Assemblea regionale del Pd:
Unione Sovietica anni Cinquanta

IL COMMENTO di Fabrizio Cambriani - Celebrata in un comunicato stampa della segreteria dem come espressione massima di democrazia e partecipazione, è stata in realtà una proposta non discutibile e nemmeno emendabile. Con un'unica opzione: approvarla
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di Fabrizio Cambriani 

In un clima surreale si è svolta ieri pomeriggio l’assemblea regionale del Partito Democratico. Non tanto nella forma e perché realizzata in via telematica, quanto piuttosto per i suoi contenuti. All’ordine del giorno la regolamentazione per le candidature alle prossime regionali. Apparentemente, tutto come da ordinaria amministrazione. Invece, questi intellettuali coevi che gestiscono il partito hanno avuto davvero una sfavillante idea. Confezionare a scatola chiusa una proposta secca non discutibile e nemmeno emendabile. Poi, sottoporla a ogni componente dell’assemblea con un’unica opzione: approvarla. Pare che l’unico precedente reperibile nei manuali di storia contemporanea risalga al marzo del 1929. Quando, cioè il gran Consiglio del partito nazionale fascista produsse la famosa lista unica, che gli italiani furono chiamati ad approvare in blocco.

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Giovanni Gostoli, segretario regionale del Pd

Coronavirus o no, non credo sia stata scritta ieri una edificante pagina di storia del partito. E temo che si sia solo all’inizio di un percorso di dissoluzione irreversibile, iniziato circa una ventina di anni fa. Un precipitare degli eventi che, come un fiume in piena, travolge tutto: valori, principi, codici. Ma soprattutto umilia la sensibilità delle persone chiamate a partecipare, quali massimi protagonisti, a questo cupio dissolvi. A metà, tra le tanto derise consultazioni online, sulla piattaforma Rousseau, del Movimento 5 Stelle e la lista unica di stampo fascista, del secolo scorso. Le squalifica nella loro intelligenza, privandole del loro contributo. Le mortifica cassando, sin da subito, ogni forma di dibattito. Le derubrica a semplici robot, trasformandole in fredde e insignificanti espressioni di voto. Un metodo che chiunque definirebbe indegno in un qualsiasi regime sudamericano. Un atteggiamento gravido di bieca protervia, che – fossimo altrove – richiederebbe l’intervento degli osservatori internazionali. Invece questi qua, come se niente fosse, si fregiano addirittura dell’aggettivo di democratico. E nelle loro carte fanno orgogliosamente e pomposamente riferimento ai valori della Carta costituzionale. Ovviamente, qualcuno come per esempio, Antonio Mastrovincenzo si è rifiutato di votarla e li ha liquidati con laconico arrivederci e grazie.

Eppure, il comunicato stampa, inviato a tutte le redazioni, celebra l’evento come espressione massima di democrazia e partecipazione. Parla di progetti di contenuti e di consultazioni, ma tace con quali modalità siano state proposte al massimo organismo decisionale. Roba della peggiore Unione Sovietica degli anni Cinquanta. Ormai è chiaro a tutti che siamo ai titoli di coda. Che, tempo tre mesi, si sbaracca. Si fanno gli scatoloni e da palazzo Raffaello si porta via tutto. Ma una vera classe dirigente ha il dovere di non perdere la propria dignità. Il coraggio di uscire dalla porta principale a testa alta e non, nottetempo, da quella secondaria. La pattuglia dei 16 consiglieri verrà ridotta a sei, massimo sette e bisogna attrezzarsi affinché in consiglio regionale siedano i prescelti dall’inappellabile e ristrettissimo Politburo. Occorre dunque – oblio della ragione e mera vertigine dei sensi – realizzare liste il meno competitive possibile. Un film già visto poco più di due anni fa alle politiche. Da quattordici parlamentari a tre. Parafrasando Diaz: i resti di quella che fu un’armata politica tra le più potenti scendono oggi, a Roma, comodamente seduti dentro una Panda e senza più speranza, le valli che avevano risalito con orgogliosa sicurezza in autobus. Triste, solitario y final che qualsiasi sincero democratico si sarebbe volentieri risparmiato.

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