«Non siamo agnelli sacrificali»
I ristoratori temono il default

ZONA ARANCIONE - Dalla montagna alla costa le voci di chi torna a lavorare solo con l'asporto dopo una settimana di "zona gialla". Daniele Pascoli (Pieve Torina): «Sono preoccupato per i miei dipendenti». Stefano Alessandrini (Porto Sant'Elpidio): «Lavorando così non copriamo nemmeno le spese». Domenico De Angelis (Potenza Picena): «La comunicazione è zero. Non si può decidere oggi alle 15 cosa fare domani»
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Daniele Pascoli, titolare del Panificio Fronzi di Pieve Torina

 

di Federica Nardi

C’è chi invoca il lockdown totale, chi invece vuole frontiere regionali e comunali aperte e regole certe, chi non sa se la sua attività resisterà alle restrizioni. C’è grande fermento nel mondo degli artigiani della ristorazione, che si trovano di nuovo nell’incertezza economica con il ritorno delle Marche in zona arancione dopo una settimana di zona gialla.

Daniele Pascoli, titolare del panificio Fronzi a Pieve Torina, è preoccupato anche per i dipendenti. Questa settimana, spiega «abbiamo lavorato bene e c’è stato giro. Ma sono molto preoccupato. Non avendo lavorato così tanto a Natale, ci troviamo in difficoltà. Con la zona arancione non mi troverò tanto bene. Ci manca solo di mettere i dipendenti in cassa integrazione, cosa che ho evitato perché visto il precedente di marzo/aprile quando i pagamenti sono andati molto alla lunga, ho cercato di far finire le ferie e adesso di riprenderli tutti a lavoro». Ma con la zona arancione lavorare non è semplice. «Qua la maggior parte della gente è tutta anziana, l’asporto nemmeno lo concepiscono. Noi lavoriamo soprattutto nei weekend e con il passaggio di chi va in montagna: a Frontignano, Castelluccio o Macereto. Con la zona arancione è come stare chiusi. Io l’unica cosa che vorrei è che riaprissero tutte le frontiere ma con delle regole. Che la gente le rispetti ma riaprendo i Comuni e le Regioni perché il lavoro qui manca. Il terremoto a confronto della pandemia è stato molto più semplice. Perché c’è stato movimento, abbiamo cercato lavoro altrove. Il problema di adesso è che la pandemia è ovunque e il lavoro è fermo».

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Stefano Alessandrini

Anche sulla costa la situazione non è rosea. Stefano Alessandrini della Trattoria 37 di Porto Sant’Elpidio, spiega che «lavorando così, solo infrasettimanale e a pranzo, non copriamo nemmeno le spese. Non ha senso». Alessandrini preferirebbe «un lockdown come era ad aprile, per salvare almeno la prossima stagione primaverile. Chiudendo solo ristoranti e bar la curva non si è abbassata. Chiedo anche controlli da parte delle forze dell’ordine, perché in giro si vedono assembramenti di ragazzi ammucchiati. L’unica categoria penalizzata è quella dei bar e dei ristoranti. A questo gioco la mia categoria non ci sta più. Fino a ora abbiamo rispettato le regole e fatto sacrifici. Adesso non saremo più complici di questo sfascio. Io devo stare chiuso e trovo il mercato settimanale strapieno di gente? Vedo il sabato e domenica i negozi aperti. Un accanimento verso la ristorazione non è più possibile. A meno che non arrivano ristori veri, sul fatturato annuo e non mese su mese». A questo, prosegue Alessandrini, si aggiunge una grande incertezza sulle disposizioni che si susseguono di settimana in settimana: «Domani non sappiamo cosa fare. È possibile? Abbiamo un presidente di Regione che si lamenta che non meritavamo l’arancione, quando lui in zona gialla aveva già chiuso le scuole. Una classe politica inadeguata a livello regionale e nazionale. Non c’è nemmeno una risposta dei sindacati. Siamo abbandonati da tutto e da tutti. Io sono disponibile a fare un lockdown serio. Devono chiudere tutte le attività non essenziali. Oppure il ristorante, una volta che mi dici le distanze da mantenere, è facile da controllare. Entri, lo vedi subito se non sto in regola. Mancano i controlli e soprattutto le sanzioni per chi non rispetta le normative. C’è bisogno che qualcuno si prenda le responsabilità a livello politico, regionale e nazionale. Acquaroli, se c’è un problema si chiude – conclude Alessandrini rivolto al governatore -. Perché noi non siamo più disposti a essere l’agnello sacrificale del commercio».

A Potenza Picena Domenico De Angelis dello stabilimento-ristorante Giamirma chiede soprattutto comunicazioni più chiare. «Le scelte non le contesto, la cosa più sbagliata è la comunicazione. Uno non può decidere oggi alle 15 quello che dobbiamo fare domani. La comunicazione è zero. Veniamo da una settimana gialla, ora ci dice che da domenica siamo arancioni ma a quest’ora non so ancora se domani posso stare aperto o fare solo asporto. Il decreto vecchio finisce oggi, menzionava che il fine settimana eravamo arancioni, quello nuovo parte da domenica. La gente mi chiama per prenotare, devo rispondere che non lo so nemmeno io. Non si possono trattare le attività in questa maniera». In più l’asporto non è molto redditizio: «La mia attività è sul mare quindi è difficile lavorare con l’asporto, nonostante qualche cliente che ci conosce viene ugualmente. E adesso, per quando riapri e cominci a riprendere la routine, chiudiamo di nuovo. L’asporto non ci cambia la vita né ripaga le spese, se siamo arancioni starò aperto solo nel weekend».

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