«Il piano Mattei non con quel nome»
Diffida del nipote al Governo
MATELICA - Pietro Mattei ha rivolto la richiesta alla premier, non vuole che si usi il cognome dello zio. Perché ritiene l'operato Meloni «in totale antitesi» con quelle del fondatore di Eni

Enrico Mattei
Lo scorso 27 marzo Giorgia Meloni ha trovato sull’indirizzo di posta elettronica della presidenza del Consiglio una mail, inviata via Pec: “Diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto “Piano Mattei”, a firmata da Pietro Mattei.
È uno dei nipoti ed eredi del fondatore dell’Eni, morto nel 1962 in un incidente aereo incastonato nella storia come uno dei grandi misteri d’Italia. Pietro Mattei aveva otto anni quando lo zio scomparve, sposato ma senza lasciare figli. La sua eredità oggi è divisa tra i nipoti, i figli dei suoi fratelli. Lo riporta l’Ansa in seguito ad un articolo della Stampa, che parla anche «dei beni che i nipoti reclamano da Eni: oggetti, lettere, e diversi quadri del primo Novecento, soprattutto due nature morte di Giorgio Morandi, appartenute all’industriale, noto mecenate e collezionista di artisti italiani, per i quali è stata presentata una citazione in sede civile per petizione ereditaria al tribunale di Macerata contro l’azienda di Claudio Descalzi».

La premier Giorgia Meloni
«Pietro Mattei ha deciso di diffidare Meloni dall’uso del cognome di famiglia dopo tre anni di governo e due dall’avvio del Piano strategico di partenariato con i Paesi africani intitolato al fondatore dell’Eni – si legge sulla Stampa -, proprio in virtù del rapporto che aveva saputo coltivare con queste nazioni. Vale la pena ricordare di cosa si parla. Mattei fonda Eni nel 1953 e lancia la sfida alle Sette Sorelle, le principali compagnie petrolifere americane e inglesi che nel Dopoguerra hanno il monopolio mondiale del greggio. Firma accordi con l’Urss e propone ai Paesi produttori del mondo arabo e all’Iran di rompere questo cartello, con una più equa distribuzione dei profitti e in forza di una relazione «paritetica». In cambio Eni diventa un gigante e l’Italia conquista una politica energetica più autonoma».
«Il contrario di quello che sta facendo Meloni – spiega Pietro Mattei a La Stampa -. All’inizio ho detto “vediamo che fanno”. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?».
Nella lettera riportata da La Stampa l’operato di Meloni è definito «in totale antitesi» con le gesta di Mattei, e l’uso del suo nome “finalizzato a scopi di propaganda” che rischiano di “distorcere” figura ed eredità politica del fondatore. Invece di perseguire “la sovranità energetica nazionale” il governo mostra “una marcata subordinazione agli interessi degli Usa».
«Meloni dice di essersi ispirata all’industriale marchigiano quando nel Piano parla proprio di ‘rapporto paritetico e non predatorio’ con l’Africa – si legge ancora su La Stampa. Ma per Pietro non è così. «Basta vedere come tratta i migranti», perché, scrive nella diffida, Mattei «selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi. Un approccio lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici». Pietro, prosegue la Stama, è pronto a fare tutto quello che serve se il nome dello zio continuerà a essere legato al programma gestito da una struttura di coordinamento a Palazzo Chigi guidata dal consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio. «Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota».
Ben fatto Sig. Pietro.
Farsi belli col nome degli altri non è affatto corretto, anche perchè sono convinto che al governo non hanno chiaro cosa sono oltre trenta milioni di Km quadrati che è la superfice dell’Africa a fronte dei 300 mila dell’Italia, l’Italia è un/ centesimo dell’Africa quindi sai quanto è influente il nostro pseudo piano Mattei per l’Africa? niente, solo qualche briciolina insignificante.
E se il Governo dicesse che il Mattei del piano Mattei è solo un omonimo?
Scherzavo, parlando seriamente direi che questo scatto d’orgoglio marchigiano è destinato a incidere non poco sulla situazione geopolitica globale.
