Lettera a Conte dal cratere:
«Caro presidente, senza infrastrutture
sarà solo una lenta agonia»

SISMA - Il sindaco di Sefro Pietro Tapanelli ha scritto al premier per sensibilizzare governo, politica e cittadini sui problemi delle aree terremotate e di una ricostruzione che dopo quattro anni tarda a decollare
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Pietro Tapanelli

 

«E’ inutile parlare di rilancio e di ripresa se non ci sono le infrastrutture. Senza queste non ci sarà mai più né lavoro né ripresa. Niente di niente. Sarà solo una lenta agonia e noi ci occuperemo solo di una gestione del declino, come stiamo già facendo». Così il sindaco di Sefro Pietro Tapanelli, che ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte a commento dell’incontro del 3 settembre scorso a palazzo Chigi tra i primi cittadini del cratere e lo stesso premier. E per sensibilizzare il governo, la politica e i cittadini sui problemi di una ricostruzione che a quattro anni dai terremoti del 2016 stenta a decollare. 

Ecco la lettera integrale di Tapanelli

 

«Gent.mo Presidente,

sono uno dei sindaci che è stato presente all’incontro del 3 settembre, presso il cortile di Palazzo Chigi, con tutti i colleghi del cratere del terremoto del Centro Italia 2016 e 2017. Devo dire la verità, appena ho visto la convocazione ho subito pensato all’ennesima riunione inutile. Non so se è colpa della mia disillusione verso la politica, nonostante ne sia un fervente praticante e un sostenitore convinto, o se il senso di scoramento l’ho maturato nella mia esperienza professionale, della vita vera, di vicesegretario comunale di un altro comune del cratere, sommerso, seppur dall’altro lato della macchina amministrativa, da innumerevoli difficoltà procedurali. Fatto sta che il livello di sfiducia ha raggiunto un punto di assoluto allarme e cioè un livello dove ormai sono costretto a pensare, credo come molti altri miei colleghi, “ho capito, facciamo da soli”. Il sisma del Centro Italia 2016 e 2017 è qualcosa di imponente e di difficile gestione. Saranno anni di sudore per poter ricostruire parzialmente: sono sicuro, infatti, che alcune realtà non verranno mai rimesse in piedi. Ma il vero problema, a mio avviso, è quello delle aree interne. Anche l’altro giorno ho sentito interventi aventi ad oggetto il rilancio dei territori montani. Ecco, non sono più disposto ad accettare questo refrain. Glielo dico con il cuore: non se ne può più. Sono anni che subiamo questa litania. Ma sa quale è la verità? Bisogna andare oltre il sisma, per il quale scherzosamente un mio amico ha recentemente sentenziato: “Ci sono stati più provvedimenti legislativi che scosse di terremoto”, e dire che è inutile parlare di rilancio e di ripresa se non ci sono le infrastrutture. Senza queste non ci sarà mai più né lavoro né ripresa. Niente di niente. Sarà solo una lenta agonia e noi ci occuperemo solo di una gestione del declino, come stiamo già facendo. Come si può rilanciare un territorio se, vado in ordine sparso, non ci sono strade degne di essere chiamate tali, non ci sono collegamenti ferroviari, alcune zone non sono metanizzate (il mio è uno dei pochi comuni totalmente non metanizzato e in attesa della “barzelletta” delle gare di ambito per la distribuzione del gas naturale), il digitale terrestre non arriva e i telefoni cellulari non hanno segnale? Adesso si parla di Bul (Banda ultra larga), ennesimo acronimo ipnotizzante in una Italia che pensa più alle sigle che alla sostanza, ma sono anni che siamo in attesa dello sviluppo di questa ennesima incompiuta. Il mondo va alla velocità della luce e noi, per buttar giù un cavo, dobbiamo fare anni di conferenze di servizi e collezionare venti pareri di altrettanti enti a tutela (sic!) del territorio. Allora mi permetto di adattare la scena del tetto in La grande bellezza, dove Jep Gambardella, ascoltando l’ennesima morale fatta dal maitre a penser di turno, con espressione sardonica, esclamerebbe: “Quando e dove si manifesta la tutela delle aree interne?”. Le scrivo questo perché la reputo una delle poche persone serie della politica attuale e magari, immagino con cauto ottimismo, leggendo queste poche ed istintive righe alzerà il telefono e proverà a dare una scossa a favore di noi piccoli comuni, frontiera di uno Stato che si ritira e abbandona la periferia. Potrei chiudere con “certo di un cortese riscontro”, ma non è quello che cerco. Spero solo di sensibilizzare il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, e l’opinione pubblica, su uno dei tanti problemi del nostro paese».

 

 

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