Sisma, il labirinto dei fondi europei:
«E’ la Regione a imporsi i vincoli»
Ecco l’analisi dei ricercatori

CICLABILI E NON SOLO - Il gruppo "Emidio di Treviri" ricostruisce come e quando sono stati ripartiti i 243 milioni di euro dati dall'Ue per aiutare il cratere: «Una volta definiti gli assi di finanziamento, non resta altro che ascoltare scuse addotte in nome del “non si poteva fare altro"». Anche il coinvolgimento di un ente privato (Istao) nelle decisioni cruciali di Palazzo Raffaello
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Pieve Torina, gennaio 2019

 

Sul caso delle piste ciclabili finanziate con 10 milioni di euro di fondi europei per il sisma la Regione, per difendersi dalle proteste, ha parlato di fondi “vincolati” per l’abbattimento delle emissioni di Co2. Ma non è proprio così. A spiegarlo i ricercatori del gruppo Emidio di Treviri, attivi da due anni e mezzo nei territori colpiti dalle scosse del 2016. Sono loro a rivelare come la Regione avesse ampio margine di discrezionalità sull’utilizzo delle risorse. Tra progetti ripescati dal passato (le ciclabili non fanno eccezione) e gli interessi di partner privati come Istao, Emidio di Treviri ricostruisce come e quando sono stati ripartiti i 243 milioni di euro che l’Europa ha destinato al cratere, tagliando fuori dalle scelte, nella maggior parte dei casi, le comunità colpite dal sisma. Ieri Cm ha anche rivelato che almeno 26 milioni di euro dei fondi europei per il sisma vanno ad Ancona e Urbino (leggi l’articolo). La Regione non ha ancora spiegato il motivo. Di seguito l’intervento del gruppo Emidio di Treviri.

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Il post della vice presidente della Regione Anna Casini

«Recentemente quei “buzzurri” dei Comitati si sono imbufaliti nuovamente contro le piste ciclabili. Tanto che si sono scomodati i politicanti Pd in Regione ad agitare lo spauracchio delle fake-news (e dei tribunali). Un’accusa già sentita a Castelluccio per il “non-centro commerciale”. Del resto è un grande classico: quando i sudditi si permettono di muovere critiche ai progetti decisi in alto, arriva perentoria la voce “Ma che ne volete sapè voi, poveri ‘gnorandi!”. Saremo franchi: la maggior parte di noi non ha nulla contro le biciclette. Anzi, ci piacciono pure. Però è evidente non sia quello il problema ma piuttosto che stiano arrivando al pettine alcuni nodi politici del post-sisma. Mentre sulla ricostruzione chi ci governa ha praticamente gettato la spugna, rassegnandosi a percentuali irrisorie di avanzamento dei progetti e del ritorno dei terremotati nelle aree interne, una consistente parte di imprenditori e politici si è buttata a corpo morto su quello che chiamano “sviluppo”. Sarebbe stato difficile il contrario, visto che stanno piovendo, in un modo o nell’altro, miliardi di euro. Un banchetto difficile da resistere per qualsiasi bocca. Quei soldi (pubblici) non sono destinati alla ricostruzione pubblica e privata, ma al rilancio socio-economico delle aree colpite dal sisma: per questo motivo i fondi si sono duplicati, incanalati in progettualità che definiranno la forma e la direzione che i territori disastrati prenderanno negli anni a venire. Il meccanismo decisionale di cui si avvale la Regione Marche prevede un arzigogolato dispositivo politico-burocratico che come un grande vortice gira sopra le nostre teste. Politica resa asse d’intervento.

Si mescolano le scale di governance. Si producono documenti che fungono da profezia preventiva. Una volta definiti gli assi di finanziamento, non resta altro che ascoltare scuse addotte in nome del “non si poteva fare altro”. Al resto dei poveri cristi non rimane che scontarne gli effetti, ciclabili, motorizzati o di altra natura. Tutto è iniziato ufficialmente il 5 Ottobre 2017 e poi suggellato con il “Patto per la Ricostruzione e lo Sviluppo” deciso dalla Regione Marche come soluzione ai conflitti (tutti tra correnti di partito) tra giunta e consiglio regionale, che solo il 18 dicembre 2018 ha ottenuto la firma delle parti sociali, dei sindacati, associazioni imprenditoriali eccetera. Ma andiamo per ordine.

