Salvare ad ogni costo
la scuola “Montessori”

Il disegno del piccolo Diego è la bandiera di una causa giusta anche per altre scuole e anche per noi
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Non deve cadere nel vuoto il grido d’allarme proveniente dalla “Montessori” di Macerata, un’antica scuola elementare che rischia la chiusura perché la proporzione fra bambini italiani e stranieri non rispetta i limiti imposti da una circolare dell’ex ministro Gelmini, secondo la quale in ogni classe gli alunni italiani debbono essere non meno di due terzi e quelli stranieri non più di un terzo. Vero è che questo problema riguarda anche altre scuole maceratesi, nelle quali la percentuale dei non italiani giunge al quaranta e talvolta lo supera. Vero è che negli ultimi anni la presenza di stranieri ha valicato, a Macerata, la soglia del dieci per cento e comprende un numero di bambini nettamente al di la di quello, in media, delle famiglie di origine locale. Vero è che in molte di esse si non guarda con simpatia alle scuole e alle classi multietniche ritenendole un ostacolo all’apprendimento dei loro figlioli. Tutto questo è noto e dimostra quanto sia difficile affrontare la complessa questione dell’integrazione.

Ma il caso della “Montessori” è venuto alla ribalta della cronaca anche per una particolarità che prima della ragione tocca il cuore (“Il cuore ha delle ragioni che la ragione non ha”, diceva quattro secoli fa il grande filosofo francese Blaise Pascal). E mi riferisco al festoso disegno pubblicato da Cm e fatto da Diego, un bambino italiano di questa scuola che ha messo in fila i nomi di cinque suoi amichetti stranieri – uno della Guinea, uno della Cina, uno dell’Ungheria, uno dell’Ucraina, uno della Palestina – e le squadre di calcio per cui essi tifano, tre per la Juve e due per il Milan. Ed è grazie a questo disegno che la “Montessori” merita di assurgere a simbolo di qualcosa di reale e profondo che impegna la nostra comunità a riflettere sul presente e ancor più sul futuro.

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L’elenco degli amici fatto da Diego, alunno della terza elementare della Montessori

Quei sei bambini non sanno nulla della circolare Gelmini né dei motivi politici, sociali ed economici che l’hanno determinata. Insieme imparano a scrivere e a far di conto, insieme mangiano, insieme giocano, insieme crescono, insieme si scambiano le loro storie e il loro lessico familiare, insieme conoscono i loro rispettivi genitori, insieme vogliono bene alle loro maestre. In tutto e per tutto si sentono uguali. Li dividono soltanto la Juve, il Milan, forse il modo di vestire, forse il modo di pregare. Noi, assai più informati di loro, sappiamo che lo scopo dell’ex ministro Gelmini era di evitare la formazione, lei diceva, di ghetti. Uno scopo, al limite, da rispettare, anche se quel governo, non dimentichiamolo, era fortemente condizionato dalla Lega Nord, le cui idee non sono affatto contrarie ai ghetti purché riservati agli immigrati. Ma davvero possiamo credere che alla “Montessori” c’è un ghetto? Fra quei bambini italiani, africani, cinesi, ungheresi, ucraini, guineani e palestinesi non c’è forse l’esatto contrario del ghetto, ossia l’assenza di ogni forma di segregazione? E se i bambini italiani se ne rendono conto fin dai primi anni di vita e se ne rendono conto anche i bambini cinesi con quelli ucraini e gli ungheresi con quelli guineani e ciascuno – e tutti insieme – con quelli italiani non è, come ebbe a dire il 21 luglio del 1969 Neil Armstrong mettendo il piede sulla luna, “un piccolo passo per un uomo (piccolo, sì, trattandosi di una piccola scuola in una piccola città) ma un grande passo per l’umanità?”

Quel disegno, insomma, mi ha toccato il cuore. Un sentimento, certo. Ma condiviso dai commenti dei lettori, tutti improntati a considerazioni molto partecipi, serene e civili anche da parte di coloro che in altre vicende si mostrano ostili a propositi di accoglienza e integrazione. Un sentimento, ripeto. Ma son proprio i sentimenti, a volte, che spiegano più e meglio della ragione qual è la realtà umana con la quale bisogna misurare le nostre emozioni, i nostri pensieri, la nostra idea di futuro.

In che modo, ora, la “Montessori” potrebbe salvarsi? Basterebbe che, superando certi pregiudizi e certe diffidenze tuttora presenti fra noi adulti, le sue classi – la prima, anzitutto – si arricchissero di quattro o cinque nuovi bambini italiani. Altrimenti? In mancanza di una deroga dell’Ufficio scolastico regionale, la chiusura sarebbe inevitabile. E scomparirebbe una scuola che oltre alle sue tradizioni può vantare, oggi, efficienza, prestigio, modernità. Quali sarebbero gli effetti per la città? Negativi. Se non altro perché si risolverebbero in un arretramento su quella linea di apertura al mondo che fin qui ha posto Macerata al riparo dalle conseguenze peggiori di una mal tollerata compresenza multietnica, multilinguistica e multireligiosa.

Troppo cuore? Può darsi. Ma non si dica troppo buonismo, troppo lassismo, troppo pietismo. Il disegno di Diego, infatti, dice alla ragione molte cose importanti che noi adulti facciamo ancora fatica a capire per il bene della nostra stessa comunità. Dice qual è il mondo nuovo, dice che la pluralità degli incontri è la chiave di volta per consentire anche ai nostri bambini di affrontare gli impegni futuri, dice che formarsi in una scuola come la “Montessori”, dove gli stranieri superano la draconiana soglia del trenta per cento, è senz’altro più proficuo che frequentarne una dove gli italiani sono il cento per cento, dice che da una scuola come la “Montessori” sarà più facile, domani, che escano laureati e diplomati in grado di affermarsi in Italia e altrove, dice che non per caso il nome “Montessori” si riferisce a quella grande pedagogista italiana che agli inizi del secolo scorso lottò – strenuamente e dovunque – per il superamento delle barriere economiche, delle differenze di origine e delle disuguaglianze di educazione familiare. Battiamoci, dunque, a favore della “Montessori” e, sulla spinta emotiva di quel disegno, anche delle altre scuole cittadine che si trovano alle prese con l’identico problema. E, soprattutto, si batta l’amministrazione comunale, con iniziative – per esempio nel campo della mobilità urbana – tendenti a facilitare in quelle classi l’ingresso di bambini italiani. Per la circostanza l’assessore Stefania Monteverde ha pronunciato parole assai edificanti. Ma non bastano, occorre qualcosa di più concreto nel solco di quella scelta politica d’intervento nel sociale che la giunta Carancini ha confermato nonostante le gravi ristrettezze di bilancio. Il disegno di Diego, torno a ripetere, può diventare la bandiera di una causa che apre vantaggiosi orizzonti anche per l’avvenire dei nostri figli.

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VIAGGIO NELLA SCUOLA ESEMPIO DI INTEGRAZIONE (GUARDA IL VIDEO)



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