Omicidio di Alika, la difesa fa ricorso:
«Ferlazzo non voleva uccidere
e la causa della morte non è provata»

DELITTO SUL CORSO DI CIVITANOVA - Dopo la condanna a 24 anni in primo grado per il 34enne, il suo legale, Roberta Bizzarri, ha presentato appello. Chiede che si faccia il rito abbreviato e ritiene si sia trattato di un omicidio preterintenzionale. Secondo l'avvocato non tornano i tempi per dire che la morte sia dovuta ad asfissia

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Filippo Ferlazzo

di Gianluca Ginella

Condannato a 24 anni dalla Corte d’assise di Macerata lo scorso 27 settembre per l’omicidio del 39enne nigeriano Alika Ogorchukwu, la difesa di Filippo Ferlazzo fa ricorso in appello e sottolinea due elementi chiave: che l’uomo non ha agito per uccidere e che non è detto che la causa della morte sia l’asfissia. L’omicidio di Alika è avvenuto su corso Umberto, a Civitanova, il 29 luglio del 2022. Alika, secondo l’accusa, è morto per asfissia dopo che Ferlazzo, 34 anni, lo aveva aggredito per il solo motivo che poco prima aveva fermato lui e la fidanzata per chiedere l’elemosina e aveva allungato una mano verso il braccio della donna, senza sfiorarlo.

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La vittima, Alika Ogorchukwu

Questo aveva spinto l’uomo a seguirlo sul corso a colpirlo con la stampella che Alika usava per sostenersi e una volta a terra a salirgli sopra e a soffocarlo. Una ricostruzione, almeno per la parte finale e per le motivazioni che spinsero Ferlazzo a uccidere, che la difesa contesta nel ricorso in appello. Prima di tutto l’avvocato Roberta Bizzarri, legale di Ferlazzo, rinnova la richiesta di giudizio abbreviato. Il legale nel ricorso presentato alla Corte d’appello di Ancona, dice che pur se non è più ammesso fare l’abbreviato per reati che prevedono come pena massima l’ergastolo, «tuttavia, laddove si proceda per un delitto punito con la pena dell’ergastolo e, successivamente, il giudice dia una definizione diversa al fatto rispetto a quella contenuta nell’imputazione, il rito diverrebbe ammissibile se il reato derubricato preveda una pena diversa e, quindi, inferiore». E qui sta il nodo, per la difesa: «gli elementi di prova raccolti all’esito delle indagini preliminari e, vieppiù quanto emerso nella fase dibattimentale del primo grado, portano inevitabilmente a derubricare il reato contestato in omicidio preterintenzionale, con conseguente ammissibilità del rito alternativo».

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L’avvocato Roberta Bizzarri, legale di Ferlazzo

Il legale spiega che «la condotta di Ferlazzo viene qualificata come omicidio volontario aggravato in base alla causa della morte, individuata dal medico legale in “asfissia acuta da strozzamento e shock ipovolemico da rottura della milza”. Il medico legale, Ilaria De Vitis, tuttavia, pur concludendo per la presenza di due concause di morte, nulla dice rispetto all’incidenza dell’una e dell’altra nel decorso causale che ha portato all’evento fatale, né se vi sia tra queste una prevalenza. In sede istruttoria la stessa pur confermando il proprio elaborato che individua due cause di morte concomitanti (asfissia e shock ipovolemico dovuto alla rottura a metà della milza), ha successivamente dichiarato, in udienza, che il decesso doveva ricondursi alla sola asfissia. La presenza, da un lato, di segni di asfissia e, dall’altro, dello shock ipovolemico dovuto alla rottura della milza, impongono un chiarimento ed un approfondimento non ricavabili dalla relazione depositata».

Il legale cita poi il consulente della difesa, il medico legale Alessia Romanelli «che fa emergere molteplici dati suggestivi della prevalenza dello shock ipovolemico sull’asfissia con la conseguenza di una palese attestazione che l’evento fatale sia stato determinato dall’emorragia dovuta alla lesione della milza».

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L’omicidio in corso Umberto I

Romanelli, continua il ricorso: «ha, innanzitutto, chiarito che l’asfissia si manifesta in quattro fasi: dispnea inspiratoria, dispnea espiratoria, apnea e fase agonica terminale. Dette fasi impiegano dai 4 minuti (in persona anziana e sui bambini) ai 6 minuti (in soggetto sano) per realizzarsi (tempistica confermata anche dalla De Vitis). Dal video si rileva che l’aggressione ha una durata complessiva di soli 2 minuti e 10 secondi, comprendenti: l’inizio della colluttazione, la parte in cui Ferlazzo mette le mani al collo di Alika in maniera intermittente, la parte in cui l’imputato è impegnato a sistemarsi con cura l’orologio al polso e, ovviamente, non costringe più il collo della vittima che, nel frattempo, continua a muoversi». E ancora: «un dato è certo, in quanto documentato dal video, che la condotta di strozzamento ha avuto un’influenza minima sul decorso causale che ha portato alla morte della vittima».

