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Fondi Ue e ciclabile spaccano il cratere
E nei comuni dell’epicentro
la ripresa è una cronoscalata

IL PUNTO - Provincia divisa in due con i comuni più lontani dall'epicentro che hanno approvato il progetto. Una divisione che consentirà alle istituzioni di investire più facilmente in quei centri che hanno bisogno di minori risorse per ripartire. E la Regione sta investendo sempre più lontano come a Gradara e Pesaro. Sugli appalti per la ricostruzione l'offerta al maggiore ribasso è un gioco di matriosche
martedì 12 Febbraio 2019 - Ore 08:47 - caricamento letture
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Demolizioni a Pieve Torina

 

 

di Ugo Bellesi

Ritorniamo brevemente a riflettere sulla vicenda delle piste ciclabili, non certo per negare quanto affermato da qualcuno e cioè che si tratta di “arroganza del potere”, ma per evidenziare, cosa peraltro lapalissiana, che con questa iniziativa si sono “spaccati” in due fazioni i Comuni della provincia di Macerata. Da un lato quelli che sostengono l’urgenza di spendere comunque i finanziamenti dell’Unione europea, dall’altra quelli che si trovano proprio nel cuore dell’area terremotata e hanno ben altre esigenze e altre priorità.
E infatti basta guardare la piantina della provincia per rendersi conto, come con una cartina di tornasole, che i Comuni che appoggiano le piste ciclabili sono più lontani degli altri dall’epicentro. Infatti vi troviamo, tra gli altri, Macerata, Corridonia, Pollenza, Petriolo, Mogliano, Tolentino, Urbisaglia, San Severino, e, fuori provincia, Fabriano e Cerreto d’Esi. E si tratta di Comuni economicamente più forti (salvo qualche eccezione) e che quindi guardano con maggiori speranze al loro futuro rispetto a tutti gli altri.

Una casa del centro storico (zona rossa) di Camerino, ferma al sisma di due anni fa

Pensiamo invece a Camerino, che è da ricostruire quasi ex novo. Pensiamo a Visso, Ussita e Castelsantangelo, come a tutti gli altri e cioè Bolognola, Acquacanina, Fiastra, Valfornace, Pievetorina, Muccia, Serravalle e via elencando (come Pioraco, Fiuminata e Sefro) per i quali la ricostruzione appare ancora come un miraggio.
In pratica si è diviso il territorio in due fasce di popolazione che hanno situazioni diverse ma anche interessi completamente diversi. Una divisione che non faciliterà né la ricostruzione né la ripartenza. Perché gli uni hanno bisogno degli altri. Divisa in due la provincia non conta nulla. E’ noto che l’entroterra ha bisogno dei servizi della collina e della costa mentre tutta la provincia ha bisogno del valore aggiusto costituito dalle risorse e dall’attrattività turistica, paesaggistica e dal patrimonio di opere d’arte del “cuore dei Sibillini”.

Aver spaccato la provincia in due blocchi però consentirà alle istituzioni di investire più facilmente in quei centri che hanno bisogno di minori risorse finanziarie per ripartire. E la Regione addirittura sta investendo sempre più lontano come a Gradara e Pesaro. Basta fare… alcune piste ciclabili che peraltro erano nei bilanci della Regione molto prima del sisma. Oppure realizzare le piazzole per l’atterraggio degli elicotteri di emergenza, che pure erano già programmate da tempo con finanze regionali. Quando invece, se si volesse veramente favorire il ritorno del turismo, bisognerebbe (oltre ad eliminare le macerie dai centri storici) pensare ad attrezzare aree per camper e roulotte, a far ripartire gli agriturismi e le attività ricettive danneggiate dal sisma, a riaprire le strade e i sentieri più suggestivi eccetera eccetera. C’è un Comune in Umbria che ha attrezzato appunto un’area vicina al centro abitato dotandola di camper che affitta per i week end o a settimane. Perché non si prende l’esempio?

La visita di Matteo Salvini a Visso, settembre 2017

Tra l’altro favorire i Comuni con un maggior numero di abitanti consente di sperare l’ottenimento di un maggior numero di voti alle prossime elezioni. “Se un Comune non ha un buon numero di cittadini votanti non conta nulla!” Questa la frase che si sente spesso ripetere tra i candidati alle elezioni alla vigilia di ogni campagna elettorale. E’ stato anche per questo che a suo tempo la Regione non fece gran che per evitare il trasferimento alla Romagna di San Leo e Talamello che pure, per le Marche, rappresentavano un grosso valore aggiunto sia per il turismo (San Leo già capitale d’Italia) e per la gastronomia (il formaggio di fossa di Talamello). Oggi per il rilancio turistico pensiamo alle…piste ciclabili. Andiamo avanti così…e non andremo lontano…

