Tour a casa Bianconi, Crognaletti:
«Vietati manganelli, pistole e pugnali»

CRAC BANCA MARCHE - L'imprenditore jesino protagonista nel programma "Di Martedì" in onda ieri su La7. Tra gli intervistati Marco Ricci di Cronache Maceratesi che ha parlato di tangenti: "Secondo la procura il palazzo di via Archimede a Roma serviva a mascherarle"
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Daniele Crognaletti

Daniele Crognaletti

Il tour a casa Bianconi, il crac di Banca Marche, il suo ex direttore generale Massimo Bianconi e l’indagine della Procura di Ancona tornano in televisione. Dopo le interviste a Marco Ricci di Cronache Maceratesi a Mi manda Raitre e “La Gabbia” di La7 (leggi l’articolo), ad occuparsi del caso all’interno di una puntata dedicata alle banche è stato ieri sera “Di Martedì”, seguitissimo programma di Giovanni Floris che ha ospitato  tra gli altri Enrico Zanetti, sottosegretario Ministero Economia e Roberto Nicastro, presidente di Banca Marche, CariFerrara,  Popolare dell’Etruria e CariChieti.
Nel corso della puntata è andato in onda il servizio “Affari sporchi” realizzato a Jesi dal giornalista Andrea Scazzola.
Ai microfoni de La7 Daniele Crognaletti, imprenditore di Esitour, intervistato da Scazzola in merito al toru degli onesti che il prossimo 17 gennaio partirà alla volta di casa Bianconi: «Non sono ammessi – ha chiarito – manganelli, pugnali o pistole, vogliamo solo chiarezza, non farci giustizia».

Marco Ricci con Scazzola

Marco Ricci con Scazzola

Scazzola è arrivato nel discusso palazzo di via Archimede, 96 dove risiede l’ex direttore generale per chiarire: «Pare che da una settimana abbia iniziato il trasloco. Questo immobile è per la procura un bel modo di mascherare tangenti». 
A dar manforte al giornalista Marco Ricci che davanti al quartier generale di Fontedamo di Jesi ha dichiarato con amarezza: «Bianconi aveva qui il suo ufficio, con tanto di palestra e buchetta da golf. Anche la banca è andata in buca».
Affrontato anche il tema delle tangenti: «Il metodo ricostruito dalla procura è semplice. Si avviava una trattativa per la vendita e l’acquirente dava una caparra alla famiglia, poi la stipula saltava e i soldi erano ormai stati incassati».

(a.p.)

 



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