Banca Marche, le fandonie
e lo scaricabarile su Bankitalia

ANALISI - Una storia di responsabilità politiche e penali. Si confondono le acque ai risparmiatori che hanno perso i loro investimenti. L'indice andrebbe puntato su chi i disastri li ha creati e non sempre verso chi in un modo o nell'altro prova a risolverli
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Ricci Marco

di Marco Ricci

Estate del 2013, Rainer Masera è nominato presidente di Banca Marche dopo le dimissioni di Lauro Costa. Se ne andrà dalle Marche lasciando una lettera piuttosto pesante, dopo aver osservato stupito come in Regione l’influenza di alcuni personaggi si misuri ancora con la più o meno vicinanza ad Arnaldo Forlani. Interpellato da Radiocor, Masera ha affermato come la Banca Marche si sarebbe potuta salvare, senza necessità di commissariamento, se nel 2013 fosse stato portato a compimento un aumento di capitale da 450 milioni di euro. L’aumento, lo ricordiamo, sfumò anche per il defilarsi di quella cordata locale – promessa a Masera prima che accettasse l’incarico dall’ex ministro Francesco Merloni in un incontro in Banca d’Italia con Visco – e molto sponsorizzata dall’allora presidente della regione, Gian Mario Spacca. “L’esigenza finanziaria – dice Masera era basata su una valutazione rigorosa dei crediti della banca”. All’istituto, aggiunge il banchiere comasco, serviva in quella fase un sostegno governativo simile ai Monti bond concessi in precedenza al Monte dei Paschi di Siena. “Ma mi dissero di no”. Il Governo di allora era guidato dal piddino Enrico Letta, mentre il ministro dell’Economia era Fabrizio Saccomanni.

Il quartier generale di Banca Marche a Fontedamo di Jesi

Il quartier generale di Banca Marche a Fontedamo di Jesi

Seppure in quella fase non tutto il portafoglio crediti era stato ancora controllato e la crisi economica non aveva ancora fatto saltare moltissime altre aziende marchigiane affidate da Banca Marche (il credito deteriorato arriverà alla fine a sfiorare i 7 miliardi di euro, nel 2011 valeva meno di 2 miliardi), quel nuovo capitale avrebbe evitato che i parametri patrimoniali scendessero sotto i limiti di vigilanza, costringendo la Banca d’Italia a commissariare l’istituto. E’ stata quindi, nelle parole di Masera, una scelta politica diversa da quella messa in campo per Mps a dare il colpo di grazia alla banca, anche se, va ricordato, non si trovò nessuno disposto a investire capitale in Banca Marche, né in quel momento né nei successivi due anni di commissariamento, con l’ex Credito Fondiario che si sfilerà infine dall’operazione.

Rainer Stefano Masera, presidente dimissionario di Banca Marche

Rainer Stefano Masera, presidente dimissionario di Banca Marche

La ricostruzione di Masera si inserisce in un contesto in cui, anche dalla politica, è partito un fuoco di fila sulla Banca d’Italia, con diversi esponenti Pd – tra cui la sempre presente senatrice marchigiana Camilla Fabbri e il premier Matteo Renzi – che concordano sull’istituzione di una commissione d’inchiesta per far luce sulla vigilanza effettuata su Banca Marche, Carife, PopEtruria e Carichieti da Via Nazionale e da Consob, come proposto da Renato Brunetta. Tutti ovviamente chiedono molto poco del perché si è ceduto davanti ai niet della Commissione europea o su come sono state amministrate queste banche. Ed è deprimente, soprattutto per il rispetto dovuto ai tanti piccoli investitori già dolorosamente colpiti dall’esito dei dissesti, leggere vere e proprie inesattezze o dichiarazioni prive di alcun fondamento. A partire, ovviamente, dalla presunta mancata Vigilanza di Banca d’Italia, come affermano a spron battuto anche molte associazioni a tutela dei risparmiatori le quali, fino all’altro ieri, non avevano mai proferito parola. Tra queste ci sono il Codacons e l’Adusbef dell’onnipresente (di solito in televisione) Elio Lannutti, famoso nelle vicende Banca Marche per aver inveito contro la Banca d’Italia (ovviamente), rea di aver prorogato il commissariamento dell’istituto per un anno in spregio della legge, il tutto (ovviamente) nel silenzio dei giornalisti asserviti al potere come riferì lo stesso Lannutti. Peccato che sempre Lannutti, nell’occasione, avesse preso in considerazione l’articolo sbagliato del Testo unico bancario.

