L’Atene delle Marche e la statua massonica

L’alta filosofia del dibattito in corso nasconde una bassa scaramuccia di religione. E allora? Abolire la pratica delle donazioni che tanti danni ha già recato alla città
- caricamento letture

 

liuti giancarlodi Giancarlo Liuti

Chi  lamenta che Macerata non è più l’Atene delle Marche è stato clamorosamente smentito dall’alto livello filosofico dell’ultima seduta del consiglio comunale, dove, come nell’Atene di duemilacinquecento anni fa,  s’è accesa una disputa fra i seguaci del grande Parmenide (l’essere è, il non essere non è, non ci sono vie di mezzo) e quelli dell’altrettanto grande Eraclito (le vie di mezzo ci sono, tutto scorre, tutto cambia, tutto si trasforma). E qual è stato il motivo di un così elevato dibattito? La statua che il paramassonico comitato “Stringiamoci a corte” ha donato alla città per celebrare il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. E cosa sostengono i nostri novelli parmenidei? Che questa statua non è stata ancora fatta e quindi non c’è, per cui il Comune non può accettare un dono che non esiste. E cosa affermano invece i nostri novelli eraclitei? Che della statua c’è una perfetta anticipazione in forma di bozzetto e, per il trasformarsi d’ogni cosa dal non essere all’essere, tanto basta a considerarla esistente e, dunque, ad accettarne, con delibera, il dono.

Ma siccome i parmenidei non hanno deflettuto dal  loro illuminato filosofare e si sono appellati anche l’articolo 771 del codice civile che rende nulla la donazione di un bene futuro, gli eraclitei  – in questo caso la giunta – si son dovuti rassegnare al ritiro della loro delibera e a sostituirla con un’altra in cui al posto dell’accettazione del dono si assume, sempre filosoficamente, l’impegno di accettarlo quando la statua sarà pronta, il che funzionerebbe da garanzia per lo scultore, il quale, da buon filosofo, non si mette al lavoro finché non ha la certezza  di riceverne un concreto risultato finale. Intanto, però, il Comune potrebbe accettare il dono del bozzetto, della cui esistenza non si può dubitare. Ma per farci che? Esporlo in qualche bacheca , nell’elenco delle tante cose che potevano essere e non sono state o, come diceva Guido Gozzano, delle “rose che non colsi”?

L'opera commissionata dal Comitato "Stringiamoci a coorte" allo scultore Ermenegildo Pannocchia

L’opera commissionata dal Comitato “Stringiamoci a coorte” allo scultore Ermenegildo Pannocchia

Applausi, comunque, a Macerata, che il civico consesso ha saputo riportare all’antica e nobile definizione di Atene delle Marche!  Non mi pare infatti che in tema di statue si siano mai avute, prima d’ora, così penetranti riflessioni filosofiche o sia mai comparso il dettato dell’articolo 771 del codice civile. Al contrario, le giunte e i consigli accettavano con supina gratitudine qualsiasi dono offerto da qualsiasi associazione senza porsi alcuna questione circa l’uso del suolo pubblico, la difesa del pubblico decoro e, soprattutto, la sovranità dell’ente pubblico municipale, cui dovrebbe competere in toto il potere di gestire anche l’immagine identitaria del territorio urbano. A caval donato non si guarda in bocca, dice il proverbio. E invece bisogna guardarci, altrimenti saltano fuori – e ce le teniamo per sempre – opere discutibilissime come quella del Lions Club in via Roma, quella dell’Avis in piazza Pizzarello, quella di fronte a Porta San Giuliano, quella del Don Chisciotte ai Giardini e altre, sparse qua e là, donate da sodalizi combattentistici e d’arma. Per non parlare della statua di Padre Matteo Ricci, evitata all’ultimo momento e solo per ragioni finanziarie: una statua che oltre a non essere un dono fu dissennatamente affidata alla personale discrezionalità del vescovo Giuliodori, il quale scelse l’autore, stabilì l’importo e indicò perfino il luogo della collocazione, piazza Vittorio Veneto, rilasciando al Comune un unico ruolo, quello del pagatore. A proposito di statue più o meno donate, insomma, le civiche amministrazioni del passato usavano abdicare, per insensibilità culturale o per calcoli elettorali, ai propri poteri o, peggio, ai propri doveri.

