Corso Cairoli due mesi dopo Traini
«Non chiederemo i danni,
spero che a Macerata torni serenità»

RAID RAZZISTA - Catia Monachesi, dell'omonima pasticceria, ricorda il 3 febbraio e i colpi esplosi dal 29enne arrestato con l'accusa di strage, uno dei quali finito sulla vetrina del locale. «La gente era divisa tra condanne e giustificazioni, io penso solo che problemi così grossi non possano essere risolti con la pistola. Non ci costituiremo parte civile, però se dovesse ripagarci il vetro, lo ringrazierei»
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I carabinieri davanti la pasticceria subito dopo la sparatoria

 

di Giovanni De Franceschi

«Spero sia finita e che Macerata torni ad essere la città che era». Catia Monachesi è nel suo locale di corso Cairoli. Con lei ci sono la sorella Tania e la madre Pia. Un punto di riferimento i loro pasticcini: famiglie, ragazzi, pensionati entrano uno dopo l’altro ed escono con i pacchetti che finiranno sul tavolo del pranzo della domenica. Il 3 febbraio ormai relegato nel cassetto dei ricordi. Due mesi, poco più, e sembra già storia. Di quel proiettile che è entrato dal vetro laterale della porta d’ingresso ed è finito, non si sa bene come, sul pavimento c’è poca voglia di parlare. Il vetro, dopo decenni di “onorata carriera” senza neanche un graffio, è stato riparato. Eppure, per certi versi, è impossibile dimenticare quel sabato mattina, quando la Glock armata dal nazifascista Luca Traini ha seminato il panico per le vie della città. Due ore di terrore. Gli obiettivi erano persone con la pelle nere, bersagli mobili di un folle raid razzista.

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Catia e Tania Monachesi

Ma quella mattina anche la pasticceria Monachesi è finita nel mirino del 29enne, così come altri cinque locali della città e dell’hinterland. Poco prima “il lupo” aveva steso un ragazzo in corso Cairoli. Poi il foro sulla vetrina. Difficile dire quanti colpi abbia sparato e come uno sia potuto finire nell’esercizio commerciale. Il processo, che lo vede imputato tra l’altro di strage, tentato omicidio, danneggiamento con l’aggravante dell’odio razziale, si aprirà in Corte d’Assise il 9 maggio. «Non ho niente da dire a Traini – specifica Catia Monachesi – penso solo che problemi così grossi non posso essere risolti a colpi di pistola. Non ci costituiremo parte civile, dobbiamo lavorare e non abbiamo tempo da perdere nei tribunali. Però se dovesse ripagarci il vetro, lo ringrazierei».  Quella mattina Monachesi stava preparando dei cappuccini insieme alla madre Pia, ad attendere le tazze calde una famiglia: padre, madre e figlia. «Ho sentito un colpo – ricorda la donna – mi sono girata e ho visto il foro sulla vetrata. Ho capito subito si trattava di una colpo di pistola. A quel punto ho preso mia madre e i clienti e ci siamo inginocchiati dietro al bancone. Non ho visto niente, ho solo sentito questa botta. Il bossolo è caduto in mezzo al pavimento, e non è chiaro come sia finito proprio lì e cosa l’abbia deviato. Forse era destino non venissi colpita, perché ero proprio in direzione della vetrata quando stavo preparando i cappuccini. Questione di centimetri probabilmente».

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Il ragazzo ferito in corso Cairoli

Passato il momento di incredulità e stupore, il gruppetto si è affacciato su corso Cairoli. E la scena che si è parata davanti ai loro occhi era molto simile a quella di un film d’azione: sirene, gente spaventata, un ragazzo africano ferito da un proiettile steso a terra. L’incubo era appena iniziato. E nessuno ancora sapeva esattamente cosa stesse accadendo. «Come prima cosa – continua Monachesi – abbiamo chiamato i soccorsi, c’era un ragazzo a terra. Poi abbiamo saputo che un’altra persona era stata ferita in via dei Velini, solo dopo abbiamo scoperto dalle forze dell’ordine che c’era un ragazzo che andava in giro sparando. Sinceramente non abbiamo avuto neanche il modo e il tempo di avere paura». Il folle raid di Traini si è concluso un’oretta e mezza dopo, al monumento dei Caduti. Bandiera italiana sulle spalle, saluto fascista: così è stato arrestato il 29enne. E oggi, due mesi dopo, cosa resta di quella drammatica mattinata? «Ormai sembra passato, nessuno ne parla più – dice la commerciante – Ma in quei giorni ho visto la gente veramente divisa tra chi lo condannava senza se e senza ma e chi invece cercava di giustificarlo. Quello che penso io, lo tengo per me.  Certo è che c’erano comizi continui su quei fatti e di sicuro le elezioni hanno fatto sì che venissero strumentalizzati. Su una cosa però erano tutti d’accordo: il fatto che prima di quella mattina Macerata fosse una città quasi sconosciuta, diventata poi famosa in tutto il mondo per i colpi di pistola. E sa qual’è l’aspetto paradossale? Che subito dopo la sparatoria ci sono arrivati messaggi di vicinanza persino dall’Argentina, mentre a Civitanova, a 20 km di distanza, gli stessi spari hanno avuto una risonanza minima, quasi che non fosse successo nulla».

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Luca Traini dopo l’arresto

Forse è vero che di Traini ormai non si parla quasi per niente, però è innegabile che quel raid razzista abbia alzato un velo. Immigrazione, spaccio, delinquenza, senso di insicurezza sono emersi come problemi da affrontare e combattere: per molti cittadini è stato come aprire gli occhi all’improvviso. Un amaro risveglio. Macerata è arrivata ad essere paragonata alle peggiori città criminali del mondo. Un cortocircuito della percezione comune. Perché poi i numeri dicono che in città gli immigrati non arrivano al 10% della popolazione (in media col resto d’Italia) e i reati sono in diminuzione. E chissà quanto abbia inciso su quel cortocircuito percettivo il fatto che la follia xenofoba di Traini avesse un obiettivo preciso: vendicare la morte di Pamela Mastropietro (per cui sono stati arrestati, con l’accusa di omicidio, tre nigeriani). Difficile dirlo, ma è innegabile che il senso di insicurezza esista. E Traini non ha fatto che da cassa di risonanza.  «Io da ragazza a Macerata sono sempre uscita senza problemi – spiega Tania Monachesi – ho sempre lasciato le chiavi sul motorino e girato per le vie tranquillamente. Invece l’altra sera mio figlio è tornato a casa dal parco di Fontescodella spaventato e mi ha detto: “Ho visto delle persone che mi hanno messo paura”. Ecco questo è davvero impensabile, che un ragazzino non possa vivere e passeggiare serenamente in una città così piccola».

 

 

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Il foro del proiettile sulla vetrata della pasticceria

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Il primo sparo all’inizio di Corso Cairoli

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