In prima linea contro il Covid:
«Il silenzio come grido di battaglia,
il camice per armatura»

LA LETTERA - Elia Paolucci, volontario della Croce verde di Montecosaro e Morrovalle, in questi giorni è al lavoro per affrontare l'emergenza. «La speranza che si scorge è nelle persone eroiche che hanno cancellato le parole egoismo e stanchezza dal proprio vocabolario per offrire il proprio aiuto a tutti coloro che ne hanno bisogno»
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Elia Paolucci

 

«La paura è legittima, può assalire chiunque, me per primo. Il silenzio è un grido di battaglia, il camice l’armatura». E’ una lettera aperta quella che Elia Paolucci, volontario della Croce verde di Montecosaro e Morrovalle ha condiviso con i colleghi. Un modo per dare quella pacca sulla spalla che oggi è vietata e incoraggiare solo con l’uso delle parole chi è in prima linea per l’emergenza. Un inno al volontario, all’infermiere, al medico, alla parte buona e coscienziosa del Paese che rimane a casa, che si distanzia, ma non si isola. «E’ un periodo singolare e preoccupante nella sua unicità – scrive Paolucci – film apocalittici sembrano essersi riversati improvvisamente nella nostra realtà ovattata dai vizi e dalle comodità. Siamo chiamati a scelte responsabili che dimostriamo di far fatica a capire, interiorizzare ed applicare. Viviamo giorni di comoda prigionia nelle nostre case, affacciati alla finestra ad osservare il fascino funesto delle nostre città deserte. Dopo aver giocato con la natura, dopo averla sbeffeggiata, credendosi invulnerabile, il genere umano ne ha sottovalutato la forza creativa. Ha riso di lei inizialmente, ma adesso molti hanno paura. È una paura legittima, che potrebbe assalire chiunque, me per primo. Ma in questo scenario difficile, si scorge già un arcobaleno all’orizzonte: illuminato dalla luce della speranza affidata a delle eroiche persone che hanno cancellato le parole egoismo e stanchezza dal proprio vocabolario, per offrire il proprio aiuto a tutti coloro che ne hanno bisogno. Armate di poche risorse e infinito coraggio, hanno intrapreso questa sfida apparsa subito impari. Uomini e donne scesi in campo senza paura, il silenzio come grido di battaglia e un camice come armatura. Ognuno deve fare la sua parte in questa guerra. La si vince stando fermi, evitando il contatto fisico. Sembra così difficile, eppure siamo abituati dalla tecnologia moderna alla distanza, anche in casa. Siamo abituati a parlare tramite uno schermo, ad avere rapporti virtuali, a fare compere senza spostarci dal divano. Cosa ci manca allora? Ci manca la libertà, il libero arbitrio, la facoltà di decidere cosa vogliamo fare. Ecco perché in questi giorni io voglio esserci. Perché il rischio che corro mi permette di sentirmi utile, mi fa sentire vivo in un periodo di morte. Ho scelto il lavoro più bello del mondo perché è costantemente a cavallo tra la vita e morte e ne è spesso anello di congiunzione. Non è il caso di prendere in giro la natura, perché perfino un piccolo mostro invisibile è capace di mettere a dura prova l’uomo, che da sempre si sente dominatore della natura stessa. E forse questa generazione se ne accorgerà prima che sia troppo tardi. E in questo contesto, in questo conflitto, in questo contrasto, io trovo il mio posto nel mondo e rispondo alla paura liberando quell’innata necessità di sentirmi vivo osservando da vicino la morte. Io ci sono, spaventato come tutti, ma consapevole di ciò che sono e dell’utilità di quello che faccio. Affinché, con l’aiuto di Dio, la vita abbia ancora una volta la meglio sulla morte».

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