Piste ciclabili – ci è stato fatto notare – che sono a doppio senso di marcia. Il che significa che possono servire per andare dal mare verso i monti ma anche in senso contrario. Quindi c’è da credere che chi ha fatto questo progetto in cuor suo speri soltanto che le piste ciclabili servano soprattutto per gli abitanti dell’entroterra che, visto il ritardo nella ricostruzione, vogliano più rapidamente possibile lasciare quei luoghi per raggiungere, magari in bicicletta, la costa e incrementare lo spopolamento. Per decidere di favorire, rispetto ad altri progetti, la costruzione di piste ciclabili ci sono state varie riunioni, assemblee, anche da parte di Pro Loco e altre associazioni. In una di queste riunioni si stava giustamente per decidere che c’erano altre priorità per le zone terremotate. Pare che poi a prevalere sia stato il concetto che “tanto i soldi li mette… l’Unione europea”. E non è stata una bella scelta…

Pintura di Bolognola

Ancora più folgorante l’idea che è bene investire i finanziamenti dell’Unione europea il più lontano possibile (persino a Gradara) per portare i turisti nell’area del terremoto. Magari fosse così. Purtroppo non lo è. Però se si diffonde questa idea anche la Raggi chiederà i soldi dell’Unione europea per rilanciare il turismo delle aree terremotate dal momento che pure il nuovo stadio di Roma può favorire il turismo dell’entroterra. Oppure vediamola anche in altra maniera: se vogliamo aiutare un figlio in difficoltà che studia lontano da casa mandiamo i solti al compagno di stanza. E ancora: se vogliamo fare una cortesia a nostra moglie mandiamo dei regali alla vicina di casa…

Ma forse c’è qualcuno che ce l’ha con Macerata? No assolutamente no! E’ soltanto una conseguenza della “damnatio memoriae” inflitta a suo tempo al nostro territorio (ne abbiamo già parlato recentemente). Damnatio memoriae riconfermata con il fallimento di Banca Marche, a causa – s’è detto – di “mala gestio”. Mala gestio di forze politiche che erano al potere. Anche se allora si diceva che era “politicamente corretto”, purtroppo fu un fallimento finanziario, con conseguenze disastrose per tutto il nostro territorio. Damnatio memoriae riconfermata con la soppressione della Provincia, che ha riguardato tutta Italia ma che si è rivelata nefasta per il maceratese, avendo il ruolo di ridurre al minimo il campanilismo atavico di tutti i nostri Comuni, convincendoli che uniti si può ottenere qualcosa, divisi nulla. Damnatio memoriae che ha avuto una ulteriore convalida con la creazione di una Camera di commercio unica delle Marche (esautorando praticamente l’Ente camerale di Macerata) con la categorica esclusione dei maceratesi persino dalla nuova Giunta camerale. Ci si perdoni questa lunga digressione, involontariamente polemica, per tornare a parlare dei problemi dei terremotati. C’è stato l’appello del responsabile dell’Ufficio ricostruzione Cesare Spuri per avere altri 100 tecnici per accelerare tutte le pratiche da smaltire. Il che avrebbe consentito di fare in dieci anni ciò che invece assorbirà venti anni. Ebbene c’è qualcuno che ha preso qualche iniziativa per sbloccare questa situazione? Magari per ottenere non cento ma almeno 50 nuovi tecnici? Assolutamente no! E allora andiamo avanti così…

Raffaele Cantone

C’è stato l’intervento dell’Anac (autorità nazionale anticorruzione) di Raffaele Cantone che ha inviato alla Procura di Ancona un dettagliato rapporto in cui si segnala che nei cantieri delle Sae ha avuto un appalto di quasi 900mila euro un’impresa di Giulianova che risultava aver evaso più volte il fisco, mentre per altri undici subappaltatori delle casette non è stata controllata la certificazione antimafia. E’ per questo che fin da luglio 2018 i lavori di costruzione delle Sae erano finiti nel mirino della Direzione distrettuale antimafia e la Procura di Ancona aveva aperto un fascicolo ipotizzando, tra altri reati, anche l’abuso di ufficio a carico di quattro dirigenti regionali.
Se tanto è successo con le Sae figuriamoci cosa capiterà con la ricostruzione. Il problema – come ha spiegato Daniel Taddei, segretario provinciale della Cgil – sta nel fatto che quando si fanno le gare di appalto vince sempre l’impresa che fa il ribasso maggiore. A nessuno, dei nostri grandi cervelloni, viene in mente che quel ribasso (spesso del 50%) avviene grazie al fatto che i lavori non li eseguirà in proprio la ditta vincitrice ma li darà in subappalto a costi ancora più ridotti? Chi avrà avuto il subappalto lo cederà poi ad altre imprese consorziate (con un compenso ancora più basso) le quali per non andare in fallimento, dovranno ricorrere a manodopera raccogliticcia, malpagata, sfruttata negli orari e nei turni di lavoro, e infine saranno “costrette” ad impiegare materiale scadente al costo più inferiore possibile.
E queste cose l’Ente che assegna gli appalti (o meglio i suoi funzionari) lo sa benissimo. Però si va avanti così perché così vuole la normativa in vigore. E questo significa che avremo una ricostruzione in cui a lavorare saranno non delle persone ma degli “schiavi”, costretti a rischiare la vita con orari di lavoro massacranti e a dormire nelle catapecchie, con poco rispetto delle norme sulla sicurezza sul lavoro e con nessuna garanzia che i lavori siano eseguiti alla perfezione. Poi ci meravigliamo di infiltrazioni mafiose? Andiamo avanti così facendo finta di nulla. Ma questo non è degno di un paese civile.

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