Per Banca Marche, se c’è una verità incontrovertibile e che abbiamo documentato carte alla mano in diverse occasioni, è come la Vigilanza – a differenza ad esempio anche di tutte le forze di polizia e della magistratura che solo oggi ipotizza una “pluralità indeterminata di reati” e a differenza dei sindacati e delle associazioni di categoria che mai si resero conto di nulla – sia stata l’unica autorità ad accorgersi delle anomalie amministrative, a segnalarle agli amministratori della banca e, ripetutamente, nel corso degli anni e a partire dal 2007, a sanzionarli. Questo senza avere di fatto altri poteri che quello del commissariamento, circostanza che di solito è l’ultimissima ratio, poiché un’amministrazione straordinaria, di per sé, rischia di aggravare una situazione se non altro per via della perdita di fiducia davanti a una banca commissariata. Alcuni verbali giunti in Banca Marche, ad esempio quelli seguiti alle ispezioni del 2010 e del 2011 e di cui abbiamo riportato i contenuti più di un anno fa (leggi l’articolo), furono durissimi. Ma da quanto sembra ben pochi effetti produssero su chi era tenuto a leggerli, e pochi ricordano come la procura di Ancona ipotizzi il reato di ostacolo all’attività di vigilanza. Motivo? Alterazione del sistema informatico durante l’ispezione di Banca d’Italia in Medioleasing.

Il Governatore di Banca d'Italia, Ignazio Visco

Il Governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco

Tra i moltissimi rilievi giunti in Banca Marche c’è poi la ben nota comunicazione del 9 gennaio del 2012 in cui Ignazio Visco – minacciando il commissariamento della banca – impone all’istituto tutta una serie di compiti da portare a termine in brevissimo tempo, tra i quali, ad esempio, l’immissione nel Cda di componenti con comprovata esperienza in banche di medie o grandi dimensioni. Fu seguito questo perentorio invito, considerando come la Banca d’Italia non avesse potere né di nominare né di rimuovere gli amministratori? Ad eccezione di Fondazione Carima che introdusse in Cda due provati banchieri i quali subito si resero conto delle anomalie e non votarono la semestrale del 2012 – l’ultima chiusa in attivo da Banca Marche – con poche eccezioni le Fondazioni riproposero amministratori già più volte sanzionati da Via Nazionale, tra cui il presidente Lauro Costa e il vice presidente Michele Ambrosini. Ma non solo, la Fondazione di Jesi inserì in Cda il suo ex presidente, Federico Tardioli. Al di là del rispetto per la persona, Tardioli era un banchiere? No, un anestesista. Un medico il quale, nel momento più critico della vita dell’istituto, divenne vice presidente di Banca Marche. Via Nazionale gli contesterà i requisiti, ma nulla valse davanti all’integrazione di documentazione presentata dalla banca, tra cui la dichiarazione di un dirigente Asur il quale attestava come Tardioli, in veste di primario, avesse sempre rispettato i budget a lui assegnati. Permettendoci una battuta, con il senno di poi al limite sarebbe stato necessario un rianimatore.

L'ex dg di Banca Marche, Massimo Bianconi

L’ex dg di Banca Marche, Massimo Bianconi

Si dimentica poi come l’oggi tanto discusso ex direttore generale di Banca Marche, Massimo Bianconi, non venne allontanato su impulso del consiglio di amministrazione di Banca Marche ma su impulso della Banca d’Italia. Nonostante i verbali del 2010 e del 2011 fossero letteralmente un bagno di sangue, nonostante la citata lettera di Visco chiedesse già di provvedere “per tempo” ad individuare un nuovo direttore generale (Banca d’Italia non aveva il potere di rimuovere Bianconi né di inserire nuovi dirigenti apicali, come Via Nazionale aveva richiesto) il tono del passaggio è chiaro ma non sufficiente al Cda che ancora concedeva a Bianconi la quasi totale fiducia. Dunque, il 12 giugno del 2012, arriva in Banca Marche una seconda comunicazione di Banca d’Italia, la ben nota lettera in cui – dopo l’emergere durante un’ispezione in Banca Tercas di un cambio di assegni effettuato per conto di Bianconi da un funzionario dell’istituto marchigiano – il tono della Vigilanza diventa ancora più perentorio. “Tali operazione – è scritto – evidenziano profili di opacità che non appaiono coerenti con la deontologia professionale che deve connotare l’operato dell’alta dirigenza bancaria”. E’ la classica buccia di banana, e a quel punto Bianconi lascerà Banca Marche. Ma lo farà solo dopo che il Cda delibererà per l’ex dg una buonuscita da 2.3 milioni di euro, con il presidente Costa a rilasciargli addirittura una lettera di encomio (leggi l’articolo). E tutto ciò è responsabilità della Banca d’Italia?

