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Sae ancora tra disagi e paure,
Cgil: «Quelle filature non sono normali»
Ipotesi manutenzione all’Erap

SISMA - Le soluzioni abitative d'emergenza continuano a dare problemi a meno di due anni dalla consegna. In alcune si aprono delle fessure tra le pareti. Un operaio: «A molte mancano pezzi di rete che tengono insieme i pannelli. E' successo per fare in fretta». Taddei e De Luca: «Da quello che abbiamo visto in molti casi non sono assestamenti ma lesioni dovute a lavorazioni non fatte a regola d’arte». Incertezza sulle manutenzioni, non sempre approvate e quindi pagate. Nei prossimi mesi la patata bollente potrebbe passare all'ente regionale con il sostegno economico della Protezione civile. (Foto e video)
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Una delle filature ampie che si è aperta in una sae

 

di Federica Nardi

Con la ricostruzione che proprio non parte a oltre tre anni dai terremoti del 2016, di soluzioni abitative d’emergenza inadeguate non ne vuole sentire più parlare nessuno. Spesso, nemmeno chi ci abita. Dopo i casi di Muccia e Visso dell’anno scorso, con gli sfollati di nuovo senza un tetto per giorni o settimane, l’alternativa di restare tra quattro mura umide, con i pavimenti bagnati o le porte marce, sembra più allettante di rifare le valige. Anche i Comuni, di sae, non parlano più. Nonostante gli uffici, in molti casi, siano intasati di richieste per la manutenzione. Dalle maniglie rotte alle docce che perdono acqua fino ai casi più gravi: mattonelle senza niente sotto e fessure di mezzo centimetro che si aprono tra i muri.

La porta ammuffita di una sae a Caldarola

E invece l’argomento è ancora dirimente. Non solo per quanto sono costate le “casette” (in alcuni casi quasi 7mila euro al metro quadro tra urbanizzazioni e strutture), né solamente per le vertenze ancora aperte degli operai che aspettano di essere pagati da mesi e mesi. Ma soprattutto per quella ricostruzione che non parte. Perché le nostre sae hanno in media un anno e mezzo di vita, ne dovevano durare circa 4 o 5. Ma se le case vere non tornano e nel frattempo quelle di cartongesso già mostrano tutti i loro limiti, in che condizioni vivranno i terremotati? E a spese di chi? Nel frattempo nel 2018 è partita un’indagine della finanza per accertare se ci siano gli estremi di frode in fornitura pubblica.

Gli operai, ancora oggi, continuano a raccontare a chi li ascolta. Uno di loro è stato testimone dei lavori a Camerino, Ussita e Fiastra (dove recentemente ad Acquacanina una caldaia si è staccata dalla parete). Vuole restare anonimo come quasi tutti gli altri, perché minacce e ritorsioni sono fioccate nel post sisma maceratese e non solo nei cantieri sae): «A molte sae mancano pezzi di rete che tengono insieme i pannelli – spiega l’operaio – è successo per fare in fretta. Inoltre il materiale stoccato sotto l’acqua dà questi risultati. Molte sarebbero da rifare». Si spiegano così, forse, anche a detta della Cgil di Macerata, molte delle fessurazioni che si aprono in quasi tutte le casette realizzate da Arcale. Daniel Taddei e Massimo De Luca, segretari provinciale e della Fillea, provano a inquadrare la situazione. Le hanno viste con i loro occhi a Ussita e Castelsantangelo. Ma le segnalazioni arrivano anche da Camerino, Visso, Caldarola.

Da sinistra Massimo De Luca e Daniel Taddei

«Ci sono diverse filature da assestamento che rientrano nella norma ma non tutte sono così. Alcune situazioni sono strutturali e non da assestamento – specificano Taddei e De Luca -. Può dipendere dal fatto che manca un pezzo di rete o da componenti della struttura che sono andati a male. Viste le condizioni lavorative e dello stoccaggio dei materiali ci saremmo meravigliati dell’inverso. Da quello che abbiamo visto in molti casi non sono normali assestamenti ma lesioni dovute a lavorazioni non fatte a regola d’arte. Montaggio, coibentazione e pitturazioni sono state effettuate con temperature in media a meno sei sotto zero. Ricordiamo anche che l’appalto prevedeva lavorazioni a regola d’arte con personale specializzato. Dopo un anno e mezzo non doveva succedere. Proviamo a pensare tra qualche anno. La fortuna ha voluto che sono tre anni che non c’è l’inverno vero e proprio. Altra situazione non normale il fatto che molti devono tenere le finestre aperte perché dopo i 19 gradi di riscaldamento succede un putiferio a livello di condensa. La casa butta acqua perché i materiali sono impregnati dall’inizio. Ci sono condizioni insalubri».

Come quella di una residente di una delle sae, che da quando ci vive è costretta alle iniezioni per sopperire a una reazione allergica ancora senza soluzione, se non quella di andarsene da un’altra parte. La sua è una di quelle sae dove Arcale è dovuta intervenire recentemente per sistemare un muro impregnato d’acqua (dal tetto). L’intonaco della camera da letto si sta gonfiando e dentro, dopo un po’, si respira con fastidio. Il meccanismo delle manutenzioni funziona così: il cittadino si rivolge al Comune, che a sua volta fa richiesta ad Arcale (o Cns, a seconda di chi ha realizzato la casetta) che a seconda dei casi può accettare o rifiutare l’intervento. A Ussita alcuni residenti segnalano però «interventi non approvati o approvati a metà». Come nel caso di una parete sistemata solo da un lato. E l’altro? «L’ho dovuto fare a pagamento», racconta una cittadina. Una situazione di grande incertezza insomma, che si aggiunge a quella degli scarichi. «Spesso deve venire una ditta a spurgarli – racconta un altro residente di Ussita -. Mi sembra assurdo che qui, dove è tutta pendenza, non siano riusciti a realizzare delle fognature funzionanti».

Il sindaco Mario Baroni

Per il sindaco di Muccia, Mario Baroni, che ha dovuto fronteggiare una vera emergenza perché le sae della Cns buttavano acqua dai pavimenti provocando muffa e funghi, è ora però di parlare di «ricostruzione vera e propria. C’è da ricostruire le case – ribadisce il sindaco -. E’ ora di dire basta e andare avanti». A Muccia i sopralluoghi di controllo delle condizioni delle sae sono ripresi lunedì e andranno avanti anche la prossima settimana. Sulla questione del chi si occuperà delle strutture una volta terminata la garanzia (né uffici né amministratori sembrano conoscere la scadenza precisa che inizialmente era quattro anni), la risposta potrebbe arrivare dall’Erap. C’è un progetto infatti, che già coinvolge almeno Muccia e Camerino, per fare in modo che non siano i Comuni a prendere in carico strutture già problematiche, ma che sia l’Erap, con il sostegno economico della Protezione civile, a farsene carico nei prossimi anni.

 

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