Credo che ci sia da essere solo che orgogliosi di essere un discendente di qualcuno che ancora oggi viene ricordato.
Ci si dovrebbe sentire ancora più orgogliosi se poi è il governo di uno stato che lo ricorda!
Ma per il Signor Pietro non è così…. chissà perché?
@Riccardo Nardi, Pietro Mattei ha perfettamente ragione. Enrico Mattei non ha certo bisogno di essere ricordato (rectius, usato) da un governo di incapaci in mala fede come quello attuale.
Veramente i kilometri quadrati lasciano il tempo che trovano, più significativo è il Pil: quello di tutta l’Africa nel suo complesso è pari a 2750 miliardi di dollari, quello dell’Italia, non faccio per vantarmi, è di 2550 miliardi di dollari.
Non entro nel merito. Mi limito a dire che ai tempi di Mattei, quando esisteva lo Stato, l’Eni era in mano pubblica. Oggi lo stato “partecipa”. Non oggi, da sempre e dopo la morte di Mattei che non fu affatto casuale, l’Eni è in mano privata, come la BCE.
Totalmente d’accordo con Pietro Mattei. Magari pensarci un po’prima e non dopo quattro anni, sarebbe stato più incisivo …
… comune di Matelica per la collocazione di un bagno pubblico proprio di fronte il murales del Museo della Resistenza di Braccano…
L’espressione “mosca cocchiera” deriva da una celebre favola di Jean de La Fontaine, intitolata La carrozza e la mosca (Le Coche et la Mouche). Si usa per descrivere una persona che, pur non avendo alcun ruolo reale nel compimento di un’opera o nel successo di un’impresa, si agita molto e si convince (o cerca di convincere gli altri) di esserne la protagonista o la causa principale.
Pietro Mattei ha ben compreso che chi governa è in realtà una mosca cocchiera.
mi puzza molto di ricerca di visibilità e notorietà…
Concordo in tutto con il sig. De Biase. Voglio solo aggiungere che il partigiano Enrico Mattei si rivolterà nella tomba nel sentire il suo nome pronunciato strumentalmente da questa accozzaglia di post fascisti, tanto arroganti quanto incapaci. Bravo sig. Pietro.
https://www.adnkronos.com/politica/pura-follia-la-nipote-di-enrico-mattei-commenta-la-diffida-del-fratello-al-governo-meloni_6aOnDRlfwF9BOLXhLs6r3C
Ode a Rosangela Mattei
Nel quieto palazzo di Matelica, dove il tempo sosta reverente,
siede Rosangela, che il mondo chiama Rosy,
con mani di settantasette primavere
che custodiscono, come reliquie d’oro antico,
le ombre di un grande: foto ingiallite,
cimeli che ancora odorano di petrolio e di destino,
documenti che parlano con voce di acciaio e di mare.
Da quando aveva tredici anni,
quando il mondo era ancora un giardino di illusioni,
ella ha scelto la fedeltà più pura:
non la corona, non il trono, non il plauso della folla,
ma la memoria di Enrico, suo zio,
come una lampada accesa in una stanza buia,
come un fiore che non appassisce mai.
Fratello Pietro vaga altrove,
mescolando nella stessa coppa amara
guerra di Palestina, Meloni, Stati Uniti,
come un alchimista distratto che confonde
veleni e balsami, cause civili e denunce penali,
cercando nel chiasso del giorno
ciò che solo il silenzio della storia sa custodire.
Ma Rosy, con la grazia ironica di chi ha visto troppe albe,
sorride e scuote il capo con dolce disprezzo:
«Che c’entra la guerra lontana con la memoria di un uomo
che sognava l’Italia padrona del proprio olio nero?
Che senso ha scagliare pietre contro il governo
quando la casa brucia e le risorse sono già svendute
come reliquie profane in un mercato di ladri?»
Ella parla con la voce di chi ha ereditato
non solo il sangue, ma lo spirito indomito:
«Non distruggiamo l’Italia,
non ora che è fragile come cristallo veneziano.