Sulla sentenza di primo grado: «La Corte di Assise ha dato per certo che la causa della morte della vittima fosse ascrivibile, “al di là di ogni ragionevole dubbio”, al meccanismo asfittico determinato dall’azione violenta di Ferlazzo” che si poneva sopra il torace (e non sopra i glutei, come emerge agevolmente dalla visione del filmato) della vittima, costringendola a rimanere a terra e cingendola al collo da dietro con il braccio così da impedire la respirazione. È evidente – dice ancora la sentenza, ndr – , che la posizione (dapprima) prona della vittima, il peso e la forza esercitati con il corpo da parte dell’imputato, nonché l’azione costrittiva del collo posta in essere dallo stesso, con le mani e con il braccio, abbiano contribuito ad abbreviare i tempi di una normale asfissia”, portando così la vittima a morire in poco più di 2 minuti. Dalle evidenze processuali, è emerso esattamente il contrario: all’esito dell’istruttoria, sono rimasti privi di spiegazione i dubbi sollevati dalla difesa in ordine alla morte per asfissia e si è potuto acquisire un dato, certo ed univoco, relativo alla totale assenza di volontà nel Ferlazzo di uccidere la sua vittima.

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Un’immagine della brutale aggressione sul corso

Su questo aspetto, infatti, tutti gli esperti in psicologia e psichiatria sentiti nel processo e, in ultimo, lo stesso perito nominato dalla Corte, Renato Ariatti, hanno concordato sull’assenza di animus necandi (volontà di uccidere, ndr). Quanto emerso all’esito del dibattimento in ordine alle cause del decesso ed in ordine alla personalità di Ferlazzo e alla sua patologia, avrebbe dovuto condurre la Corte di Assise a riqualificare il fatto in omicidio preterintenzionale, visti i dubbi sollevati in punto di causa di morte e vista altresì la totale assenza nel Ferlazzo di intenti omicidiari».

La Corte di Assise, dice ancora l’avvocato Bizzarri nel ricorso «ha omesso di considerare altre risultanze processuali dalle quali è emerso, in maniera inequivocabile, che nell’imputato non vi fosse alcun intento omicidiario. In punto di elemento psicologico, sono chiare e convergenti le conclusioni di tutti gli esperti in materia psichiatrica sentiti in dibattimento i quali, dopo i colloqui clinici con l’imputato e l’esame della cospicua documentazione sulla sua storia psichiatrica, pur non ravvisando in Ferlazzo un vizio di mente neanche parziale (ad eccezione della dottoressa Vagni), hanno escluso che abbia agito con l’intento di uccidere la vittima. Detta conclusione è coerente sia con quanto riferito da Ferlazzo in sede di interrogatorio di convalida, sia nel corso dei colloqui clinici svolti in sede di perizia e con la dinamica dei fatti ripresa nei video in atti».

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La vedova di Alika, Charitu, con il suo legale, l’avvocato Francesco Mantella

Cita poi il perito nominato dalla Corte d’assise, Renato Ariatti, in merito alla volontà di uccidere: «il perito ribadisce che Ferlazzo ha un “assetto di personalità marcatamente disfunzionale” anche se il suo disturbo non assume valore di infermità tale di inficiare la capacità di discernimento e volizione fino a soddisfare il gradiente del “grandemente” come richiesto dal codice penale. Tuttavia, in perizia si legge che “…la sequenza che il periziando riporta, e di cui, conserva memoria, non suggerisce la comparsa di disturbi percettivi o ideativi, ma esclusivamente la volontà di tentare un chiarimento per qualcosa vissuto come gravemente lesivo dell’onore suo e della compagna, e che poi degenera con ogni probabilità ben oltre le intenzioni iniziali, fino ad una colluttazione che avrà esiti tragici, e non preventivabili all’inizio. In questo senso la ricostruzione che il Ferlazzo fa appare genuina, priva in nuce di un animus necandi già radicato”.

Il perito ha evidenziato, quindi, l’assenza in Ferlazzo di qualunque volontà omicida a monte dell’azione, compiuta solo ed esclusivamente in risposta ad un sentimento di paura che lo ha pervaso e accompagnato in tutto il corso della colluttazione; reazione questa tipica di un soggetto con un disturbo di personalità grave come quello dell’imputato che, tuttavia, non arriva a soddisfare i requisiti per essere considerato infermità di mente». L’avvocato infine ritiene vi sia «l’incompatibilità di Ferlazzo al regime carcerario» e chiede il «collocamento in idonea struttura».

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Il pm Claudio Rastrelli

IL PROCESSO – Davanti alla Corte d’assise di Macerata l’accusa è stata sostenuta dal pm Claudio Rastrelli che ha anche coordinato le indagini sul delitto. Il pm aveva chiesto la condanna all’ergastolo e nel corso della requisitoria ha detto: «Se Ferlazzo all’inizio voleva un chiarimento, è pacifico che poi volesse uccidere e l’ha fatto con una presa molto conosciuta nelle arti marziali, detta la cravatta, che lui conosce anche se nega di averla usata. E’ un dolo d’impeto causato dalla rabbia che caratterizza la vita dell’imputato. Va condannato all’ergastolo per omicidio volontario aggravato dai futili motivi, non si possono concedere le generiche».

Al processo erano parte civile la vedova di Alika, Charity, e altri cinque familiari del 39enne ucciso. Ad assisterli l’avvocato Francesco Mantella.

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