Dentro al Covid center di Civitanova:
«Qui mi hanno salvato la vita»
(Foto/video reportage)

IN PRIMA LINEA - Nella struttura operano un centinaio di persone, tra medici, infermieri e tecnici. La coordinatrice è Daniela Corsi: «Una terza ondata sarebbe un disastro. Il ricordo più bello? L'uscita dal tunnel del caposala Giordano Garbuglia. Presto sarà dimesso». La storia di Ilaria Perugini che da 35 giorni lotta con il Coronavirus
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Le immagini e le interviste all'interno del Covid Center

 

di Laura Boccanera (foto e video reportage di Federico De Marco)

«Mi hanno preso per i capelli e mi hanno salvato. Quando ti intubano sei in uno stato tra la vita e la morte, a chi pensa che questo virus non sia grave dico: venite qui al quinto padiglione». Ilaria Perugini è di Milano, il Covid l’ha bloccata nelle Marche dove si trovava per lavoro e lei quei padiglioni che un tempo ospitavano la fiera li ha girati tutti. reparti-covid-hospital-civitanova-FDM-1-325x197Dal più leggero a quello più grave dove sei in terapia intensiva, intubato e, come dice lei, «a metà fra la vita e la morte». Ora sta migliorando, ma da quando ha scoperto di essere stata contagiata sono passati 35 lunghissimi giorni. Noi nel quinto padiglione del Covid hospital ci siamo entrati: varcare quella soglia significa provare sulla propria pelle cosa significa il termine “vestizione”. Un rituale che chi soffre per l’appannamento di un occhiale o per un po’ di asfissia da mascherina non riesce neanche a immaginare. Calzari, guanti, camice, mascherina. Anche la telecamera viene avvolta nel cellophane. Si entra in una bolla. Qui ci sono circa 100 tra medici, infermieri e personale sanitario che presta soccorso ai pazienti che vanno da quelli in fase di dimissioni a quelli che “non si sa se si risveglieranno”. I macchinari mandano bip e segnali sonori di allarme e allerta. Ma oggi la situazione è sotto controllo. Il personale rispetto alla prima ondata quando mancavano dispositivi di protezione e mascherine lavora con una consapevolezza diversa, ma il Covid ancora spaventa. E lo racconta bene Ilaria, milanese, “domiciliata” dal 29 ottobre a Civitanova, Covid hospital: «mi trovavo nelle Marche per lavoro – ricorda – sono stata contagiata da mio fratello, a sua volta contagiato da una positiva asintomatica. Mi sono accorta da primi sintomi lievissimi, un raspino in gola.

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Poi è arrivata la febbre, a 38.5, e poi a 40. Ci hanno seguito in assistenza domiciliare, ma mentre mio fratello aveva febbre ma stava migliorando, io saturavo pochissimo. Mi hanno preso per i capelli e mi hanno salvato. Qui dentro i padiglioni li ho girati tutti: questo è l’ultimo, ma ci vorrà ancora un po’ di tempo per uscire. Ogni giorno ci sono miglioramenti, ma è lento. Sono stata intubata e praticamente vivi in uno stato di morte, vivi tra la vita e la morte letteralmente. E poi piano piano riacquisti le tue capacità psico fisiche, riprendi a mangiare da solo, a recuperare la massa muscolare che viene annullata. Ricominciare a camminare, imparare di nuovo a camminare ti fa venire la pelle d’oca».

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Ilenia Perugini

Col personale del reparto, spesso gli unici occhi che si incrociano dietro mascherine e tute si forma un rapporto speciale: è Ilaria che scrive il nome della dottoressa sul camice sulle spalle. Unico modo per distinguersi fra decine di tute bianche e volti nascosti da maschere e visiere. E anche il personale, pure nella professionalità del proprio lavoro spesso si riporta a casa la storia di chi rimane “dentro”. «Non riesco a dimenticare l’intubazione di un paziente – racconta Sue Ellen Farroni – negli occhi ho visto la sua paura, aveva il timore reale di chiudere gli occhi e non aprirli più. Oggi invece c’ho parlato, si è risvegliato, è una emozione grande». «La sera c’è tanta stanchezza – spiega Cinzia Valentini – io sono una strumentista di sala operatoria, qui ti ritrovi a fare altro, con un ritmo diverso. L’atmosfera professionalmente è buona, ma è impegnativo e a volte pesante. La sera torni a casa e sei molto stanco, anche solo parlare ora provoca un calore che è fastidioso. Però sappiamo che quello che stiamo facendo è così importante che il resto passa in secondo piano». La coordinatrice Daniela Corsi invita tutti ora alla massima prudenza con l’ingresso in zona gialla da domenica: «ci auguriamo che questa terza ondata  non si verifichi, però abbiamo appurato che la curva scende solo in caso di lockdown e contingentamento. Una terza ondata sarebbe un disastro, come personale siamo molto stanchi e provati. Il ricordo più bello? L’uscita dal tunnel di Giordano Garbuglia (caposala della rianimazione, ndr) si è ammalato e ha avuto un interessamento rianimatorio, è stato intubato, ma ora è in fase di dimissione».

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La dottoressa Daniela Corsi con il caposala di rianimazione Giordano Garbuglia

 

 

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Ilaria Perugini scrive sulla tuta di Daniela Corsi

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