Ma per quale ragione, allora, quei poteri e quei doveri sono entrati in campo, stavolta, con così lucida sapienza di pensiero e han dato luogo non solo a dibattiti filosofici fra parmenidei  ed eraclitei, ma anche a una presa d’atto, in tema di donazioni, del vigente codice civile, cosa che in passato è sempre sfuggita a sindaci, assessori  e consiglieri? C’è dunque un soprassalto di sensibilità culturale e di rispetto della legalità? Siamo dunque tornati al prestigio di Atene delle Marche? Vorrei sperarlo, ma la realtà, purtroppo, è diversa, giacché questa ormai stucchevole storia della statua del paramassonico comitato “Stringiamoci a corte” non ha nulla a che vedere né con la filosofia greca né col codice civile né con l’Atene delle Marche, ma ne ha moltissimo con la circostanza che Macerata è “Civitas Mariae”, la qual cosa fa sì che più del dono conti chi dona, e apriti cielo se chi dona appartiene alla massoneria, le cui logge, per i loro originari e ormai appannati ideali, appaiono inconciliabili coi valori spirituali radicati nella coscienza popolare.

Chi sarebbero dunque i  parmenidei? Sarebbero quegli esponenti politici che di Parmenide se ne fregano e per intima convinzione o per opportunità si schierano in difesa della religiosità dei cittadini, pretesa come incontestabilmente plebiscitaria. E chi sarebbero, invece, gli eraclitei? Posto che di Eraclito gliene frega assai poco pure a loro, sarebbero quelli che, vagamente sospettati  di simpatizzare con la massoneria, hanno una visione laica e non confessionale delle pubbliche istituzioni. Va da sé che la democrazia impone di rispettare l’onestà intellettuale di entrambi i fronti, ma allorquando si tratta di accettare o respingere il dono di una statua non dovrebbe avere nessuna importanza la “carta d’identità” del donatore, ma – ripeto – ne dovrebbe avere, esclusivamente, la statua in se stessa, per il contenuto artistico, le dimensioni, il  significato celebrativo (l’Unità d’Italia, in questo caso), il grado di affinità col tessuto urbano, la collocazione.

Buoni passi, stavolta, erano stati compiuti dalla giunta con la nomina di un comitato di esperti che aveva espresso pareri sostanzialmente positivi sull’estetica della statua e aveva indicato tre alternative circa il luogo in cui piazzarla. Ma la nuova e più prudente delibera dovrà tornare in consiglio e, come dimostrano certe pregiudiziali prese di posizione mascherate da dibattiti filosofici sull’essere e sul non essere, tutto rischia di logorarsi in una mediocre scaramuccia di religione che non riguarda affatto la statua ma soltanto la qualifica di chi intende donarla.

Il che, forse, è inevitabile, considerando la molteplicità di sentimenti, umori e scelte di campo che alberga fra gli eletti  al non facile compito di interpretare il cosiddetto bene comune. A mio avviso, però, un modo per evitarlo, questo rischio, c’è. E consiste nel definitivo abbandono della pratica del dono e dell’accettazione del dono, una pratica che nel tempo ha finito per imbruttire Macerata e porre la sua antica bellezza alla mercé di autoreferenziali ambizioni di parte. Nuove statue? Il Comune dia pure ascolto alle proposte provenienti dalle associazioni e magari le accolga, ma, dopo, faccia tutto da solo (valutazione dei limiti di bilancio, eventuale incarico affidato per concorso, eventuale scelta, fin da subito, del luogo) senza indietreggiare neanche di un millimetro rispetto alla propria sovranità nel qualificante settore del decoro urbano, un settore che negli ultimi decenni ha dovuto subire sin troppe e incurabili ferite.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page
-





Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X