Banca Marche come un romanzo di Marquez

IL PUNTO - Tante le analogie tra la disfatta del sistema economico e di potere marchigiano e il capolavoro dello scrittore colombiano. Anche se per l'istituto jesino la morte non è affatto annunciata: Bankitalia continua infatti a rassicurare
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Ricci Marcodi Marco Ricci

C’erano tutti i presupposti perché Santiago Nasar non venisse assassinato. Ma per una serie incredibile di omissioni, errori, silenzi e inspiegabili fatalità, oltre all’incredula sottovalutazione delle intenzioni criminali dei fratelli Vicario, Santiago finì spanciato davanti al portone di casa sua nel giorno della visita del vescovo. Vescovo che, come tutti immaginavano, durante quella mattinata di festa non scese neppure dal battello. Si limitò a una benedizione e a uno sguardo alla terra ferma per poi sparire  senza che neppure la Divina Provvidenza fosse in seguito capace di salvare la vita del povero ragazzo.

E come nel romanzo di Marquez, ci si avvicina al commissariamento di Banca Marche dopo la risalita sul battello non di un vescovo ma del banchiere comasco Rainer Masera, il cui piede nei primi mesi d’estate tentennò non poco prima di porre l’impronta sui lidi marchigiani. I motivi di quell’incertezza sono noti. La distanza, dopo alcuni incontri chiarificatori in Banca d’Italia, tra la situazione prospettata in regione e la realtà che stava vivendo  Banca Marche. E Rainer Masera rimase fortemente incerto se accettare o meno il ruolo di presidente dell’istituto offertogli dalla Fondazione di Pesaro, finché il governatore Spacca e i maggiori esponenti dell’economia marchigiana, così come la folla di Marquez ammassata sulle rive in attesa del battello vescovile, non sventolarono vessilli e bandiere con la speranza che la sacra figura toccasse miracolosamente terra. Adducendo la garanzia che le forze imprenditoriali delle Marche sarebbero state in grado di sottoscrivere una parte cospicua dell’aumento di capitale,  stimato allora in almeno 300 milioni di euro. Quella stessa folla osannante che non è stata però poi in grado di compiere l’impresa. Cioè salvare la vita di Santiago Nasar dalle lame dei due maldestri e improvvisati assassini.

La situazione dell’istituto marchigiano è particolarmente seria. Ma la morte – a differenza che nel romanzo di Marquez – non è affatto annunciata. Da Banca d’Italia sembra che continuino a trapelare parole rassicuranti sul futuro dell’istituto di credito, ma l’aumento di capitale che salirà probabilmente a 500 milioni di euro lascia percepire l’estrema delicatezza e pesantezza della situazione. Nonostante questo, cioè il trovarsi davanti a uno scenario ampiamente critico, la politica, parte delle fondazioni e la società marchigiana quasi nella propria interezza non hanno mai di fatto preso o voluto prendere reale coscienza della gravissima situazione di Banca Marche. Senza il coraggio di agire di conseguenza. Limitandosi il più delle volte a tacere o a sbandierare la fatalità, la crisi, il momento temporaneo di difficoltà economica e appunto a blandire il vessillo dell’ormai epico controllo locale. Che molte responsabilità, in ciò che è accaduto, ce le ha e come.

La sede romana di Banca d'Italia (Fonte: wikipedia.org)

La sede romana di Banca d’Italia (Fonte: wikipedia.org)