lettera bianconi 0

Ma non finisce qui. Perché è una nuova comunicazione di Visco del 25 giugno del 2013 che di fatto impone a Banca Marche di individuare subito un nuovo presidente dopo le dimissioni di Costa e Ambrosini e di procedere celermente ad un aumento di capitale tra i 300 e i 400 milioni, con Via Nazionale che si riserva di valutare “eventuali ulteriori necessità patrimoniali alla luce delle risultanze degli accertamenti ispettivi in corso e del processo annuale di revisione e valutazione prudenziale”. E  se, dopo mesi di assenza di un presidente, finalmente le Fondazioni chiameranno Masera, l’aumento di capitale che – a parere del banchiere di Como – avrebbe potuto salvare Banca Marche, non si aprirà mai. E quei nuovi manager che Banca d’Italia aveva chiesto da mesi che venissero inseriti in Banca Marche? Il nuovo direttore generale, Luciano Goffi, dovette sostanzialmente minacciare le proprie dimissioni per allontanare dall’istituto tutti gli ex vice direttori che avevano affiancato Bianconi negli ultimi anni. Premesso che non può che valere la sacrosanta presunzione di innocenza, quei vice direttori sono tutti indagati dalla procura di Ancona per associazione a delinquere e per svariati altri reati.

Se lo scaricabarile marchigiano tende a nascondere la responsabilità dei poteri che controllano le Fondazioni – poteri in grado di fatto di auto-eleggere i loro rappresentanti in Banca Marche – oltre alle responsabilità di un sistema economico e sociale a dir poco opaco e omertoso, lo scaricabarile si ripresenta a livello nazionale, come  se la procedura di risoluzione che ha portato alla nascita delle quattro nuove banche fosse una norma approvata non dal parlamento italiano ma dalla Banca d’Italia.

Carmelo Barbagallo

Carmelo Barbagallo

Questo quando proprio l’attuale responsabile dell’autorità preposta a gestire le crisi, Stefano De Polis, aveva già da tempo difeso in Europa gli interventi preventivi del Fondo interbancario usualmente utilizzati in Italia per superare i dissesti, come si può banalmente verificare da documenti reperibili sul sito internet di via Nazionale o dalle parole pronunciate solo pochi giorni fa in commissione Finanze della Camera dal capo della Vigilanza, Carmelo Barbagallo (leggi l’articolo), parole non smentite da alcuno. Come non c’è smentita al ricordare di Barbagallo di tutte le precedenti richieste di Banca d’Italia per avere maggiori poteri di intervento a fronte delle cattive gestioni e di impedire per legge di vendere certi prodotti ai piccoli risparmiatori. Richieste fatte al parlamento e cadute nel vuoto.

renzi a riminiVenendo alle altre sparate, ad averla buttata in politica è stato in primis Matteo Renzi – seguito dal presidente regionale Luca Ceriscioli e dalla solita senatrice Pd Camilla Fabbri – con l’orgogliosa sparata masochista di aver salvato i quattro istituti attraverso il famoso decreto salva-banche. Dunque le opposizioni, che a loro volta forse non hanno mai letto il decreto, se la prendono con il Governo. Peccato però che quel decreto di dieci righe di fatto non fa altro che ratificare decisioni già prese, cioè l’avvio di quell’ultima possibilità rimasta prima del bail-in o della liquidazione coatta amministrativa delle banche. Operazione, oltretutto, messa in campo dall’Autorità costituita in seno alla Banca d’Italia, autorità che ha pedissequamente seguito le norme di legge. Renzi, in soldoni, si è sostanzialmente vantato per aver convocato un Cdm di domenica pomeriggio all’ora del thé. E tutti ci sono caduti, confondendo ancora di più i risparmiatori già provati dai dissesti.