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Da sinistra Luca Ceriscioli e Angelo Sciapichetti

Il 5 Ottobre 2017, il Comitato di Sorveglianza (CdS) della Regione Marche approva la riprogrammazione del Por Fesr Marche 2014-2020, dopo un consulto favorevole con la Commissione Consiliare. Qualche giorno prima, il 25 Settembre 2017, la Giunta Regionale composta da Luca Ceriscioli, Anna Casini, Manuela Bora, Loretta Bravi, Moreno Pieroni e Angelo Sciapichetti (l’assessore Fabrizio Cesetti era assente) si era infatti regolarmente riunita per vagliare il documento che, da prassi amministrativa, sarebbe dovuto essere trasmesso alla competente Commissione Permanente – una commissione i cui membri, è bene ricordarlo per non cadere nella solita solfa del “e allora il Pd?”, provengono da tutti i maggiori partiti della scena (a)politica italiana. In pratica, nel giro di poche settimane i soliti noti definiscono gli assi d’intervento verso cui indirizzare i Fondi europei per lo sviluppo regionale (il Fesr). Si tratta di un piatto ricco: 585.383.288 euro, di cui 337.383.288 euro ordinari (ovvero già stanziati dall’Ue prima del terremoto per progetti di sviluppo indipendenti dalla ricostruzione post-sisma) e 248.000.000 euro aggiunti a seguito dei noti tremori, tutti dipendenti dalle linee guida della Strategia Eu 2020. Sono quest’ultimi a finire nel cosiddetto “Asse 8”, ovvero un bacino d’intervento extra appositamente creato a seguito del sisma e legato – questo sì – al cratere. Tre sono gli obiettivi dell’asse, operativizzati in un numero sterminato di “azioni”. Il primo obiettivo è la prevenzione sismica e idrogeologica, il secondo il miglioramento dell’efficienza energetica e il terzo il sostegno alla ripresa socio-economica delle aree colpite dal sisma. Senza ulteriori consultazioni pubbliche, il Comitato di Sorveglianza, la Giunta Regionale e la Commissione Permanente decidono di ripartire così il denaro a disposizione (fatta eccezione per 5.000.000 di tassazione sul fondo): 97,9 milioni di investimenti per le imprese, 24,3 milioni per cultura e turismo, 50,1 milioni per la sicurezza sismica di edifici pubblici, 8 milioni per la sicurezza idrogeologica, 13,3 milioni per la mobilità, 49,4 milioni per l’eco-efficienza degli edifici pubblici e illuminazione.

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La ripartizione dei fondi nell’asse 8

Ripartiti i fondi, arriva il momento di iniziare a mettere la carne intorno alle ossa. Inizia il gioco delle parti. Alcuni vecchi progetti vengono riciclati, altri vengono creati ex novo. Sindaci, presidenti di Unioni Montane, architetti, ingegneri, geometri: si mobilitano conoscenze, strategie, mire ed anticipazioni di compensi e consensi. La cosiddetta partecipazione comunitaria, slogan di ogni fondo strutturale di sviluppo, si limita ad un tour informativo in camper, erede dei treni di renziana memoria. 27 località in 30 giorni, manco fosse il banco mobile del pescivendolo. Da qui nascono le azioni, in realtà già concordate ai nastri di partenza in sedi di convegni, incontri informali, istituzionali e così via. Si va dall’azione 20.1 dedicata alla Ricerca e allo Sviluppo (da cui dovrebbe provenire parte dei fondi per il QuakeLab Center Vettore che abbiamo già criticato in altra sede – leggi l’articolo), alla 26.3 improntata sulle piste ciclabili, passando per progetti di promozione culturale (29.1) e turistica (30.1) o per opere di manutenzione idrogeologica (27.1). La messa in sicurezza del territorio entra dunque nella stessa macro-categoria della progettazione per un reticolo di percorsi a due ruote, i fondi destinati ad entrambi decisi a tavolino in quei giorni di fine 2017. Fissati i termini del gioco, si passa allora a scegliere un arbitro. Lo si fa, in un’ironia linguistica tutta italiana, arbitrariamente. È il 18 Dicembre 2018 quando Istao, ente privato legato alla Fondazione Olivetti, viene nominato coordinatore del cosiddetto Patto per la ricostruzione e lo sviluppo. I progetti contenuti nel Patto per la Ricostruzione sono stati già “recepiti” (il termine burocratese per dire “concordati”), anche se il Patto di per sé non prevede fondi propri.
Ed ecco che il macro-progetto ingloba le linee d’applicabilità dei fondi Por-Fesr designate in precedenza. Oltre ai fondi europei, “il Patto contribuirà ad orientare l’impiego di una parte significativa delle risorse che la regione Marche si è vista assegnare, per fronteggiare l’emergenza e le conseguenze del sisma”, che tra fondi nazionali ed europei equivale a circa 5 miliardi. In circa 2 miliardi viene, inoltre, individuato il fabbisogno finanziario minimo per l’attuazione del Patto. In una nuova distorsione della governance regionale, una significativa quantità di fondi pubblici viene quindi coordinata da un ente privato, collegato a doppio mandato con i vertici della Giunta Regionale. Ecco servito il sistema circolare dove il Patto per la Ricostruzione e lo Sviluppo (con al suo interno progetti già recepiti) influisce politicamente sui bandi e gli accordi governativi che finanzieranno quegli stessi progetti».



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