Se mio fratello ha scelto la via dell’ira,
sia problema suo. Io non posso dire
“ha ragione Pietro” né “sbaglia la Meloni”.
Nessuno è Enrico Mattei:
non Renzi dal sorriso di mercurio,
non il Pd con le sue utopie di carta,
non Forza Italia con i suoi inchini di seta,
non la Meloni stessa, per quanto forte ella sia.
Mancano le risorse, non le polemiche.
Hanno venduto il sogno di mio zio
per un pugno di monete straniere.»
O Rosangela, nobile custode di un’epoca perduta,
tu sei l’ultima rosa di un giardino appassito,
che profuma ancora di grandezza italiana,
di quell’orgoglio quieto e tenace
che non si piega al vento della moda né al grido della piazza. Nel tuo palazzo, tra le mura che sanno di storia vera,
tu custodisci non solo un uomo, ma un’idea:
che l’Italia si salva con il silenzio operoso,
con la memoria fedele, con la pazienza delle donne forti,
non con le denunce teatrali né con le cause civili
che svaniscono come fumo nel vento di Bruxelles.
E mentre il mondo si perde in chiacchiere vane,
tu, Rosy, continui a lucidare le vecchie foto,
a riordinare i cimeli, a sussurrare al ritratto di Enrico:
«Io ci sono ancora. E finché ci sarò io,
la tua memoria non sarà merce di scambio
per nessuna guerra, per nessuna Meloni,
per nessuna vana rabbia del presente.»
Così parla, con eleganza antica e ironia,
la nipote che ha scelto di essere custode,
non distruttrice;
fedeltà, non tradimento;
memoria, non oblio.
E in questo tempo di nani che litigano sul corpo di un gigante,
la sua figura minuta, vestita di semplice dignità,
sembra la più alta di tutte.
@Pavoni, non só che fonti ha, ma le ha sbagliate, il Pil approssimativo delle 54 nazioni africane si aggira sui 4,5 Trillion cioè 4.500 miliardi ( facciamo di dollari). Ma lasciamo perdere le mere cifre. L’Italia ha progetti partecipazioni e business in Libia, Algeria, Egitto, Eritrea, Kenia e molte altre nazioni Africane.Tutto bene, tutto bello. Ma quando sento la Premier letteralmente riempirsi la bocca ( con rispetto parlando) del “Piano Mattei per l’Africa”, vorrei ricordargli che si tratta comunque di un’inezia, di pochissima roba. Ad ogni modo meglio questo che niente, io spero che in futuro si faccia molto molto di più’, come dice un mio amico che vive in Guinea Conakry, ma ne sono convinto anch’io il futuro è il Africa non nella vecchia Europa nè tantomeno in Italia.
@ Marconi sa di natura sarei Ciccio Formaggio ma Grok è molto irascibile: “«Senta Marconi, partiamo dai fatti, perché i numeri che cita sono sbagliati.Il PIL nominale totale di tutta l’Africa (54 paesi) secondo il FMI (World Economic Outlook aprile 2026) si aggira sui 3,3-3,5 trilioni di dollari per il 2026, non 4,5. La cifra di 4.500 miliardi che dice è probabilmente una confusione con il PIL a parità di potere d’acquisto (PPP), che è un altro indicatore e non riflette il valore reale in dollari sul mercato internazionale.Per farle capire la dimensione: il PIL dell’Italia nel 2026 è proiettato a circa 2,74 trilioni di dollari. Quindi una sola nazione europea di 59 milioni di abitanti ha un’economia quasi pari (o solo leggermente inferiore) a quella di un intero continente con 1,4 miliardi di persone. Questo la dice lunga sulle dimensioni reali attuali, al di là degli slogan sul “futuro è l’Africa”.Ha ragione sul fatto che l’Italia ha già interessi concreti in Libia, Algeria, Egitto, Eni ecc. Bene.Sul Piano Mattei: sì, è una goccia nel mare. Circa 5,5 miliardi di euro iniziali (tra prestiti, doni e garanzie), perlopiù risorse già stanziate e riciclate da altri fondi, non soldi