Il vero punto politico che sfugge, la vera carenza del governo ma più in generale del sistema Italia, non è stata l’emanazione del decreto salva-banche, dieci righe obbligate, ma la sconfitta del paese davanti ai pretestuosi niet dell’Unione Europea ad un intervento del Fondo interbancario per ripatrimonializzare con 2 miliardi di euro Banca Marche, Carichieti, Carife e PopEtruria. E’ stato quel cedimento a portare all’azzeramento totale del valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate, oltre a creare un danno enorme a tutto il sistema bancario italiano, non tanto per i miliardi di euro versati a fondo perduto per ripianare le perdite dei quattro istituti, ma per l’instabilità e la sfiducia che ha creato nei confronti di ogni banca, anche di quelle sane e ben gestite. E questo è avvenuto nonostante le centinaia di miliardi di euro di vero denaro pubblico utilizzato da Germania, Francia, Spagna, Grecia per salvare i loro istituti di credito. Più che una sconfitta è stato un tracollo politico. Si dimentica poi come l’Italia, dunque il governo e il parlamento, abbiano approvato la necessaria normativa sui salvataggi bancari solo il 16 novembre, con un anno di ritardo e dopo l’apertura di una procedura di infrazione. Se non si fosse arrivati con l’acqua alla gola per colpa della politica, magari le cose sarebbero andate diversamente.

Dal punto di vista concreto, inoltre, è ancora una presa in giro nei confronti di tanti azionisti affermare che, con una soluzione diversa, i loro investimenti sarebbero stati garantiti e che i loro risparmi sono andati in fumo per via della risoluzione. E’ l’ennesima balla populista perché, al di là della della cessione dei crediti deteriorati che ha coinvolto più che altro gli obbligazionisti subordinati, senza commissariamento la vecchia Banca Marche sarebbe già fallita da tempo, con tutto il danno aggiuntivo che ciò avrebbe procurato. Da quanto sappiamo, il patrimonio rimasto – nel complesso dei quattro istituti – si aggirava ormai intorno ai 100 milioni di euro. Per rendersi conto, nel 2011 il patrimonio della sola Banca Marche ammontava a quasi un miliardo e mezzo di euro. Le azioni, di fatto, non valevano ormai praticamente più niente, risoluzione o non risoluzione. I risparmi, purtroppo, erano praticamente già andati in fumo.

Nelle Marche, per chiudere il cerchio, continuano ancora imperanti le teorie del complotto giudo-pluto-massonico, un complotto nato da anni per affossare la banca e portarla via al territorio, neanche stessimo parlando – con tutto il rispetto – di JpMorgan. La cosa è ridicola per quattro semplici motivi. Il primo, che la soluzione finale è la peggior soluzione (e la più costosa) per tutto il sistema bancario, come ricordato più volte dalla stessa Abi.  Il secondo, che per controllare una banca non c’è affatto bisogno di azzerare i vecchi azionisti, come ben sanno i piccoli risparmiatori di Banca Marche che con il 30% delle quote non avevano neppure un rappresentante in Cda. Il terzo, che se azzeri un patrimonio, poi ricostituirlo ti costa di più, in particolare se quel patrimonio è andato perduto per coprire sofferenze ormai cedute. Quarto, solo per Banca Marche il sistema bancario ha investito 2 miliardi di euro, quando con 1.2 miliardi ti prendevi la banca buona, quella cattiva dove sarebbe nascosto il famoso tesoretto e il controllo totale della banca. Questo grande affare, dunque, forse non c’era. E in ultimo, per chiudere con una battuta, se fosse stato tutto un complotto sarebbe  stato indubbiamente il complotto peggio riuscito della storia.

Concludendo, non si può certo dire che tutto abbia funzionato, partendo ad esempio del coordinamento tra Banca d’Italia e Consob nell’occasione dell’aumento di capitale 2012, ma sopratutto dalle tante lacune normative, chiedendosi magari se i verbali ispettivi sia utile possano essere resi per legge pubblici almeno in parte o se l’Italia debba dotarsi di una super-procura contro i reati bancari e finanziari. Ma ai risparmiatori che hanno perso i loro investimenti si potrebbero comunque risparmiare un po’ di sparate, puntando l’indice, magari, su chi i disastri li ha creati e non sempre verso chi in un modo o nell’altro prova a risolverli. Anche perché questa è spesso una vecchia tecnica utilizzata per confondere le acque.



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