E’ inutile nascondersi dietro la reale crisi complessiva dell’economia e dell’edilizia, come se Banca Marche di quella crisi non fosse in parte responsabile per la quantità di denaro che iniettava nel sistema nonostante nel resto del paese si usasse ormai cautela. O nascondersi dietro l’imprevedibilità del destino o la cattiveria di Banca d’Italia e della Vigilanza. Come è ingenuo coprirsi dietro a fantomatici complotti che avrebbero portato ad accantonamenti eccessivi e punitivi solo per far inghiottire Banca Marche a due soldi da qualche altro istituto di credito. Non solo i due soldi valgono adesso 500 milioni di euro che proprio due soldi non sono. Ma apparirebbe oltretutto un’operazione folle affondare l’economia di un’intera regione per permettere a un qualsiasi gruppo bancario di risparmiare qualche decina di milioni di euro. Le comunicazioni di Banca d’Italia parlano chiaro sulla situazione dei controlli e della gestione del credito che vigeva in Banca Marche. Così come parla chiaro ciò che trapela dai verbali ispettivi della Vigilanza e dalle comunicazioni dei due ex-consiglieri Francesco Cesarini e Giuseppe Grassano consegnate al momento della loro dimissioni. Come parla chiaro un perito dell’istituto di credito sulle forzature nelle valutazioni delle garanzie. E come parlano chiaro molto direttori di filiale che non solo dovettero spingere in modo molto forte i clienti a sottoscrivere l’ultimo aumento di capitale, ma che a volte si videro scavalcati in merito alle pratiche di fido. In Banca Marche i controlli non hanno funzionato. I Cda non hanno vigilato con attenzione e i loro membri spesso non erano all’altezza della situazione, come rilevò la stessa Banca d’Italia. Senza contare i conflitti di interesse che cominciano a trapelare. All’ex direttore generale Massimo Bianconi è stato permesso di accentrare su di sé e su poche altre figure di vertice un eccessivo potere. Medioleasing è stata ridotta a un pozzo senza fondo di perdite. Senza parlare di operazioni – quali quelle con i gruppi Casale, Di Gennaro e con l’altro gruppo legato a Ciro di Pietro, arrestato nel 2012 dalla squadra anticrimine organizzato di Perugia – che nel migliore dei casi non hanno alcun senso per una banca locale. Il tutto appunto, non solo nel silenzio quasi più completo ma nella minimazzione di molti. Anzi, di quasi tutti. Nonostante sulla stampa nazionale filtrassero da tempo notizie su operazioni tra familiari dell’ex-dg Bianconi e clienti di Banca Marche.

L'ex dg di Banca Marche, Massimo Bianconi

L’ex dg di Banca Marche, Massimo Bianconi

L’istituto doveva far soldi per accontentare tutti. E doveva farli girare, almeno secondo le parole di Massimo Bianconi riportate da Giuseppe Grassano, per aumentare i dividendi.  Assumendo rischi fuori da ogni logica per le dimensioni dell’istituto di credito e lontani da quei criteri di sana e prudente gestione che dovrebbero contraddistinguere la direzione di una banca. Far soldi evitando spesso, attraverso operazioni tecniche dubbie come rivela anche lo studio Erede-Bonelli-Pappalardo, il superamento della soglia dei grandi rischi. Con valutazioni errate degli immobili a garanzia, con superficiali analisi dello stato delle aziende e dei mercati. 17 miliardi di impieghi, molti dei quali concentrati in regione, che rappresentano una forza economica ed un potere gigantesco. E se solo il 5% di quel denaro non fosse stato utilizzato con fini e metodologie corrette, parliamo di qualcosa come 850 milioni di euro. E se invece del 5% arrivassimo al 10%, il denaro mal utilizzato schizzerebbe a 1.7 miliardi di euro. La Procura di Ancona e le Fiamme Gialle ci diranno se, oltre a una gestione poco prudente,  a scelte sbagliate, ad approssimazione e incapacità più volte rilevate anche da documenti ufficiali, dietro questi comportamenti ci fosse anche dell’altro.

Rainer Stefano Masera, presidente dimissionario di Banca Marche

Rainer Stefano Masera, presidente dimissionario di Banca Marche

In questi mesi è stato al limite dello svenevole, davanti a questo gigantesco crack non solo di una banca ma di un complessivo sistema economico-finanziario, crack sottovalutato da tutto e da tutti, assistere al vaniloquio sul controllo locale da parte di tanti che di fatto hanno avuto nelle proprie mani parte di quel controllo locale che ha ridotto pensioni, liquidazioni e risparmi di moltissimi investitori in Banca Marche a poco più di carta straccia. Senza aver mai speso troppe parole – o più che parole si potrebbe dire fatti – per porre l’attuale dg Goffi e poi Rainer Masera nelle effettive e migliori condizioni di operare. Ci sono voluti più di sei mesi per il ricambio dei vicedirettori della banca, nonostante Via Nazionale imponesse discontinuità. E la fuoriuscita di Bianconi fu tutt’altro che un’operazione facile. Con parte del Cda schierato con l’ex-dg a difesa dei fantastici ricavi degli anni passati e dell’immagine della banca. Questo prima che cominciassero a rincorrersi le voci, spesso create ad arte, sull’eccessiva severità nella valutazione dei crediti, per minare la nuova politica imposta dalla direzione di Luciano Goffi prima e da Rainer Masera poi. Intanto la cordata locale promessa allo stesso presidente Masera non riusciva a concretizzarsi mai nonostante gli annunci. Con buona pace dello stesso Presidente e di Banca d’Italia. Che cominciavano a lamentarsi, a storcere il naso e a rendersi conto che oltre le promesse poco di concreto davvero esisteva. Da qui la lettera stizzita con cui Masera si è dimesso. E se sulla concretezza della cordata locale ha evidentemente pesato anche lo scenario finanziario della banca in perenne mutamento, l’eccessiva faciloneria e il trionfalismo iniziale di un po’ tutto il sistema economico-politico regionale ha avuto le sue colpe, nel momento in cui in regione esplodeva lo scandalo biogas.

