa è non solo fisiologico ma direi necessario per l’accertamento della verità e quindi per l’affermazione della giustizia. Stavolta, però, tale contrasto è esploso in pubblico, negli organi d’informazione, il che, soprattutto in una città incline a sfuggire i clamori, non può non suscitare scalpore e perfino scandalo. Successivamente, dopo i tuoni e i fulmini del primo temporale, ha lasciato credere che potesse tornare il sereno un intervento dell’ordine professionale degli avvocati, che si è rivolto ai “soggetti interessati” invitandoli a “moderare i toni” e ad evitare – appello oltremodo condivisibile – l’esposizione mediatica (va comunque detto che a sparare il primo colpo erano stati i penalisti e che il tribunale del riesame ha poi dato ragione al procuratore).

Un ritorno al sereno? Neanche per sogno. Infatti, trascorsi un paio di giorni, ecco una nuova tempesta, con l’associazione nazionale dei penalisti che facendo propria la tesi dei colleghi maceratesi ha chiesto al Consiglio superiore della magistratura di “verificare la persistenza della possibilità per il procuratore di svolgere le proprie funzioni con piena imparzialità”. La qual cosa, tradotta in parole più schiette, esprime l’auspicio che Giovanni Giorgio venga trasferito. Povera Macerata, che per sua natura non ama il fragore delle armi e invece rischia di entrare da bellicoso soldato nella guerra tutta italiana – più politica che giuridica – fra gli estremismi garantisti dell’avvocato Niccolò Ghedini, il numero uno dei “falchi” berlusconiani, e gli estremismi giustizialisti dell’ex magistrato Antonio Ingroia, il numero uno dei “falchi” della procura di Palermo.

Ma veniamo ai fatti di casa nostra. Da quale vicenda ha avuto origine questo scontro fra difesa e accusa? Da un episodio tragico e doloroso: il suicidio, lo scorso ottobre, dell’ex dipendente comunale Giuseppe Garufi, indagato per l’incendio forse doloso dell’agosto di un anno fa nell’archivio di urbanistica in viale Trieste. Un episodio sul quale carità umana imporrebbe di far calare un assorto silenzio se non fosse che in quelle indagini è rimasto coinvolto il fratello Guido, consigliere comunale e membro, ora dimessosi, della commissione consiliare che si occupa, per l’appunto, di urbanistica, a carico del quale sono emerse intercettazioni non edificanti anche in materia, ripeto, di urbanistica, e in casa del quale è stato per l’appunto trovato – e sequestrato – quel memoriale. E allora, a prescindere dalla piena legittimità delle superiori questioni in punta di diritto che vanno considerate estranee alla sostanza fattuale della vicenda, la straordinaria durezza e la straordinaria visibilità di questo scontro rafforzano in me la sensazione, forse sbagliata, che qui non si sia trattato di un contrasto limitato a un singolo e specifico caso ma ne sia emersa una vera e propria frattura fra due modi di considerare e affrontare la realtà cittadina. E non è da ignorare che nelle indagini in corso è ripetutamente e insistentemente comparsa la parola “urbanistica”, quasi nelle vesti del “convitato di pietra” del Don Giovanni di Mozart.

E il discorso si fa più ampio, ben al di là dei luoghi deputati all’amministrazione della giustizia penale. Da un lato l’esigenza civile che sia fatta luce sulla gestione politica – ultradecennale e precedente all’amministrazione Carancini – di un così importante settore della vita cittadina. Dall’altro lato il persistere delle ombre, delle reticenze, dei silenzi. E, sullo sfondo, coloro che impropriamente e arbitrariamente confidano nel buon esito di legittime iniziative forensi e auspicano il mantenimento di un andazzo consistente nel sopire, nel soprassedere, nel coprire, nel tacere. Si pensi alla commissione consiliare dell’ambiente e del territorio presieduta da Luigi Carelli (Pd!), la quale è da tempo la “spina nel fianco” della giunta di Romano Carancini (Pd!) con iniziative che da maggioranza quale dovrebbe essere l’hanno trasformata in un’opposizione ben più insidiosa di quanto faccia o non faccia la vera opposizione. E su che cosa? Per l’ennesima volta mi tocca ripeterlo: sull’urbanistica, ostacolando ogni tentativo di frenare l’affarismo edilizio e di far chiarezza sull’opacità dei trascorsi rapporti fra politici, proprietari di aree e imprese costruttrici.

Da circa due anni Giuseppe Bommarito – avvocato di professione, ma rivelatosi bravo giornalista – si cimenta su Cronache Maceratesi in una serie di inchieste a proposito dell’urbanistica locale firmando articoli ricchi di dati su certe scelte, certi traffici e certe intese da segrete stanze. Basti considerare le storie della Cittadella dello Sport a Fontescodella (il Comune era disposto a pagare il terreno di un privato a un prezzo pari al doppio di quello stimato dall’Agenzia del territorio, faccenda poi bloccata in extremis da Carancini) e del trasferimento a privati dei terreni appartenenti alle Ircer (qui è accaduto il contrario: l’ente pubblico che dalla vendita avrebbe ricavato un prezzo irrisorio, “il più gigantesco scandalo – secondo Bommarito – mai verificatosi a Macerata”). Inchieste basate su circostanziati elementi di critica – anzi, di accusa – ai quali i supposti componenti di supposti “comitati d’affari” avrebbero avuto il diritto – anzi, il dovere – di replicare con argomenti che, se espressi in una corretta linea dialettica, si sarebbero potuti rivelare perfino convincenti. Invece niente: silenzio assoluto. Inchieste che al limite potevano essere “notizie di reato” sulle quali indagare e magari concluderle con archiviazioni. Invece niente: silenzio pure su questo fronte.

Quel silenzio che, come ho detto prima, appartiene al tradizionale costume della città, incline a spegnere ogni clamore all’insegna del tirare a campare. Ma attenzione: a tutto, anche alla tradizione, c’è un limite. E oltre questo limite il silenzio diventa a tal punto assordante da rivelarsi benzina sul fuoco di una sempre più diffusa, rabbiosa, mugugnante e indiscriminata sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti della classe dirigente non soltanto politica. Ecco perché fra la cosiddetta gente comune, alla quale appartengo, è stato accolto con favore l’arrivo in procura di quella “storia giunta da fuori” che si chiama Giovanni Giorgio. Ed ecco perché un eventuale ritorno al  “quieto vivere” sarebbe la sconfitta del “vivere civile”.

 

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