Terremoto, 10 anni dopo.
Catena: «Il racconto stona con la realtà
che centinaia di persone ancora vivono»
SISMA - L'intervento del consigliere regionale dem dopo il rapporto annuale sisma dell'Usr: ««Si celebrano risultati e si rivendicano meriti come in una grande operazione di marketing. Meno slogan e più rispetto»

Leonardo Catena
L’Ufficio Speciale Ricostruzione presenta il rapporto annuale del sisma e il consigliere regionale del Pd, Leonardo Catena, accende i riflettori sull’altro lato della medaglia. «Si celebrano risultati e si rivendicano meriti come in una grande operazione di marketing – critica – penso sia necessario più misura, per migliaia di persone, il sisma è ancora una condizione di vita e non un racconto».
Leggendo e ascoltando gli interventi in occasione della presentazione del Rapporto annuale sul sisma da parte dell’Usr, Catena dice di aver «provato la sensazione di assistere a un racconto che, ormai da anni, è troppo distante dalla realtà che molte persone continuano a vivere ogni giorno nel cratere. Sento frasi come “accelerazione poderosa della ricostruzione, economie in ripresa, territori che tornano a splendere”. Sia chiaro, non sto dicendo che non sia stato fatto nulla. Certamente qualcosa è stato fatto, né voglio sminuirlo o sminuire chi lavora per la ricostruzione, ma forse proprio perché sono passati quasi dieci anni, sarebbe il momento di usare parole più misurate. Mentre si celebrano risultati e si rivendicano meriti, ci sono ancora migliaia di persone che vivono nelle Sae, famiglie che non sono rientrate nelle proprie case, attività che continuano a fare i conti con difficoltà enormi, giovani che sono andati via e non sono tornati, paesi che faticano a ritrovare una normalità vera».
Allora l’esponente dem ammette che di «far fatica ad ascoltare certi toni trionfalistici. Non è disfattismo o voler negare ciò che è stato fatto. È semplicemente guardare in faccia la realtà. Mi piacerebbe che ogni tanto si uscisse dai convegni e dai tagli del nastro per fare un giro senza telecamere e passerelle nei paesi, tra le persone. In una giornata qualsiasi, per ascoltare chi il terremoto non lo racconta, ma lo vive ancora. Sono anni che le persone si sentono chiamare “resilienti”. Una parola che è diventata molto di moda, talmente tanto che a volte sembra quasi aver sostituito i problemi. Dietro quella parola, però, ci sono persone stanche, che hanno resistito, ma non perché avessero voglia di diventare un esempio da esibire. Il terremoto non dovrebbe essere una passerella sulla quale costruire consenso o attribuirsi medaglie. Né da una parte né dall’altra. Per anni abbiamo sentito dire che la colpa era di chi c’era prima. Oggi sentiamo raccontare che tutto sta ripartendo. Forse entrambe le narrazioni, quando diventano slogan, finiscono per allontanarsi dalla vita delle persone e dalla realtà. Lo penso anche quando vedo raccontare come svolte decisive iniziative che possono essere utili, ma che da sole non possono rappresentare la risposta ai problemi di questi territori. Penso ai Cammini, agli eventi, alle inaugurazioni presentate come simboli della rinascita. Tutto può contribuire e tutto può aiutare. Ma davvero si può raccontare o pensare che la ripartenza economica e sociale del cratere passi principalmente da questo?».
Secondo Catena «forse porta molto meno in termini di popolarità e consenso, ma credo sia necessaria una visione e servano misure pensate appositamente per queste zone, a lungo termine. Dopo dieci anni la strada della ricostruzione è stata tracciata? Per fortuna, direi che era doveroso e non straordinario o un merito per cui dire “che bravi”. Il plauso più grande non va a chi sale su un palco a presentare un bilancio, ma a chi in questi dieci anni è rimasto, ha tenuto aperta un’attività, ha continuato a studiare, a lavorare, a crescere dei figli, a fare comunità. E comunque penso non sia stato facile anche per chi avrebbe voluto restare, ma non ne ha avuto la possibilità. Per questo continuo a pensare che le parole abbiano un peso. Quando si parla del sisma servirebbero meno slogan, meno celebrazioni e un po’ più di rispetto. Non per criticare la ricostruzione, ma tutta la narrazione che se ne fa ed è stata fatta perché, per migliaia di persone, il sisma è ancora una condizione di vita e non un racconto».








































I due lati della medaglia possono essere denominati ‘vero’ e ‘falso’. Il primo, tecnico, è ciò che sta nel rapporto annuale sisma e il vero, politico, è ciò che viene spacciato per vero, ma è falso. Il tutto ricorda un po’ il mito della caverna di Platone. I prigionieri di una caverna scambiano per realtà le ombre proiettate su una parete. Uno di loro si libera, affronta la dolorosa ascesa verso l’esterno e scopre il mondo reale illuminato dal Sole (il Bene). Consapevole della verità, decide di tornare nel mondo sotterraneo per liberare i compagni. Questi ultimi, però, lo deridono e lo rifiutano, preferendo l’oscurità delle loro rassicuranti illusioni.