“Noi non molliamo,
chi ha ucciso mio padre
non la passerà liscia”

PIORACO - Jennifer Sarchiè e Ave Palestini, figlia e moglie del commerciante assassinato, oggi sono tornate nei luoghi dove l'uomo vendeva il pesce. La ragazza: "Nei prossimi giorni potrebbero esserci risvolti positivi nelle indagini. Mai offeso il parroco di Seppio"
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Jennifer Sarchiè e la madre Ave Palestini

L’incontro di oggi con Jennifer Sarchiè e la madre Ave Palestini

di Monia Orazi

“Non molliamo, siamo sempre qui e non molliamo”. Lo ripetono insieme, madre e figlia, Ave Palestini (moglie di Pietro Sarchiè) e Jennifer Sarchiè, che a tre mesi di distanza dall’omicidio del commerciante di pesce sono tornate per l’ennesima volta a rivedere quel luogo che per il loro caro era il “secondo paese, un posto che amava tantissimo ed in cui ci diceva che gli sarebbe piaciuto vivere”. Questa volta però le due donne non sono in visita di cortesia, hanno accompagnato l’inviato di una testata giornalistica nazionale, per ricostruire l’ultimo viaggio di Pietro Sarchiè, quella mattina maledetta del 18 giugno, l’ultimo probabilmente della sua vita. “Le indagini stanno procedendo lentamente, perché attorno alla morte di mio padre ci sono molti dettagli ed indizi e gli accertamenti tecnici richiedono tempo per essere completati – racconta Jennifer Sarchiè – nei prossimi giorni potrebbero esserci risvolti positivi. Vogliamo ringraziare il procuratore e tutti coloro che stanno lavorando, perché sono molto scrupolosi. Veniamo qui una volta a settimana, a Pioraco, a Seppio, nei luoghi dove andava nostro padre, a vedere le targhe che gli hanno dedicato. La nostra continua presenza sta a testimoniare che chi ha commesso questo atroce delitto non la passerà liscia, noi cercheremo verità e giustizia. A queste persone che hanno distrutto la nostra famiglia, staremo col fiato sul collo finché non saranno processate, finché non saranno assicurate alla giustizia”.

fiaccolata_pietro_sarchiè (16) Le due donne sono rimaste colpite dalla vicinanza di tanti abitanti, di tante persone che conoscevano Pietro: “Molte persone ci sono vicine, ci hanno mostrato la loro solidarietà, anche tramite internet. Lanciamo ancora un appello che chiunque sappia qualcosa, lo dica a noi, alle forze dell’ordine, alla procura anche in forma anonima. Ci chiediamo, se qualcuno ha visto, perché non parla, come fa a stare tranquillo, c’è la nostra famiglia distrutta e che soffre. Ogni dettaglio, ogni particolare può essere utile alle indagini. Chi ha commesso questo omicidio deve andare dentro e restare rinchiuso, con una condanna esemplare e la certezza della pena. Vogliamo avere verità e giustizia”. Jennifer Sarchiè, poi, risponde alla lettera che il parroco di Seppio, don Mario Cardona, ha inviato ai giornali per chiarire i fatti relativi al ritrovamento di uno scooter, appartenente ad uno degli indagati, in un locale di proprietà della parrocchia: “Non l’ho offeso, né detto niente di ché, né usato parole violente come lui mi ha detto. Ho soltanto detto che lo scooter, se stava lì, doveva essere specificato il 10 luglio quando è stato interrogato, non che gli inquirenti ci sono dovuti arrivare da soli. La tempistica a me non interessa, se è stato messo prima o dopo, ma come figlia me la faccio questa domanda, perché lo scooter era a casa di un’altra persona? Capirlo è compito degli investigatori, non ho detto nulla, mi baso solo sulle notizie che stanno uscendo. Mio padre è stato ucciso a Seppio, il prete è di Seppio, mi sarebbe piaciuto conoscerlo prima, per incontrarlo se ne parla alla fine delle indagini”.

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