freschi. È un’iniziativa modesta, quasi simbolica rispetto alle vere sfide africane e agli investimenti di altri attori (Cina in primis). Meglio di niente? Forse. Ma riempirsi la bocca con questa roba come se fosse chissà quale svolta strategica è un po’ eccessivo.Sul “il futuro è l’Africa, non nella vecchia Europa né in Italia”: è un’opinione che sento spesso, ma resta ottimistica e rischiosa. L’Africa ha un enorme potenziale demografico e di risorse, nessuno lo nega. Però oggi ha ancora PIL pro capite medio bassissimo, instabilità politica cronica in molti paesi, livelli di corruzione elevati, infrastrutture carenti, debito crescente e governance debole in gran parte del continente.L’Italia e l’Europa non sono “vecchie e finite”: hanno tecnologia avanzata, capitale umano qualificato, industria, finanza e know-how che l’Africa nella stragrande maggioranza dei casi ancora importa, non esporta. Abbandonare o sminuire l’Europa per puntare tutto sull’Africa come se fosse il nuovo Eldorado è un classico errore di prospettiva. Una collaborazione seria può essere utile (win-win), ma farne una fuga in avanti o un piano B esistenziale per l’Italia è illusorio.Se il suo amico in Guinea Conakry è convinto che il futuro sia lì, buon per lui. Ma la realtà è che senza enormi miglioramenti in stabilità, rule of law e produttività, quel “futuro africano” rischia di restare un futuro che slitta sempre più in là.”
occhio alle proiezioni che non se ne azzecca una, mentre i quasi 100 miliardi da pagare in interessi tutti gli anni sono sicuri come sono sicure le disgrazie che con costanza arrivano sempre in questo paese e di solito non porto sfiga.
Enrico Mattei è patrimonio dell’Italia e di tutti gli Italiani che a lui vorrebbero ispirarsi. Lo stesso Papa Leone, andando in Africa, ha voluto indicare l’Africa come luogo futuro di sviluppo religioso cattolico, insieme a luogo ricchissimo, che non deve più essere sfruttato dagli ex-colonialisti a dai neo-colonialisti, e di scontro tra costoro.
Consiglierei la Meloni di smettere di scommettere per una Europa che altro non è che – ancora e solo – una “espressione geografica”, per come diceva dell’Italia della sua epoca il cancelliere austriaco Metternich.
Ciò che l’Africa ha bisogno dovrebbe essere quello di ridisegnare i confini che divisero le Tribù sulla cartina geografica. E se ciò è servito ai fronti di liberazione di avere aiuti dai loro fratelli tribali che vivevano negli Stati limitrofi, Oggi vediamo che questi confini colonialisti sono diventati motivi di scontro all’interno di uno Stato fasullo creato dai colonialisti. Porto, come esempio, il Sud Sudan, che conosco bene. Dovrebbe essere diviso in tre parti. Tagliato a metà, a Juba, le tribù meridionali, che poi ritrovi nella zona di confine dell’Uganda. Il fiume Nilo divide a nord, al di sopra, i Denka, eccetera, da unire alle stesse tribù delle Repubblica Centro-Africana. Ad est del Nilo, abbiamo i Nuer, da secoli in lotta con i Denka, che dovrebbero diventare uno Stato a solo. Certo, a questo punto, si potrebbe formare uno Stato federale. Noi che ci interessavamo del Sud Sudan sapevamo cosa sarebbe accaduto dopo l’indipendenza: una guerra civile. Ma era necessaria l’indipendenza, per affrontare il futuro assetto. L’Italia avrebbe molto da lavorare, in accordo con la Chiesa cattolica.
La Meloni, se vuole riscattarsi dalla figuraccia del Referendum, lavori su questa strategia innovativa. Mettendola in prospettiva a chi “fuggiva da guerre e carestie” e che oggi, in Italia, da disperato, si dà al crimine.