cronica-de-una-muerte-anunciada1-gabriel-garcia-marquezLe dimissioni a raffica di questi ultimi giorni da parte dei membri del Cda in vista del prossimo commissariamento, al di là delle motivazioni dei singoli consiglieri che possono apparire legittime o meno, hanno per l’opinione pubblica tutto il sapore di un poco eroico abbandoniamo la nave. Qualcosa nel suo complesso di non troppo decoroso per chi riveste un ruolo di resposabilità in Banca Marche, scelte che creano senza dubbio ulteriore allarme e turbamento in una comunità e in un’opionione pubblica già provata dalla vicenda. Questo senza che vi sia una sola ragione concreta per lasciare il ponte di comando, stante l’attuale sospensione degli organi della banca e il loro prossimo scioglimento. Ma anche questa è stata la governance marchigiana espressa tramite le Fondazioni e i loro rappresentanti in Cda. Rappresentanti a loro volta espressione spesso del mondo imprenditoriale, associativo ed economico di tutta la regione e che riescono a orientare le scelte delle Fondazioni stesse. Un mondo assolutamente trasversale agli schieramenti politici in senso stretto ma più legato a singoli o a più blocchi di potere. E se nel maceratese questi rapporti appaiono meno strutturati con la politica e con l’economia nel suo complesso, nel centro-nord delle Marche sembra esistere invece un intreccio più forte che in certi casi giunge ad assomigliare a un vero e proprio sistema. Con Banca Marche al centro del gioco, del potere e della politica economica.

don_chichiotte969879_516293861770330_1594832557_nDavvero la cordata locale, insieme alle forze politiche ed economiche della regione, avrebbero potuto salvare Santiago Nasar dalla sua tragica fine? E se oggi Banca Marche – grazie soprattutto al cappello di Banca d’Italia – non finirà in una pozza di sangue, con il coltello nell’intestino sono finiti non solo tanti piccoli investitori ma anche le Fondazioni azioniste che hanno perso forse per sempre il loro patrimonio. E quella società marchigiana che traeva forte giovamento dalle erogazioni sui territori, oltre a tutte le imprese sane che si sono viste tagliati i rubinetti del credito per via delle eccessive esposizioni dell’istituto.

Quando una personalità di spicco e provatissima competenza come Rainer Masera, dopo il gettare la spugna di un’altra personalità del mondo bancario quale Francesco Cesarini, se ne va dalle Marche con notevole sdegno, viene naturale domandarsi quale sia davvero la governance locale che avrebbe potuto salvare Banca Marche. O se ciò a cui abbiamo assistito fin’ora non sia altro che la morte annunciata di un mito. Di una regione virtuosa che in parte non c’è più, spaccata tra interessi trasversali e centri di potere più o meno locali che hanno più o meno responsabilità nel disatro di Banca Marche. Vengono allora in mente, ragionando sulle provate virtù regionalistiche, le ingenue perplessità di Sancho Panza davanti alle lodi della bella Dulcinea tessute dal cavaliere innamorato Don Chisciotte. “Metteva tutt’al più qualche dubbio nel credere tante rare cose intorno alla bella Dulcinea del Toboso”, osservava acutamente lo scudiero, “mentre da che era al mondo non aveva mai udito nominare una tal principessa, benché fosse vissuto sempre vicinissimo al Toboso”.

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