Accoltella e tira acido alla fidanzata:
condannato a 8 anni

CIVITANOVA - La sentenza del Gup del tribunale di Macerata pronunciata questa mattina, Sheval Ramadani era imputato per il tentato omicidio di Alina Emilia Pavel. Il pm aveva chiesto 14 anni. I fatti risalgono al 17 novembre del 2018
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Sheval Ramadani oggi in tribunale a Macerata

 

di Gianluca Ginella (foto di Fabio Falcioni)

Condannato a 8 anni Sheval Ramadani. La sentenza oggi dal gup del tribunale di Macerata dove l’uomo, macedone di 33 anni, era imputato per il tentato omicidio della fidanzata Alina Emilia Pavel. I fatti risalgono al 17 novembre del 2018 ed erano avvenuti a Civitanova. L’uomo quel giorno gettò dell’acido in faccia alla ragazza per poi accoltellarla. Tre i fendenti con cui l’aveva colpita. La ferita più grave Alina la riportò all’addome. Oggi il pm ha chiesto la condanna a 14 anni per l’imputato al processo che si è svolto con rito abbreviato davanti al gup Domenico Potetti.

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Gli avvocati Jacopo Allegri e Alessia Bartolini

Ramadani nel corso dell’udienza di convalida dopo l’arresto aveva ammesso le sue responsabilità e spiegato che il gesto, a suo dire, era nato dalle sue richieste ad Alina di smettere di lavorare al night. Ramadani aveva detto di aver “visto tutto nero” quel giorno. Dopo aver tirato l’acido alla ragazza che venne raggiunta al volto da alcune gocce, la inseguì fin dentro ad un ristorante, il Tonno e salmone, dove la accoltellò. Fondamentale a quel punto era stato l’intervento del titolare del locale che aveva fermato Ramadani. L’uomo era stato poi arrestato dalla polizia. La ragazza, 31, romena, che in quel periodo lavorava al night Bollicine di Civitanova era stata ricoverata all’ospedale e riportò una prognosi di 60 giorni. Ha perso anche 4 decimi di vista da un occhio a causa dell’acido. L’uomo nel corso dell’udienza di convalida aveva raccontato che nel pomeriggio del 17 novembre si erano incontrati in un bar e avevano parlato: «Le ho chiesto di smettere di fare quel lavoro. Lei mentre le parlavo scriveva messaggi con il cellulare ad altri uomini e si faceva selfie che mandava a qualcuno». E sarebbe stato questo a scatenare la sua follia. Prima di quell’incontro aveva già acquistato l’acido muriatico, in un negozio di cinesi (da qui la contestazione della premeditazione). «Più volte le ho chiesto di venire a vivere con me a Grosseto – aveva anche detto Ramadani -, mi rispondeva: “fammi fare un altro po’ di soldi e vediamo”. Volevo colpirla in qualche modo. E’ stato un gesto di rabbia. Ma non la volevo uccidere. Volevo che tornasse con me». Ramadani si trova in cella al carcere di Montacuto di Ancona. È difeso dall’avvocato Jacopo Allegri e Alessia Bartolini (che oggi sostituiva in udienza l’avvocato Luca Bartolini). Il Gup ha ritenuto assorbito il reato di lesioni in quello di tentato omicidio, premeditato. Parte civile si era costituta Alina (che non ha partecipato all’udienza).

(Servizio aggiornato alle 11,47)

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