L’infermiera del Covid hospital:
«Qui i pazienti necessitano di più cure,
all’inizio eravamo spaventati»

L'INTERVISTA - Marinela Gjoshevska lavora all'ospedale di Camerino. Oltre a raccontare la sua esperienza, lancia un appello: «Siate grati di poter essere a casa, ogni giorno qui ci sono ricoverati che si colpevolizzano per non aver fatto sufficiente attenzione»
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Marinela Gjoshevska

 

di Luca Patrassi

Ai tempi del coronavirus la risposta in termini di cura e di assistenza arriva da tutte le strutture ospedaliere dell’Area Vasta 3, da Civitanova a Macerata passando per Camerino. Cure e volti che si incontrano tra pazienti e personale sanitario dedicato, dai medici agli infermieri. Operatori sanitari di lungo corso ed anche giovani, pronti all’azione contro Covid 19. Marinela Gjoshevska ha 27 anni, è un’infermiera e lavora al Covid Hospital di Camerino, prima dell’emergenza in Chirurgia.

L’emergenza ha riversato negli ospedali tanti contagiati, anche gravi. Quali sono stati i sentimenti iniziali provati nel trovarsi di fronte un virus sconosciuto?

«Il sentimento iniziale provato di fronte a questo virus è stato di certo la paura. In questo lavoro si corrono normalmente rischi, ma nel reparto Covid si aggiunge il fatto di fronteggiare un nemico sconosciuto. Eravamo spaventati perché non sapevamo di preciso cosa ci aspettasse, che tipologia di pazienti avremmo trovato, come rapportarci in sicurezza a loro senza rischiare di contagiare anche noi stessi e soprattutto temevamo per la salute dei nostri cari. Molti miei colleghi si sono allontanati dalle loro famiglie, altri si auto-isolano in casa limitando i contatti ed utilizzando la mascherina. Quindi oltre al carico di lavoro fisico, vi è stato anche quello psicologico di dover stare da soli, senza avere nessuno da cui tornare in seguito al turno di lavoro. Tutto questo per protezione nei confronti dei nostri affetti».

La sua esperienza in corsia tra i pazienti l’ha portata a rilevare differenze di comportamento tra i malati ‘normali’ e quelli Covid? Più fragili, più ansiosi o altro?

«I pazienti Covid necessitano di molta più assistenza rispetto ai pazienti “normali”. Questo perché oltre all’assistenza infermieristica routinaria, hanno dei bisogni che, in situazioni normali, verrebbero soddisfatti dal familiare di riferimento. E’ proprio questa la crudeltà del virus che obbliga l’isolamento e non permette la vicinanza dei propri cari nemmeno nel momento della morte. Quindi oltre a combattere contro la malattia hanno un altro nemico, la solitudine. Loro hanno solo noi. Li aiutiamo a mangiare, a farsi la barba, lavarsi i capelli. Festeggiamo il compleanno con loro, portandogli una fetta di torta con una candela. Cose piccole, quasi scontate, ma che li fanno sentire “persone” e non solo “malati”. Si raccontano, si confidano. C’è chi ha il coniuge ricoverato altrove, chi ha i familiari in quarantena a casa o chi addirittura ha perso il proprio caro e ancora non lo sa. Ed anche nel momento peggiore, ci siamo noi  con loro. Sono le nostre le mani che stringono e gli occhi che guardano prima di lasciarsi andare. Davanti a quelle scene rimani inerme. Sono immagini che ti porti a casa e che non superi facilmente ».

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Il Covid Hospital di Camerino

Si pensa sempre che entrando in un ospedale in automatico partano tutti i servizi necessari… vi ponete, vi siete mai posti la domanda dei rischi cui andate incontro?

«Nessuno di noi si aspettava che l’ospedale di Camerino venisse designato come principale centro Covid dell’Area Vasta 3. Ci siamo trovati a far fronte a questo improvviso cambiamento da un giorno all’altro. Tutto iniziò l’8 marzo, quando ci ritrovammo a dover sgomberare l’intero reparto trasferendo i pazienti chirurgici negli ospedali limitrofi e riorganizzando le stanze di degenza e tutta l’Unità operativa per accogliere i nuovi pazienti Covid. Tutto questo con ordini precisi da parte della direttrice Mara Buccolini. Abbiamo partecipato ad un breve corso di formazione dove ci venivano mostrati i dispositivi di protezione che dovevamo utilizzare. Sotto la guida e l’esperienza della nostra coordinatrice Rosa Piccirilli sono stati individuati i percorsi puliti e quelli cosiddetti sporchi, in ogni reparto è stata allestita una stanza di vestizione e una di svestizione con relativa zona filtro. Sono state riviste e modificate intere procedure come ad esempio il trasporto e somministrazione del vitto, la modalità di trasferimento dei pazienti da/verso la terapia intensiva, la modalità di ricovero, l’esecuzione degli esami di radiologia e via dicendo. Ci siamo trovati a lavorare in un ambiente nuovo, con personale nuovo che è arrivato in aiuto da altri presidi. Abbiamo imparato a lavorare insieme e a creare un gruppo unico. Infermieri, medici, operatori socio sanitari, ausiliari, tecnici radiologi, tecnici di laboratorio, la squadra delle pulizie e tutta la parte dirigenziale. Ognuno con il suo ruolo, ma in squadra. Abbiamo dovuto imparare a vestirci in maniera corretta, utilizzare mascherine ed occhiali di protezione che, ogni volta, lasciano dei solchi in viso per ore. Eravamo tutti timorosi ed incerti. Ogni volta che è vi è un cambiamento vi è anche una resistenza, ma dopo i primi tentennamenti ed insicurezze ci siamo trovati a lavorare con più determinazione di prima».

Emergenza sanitaria di portata storica ma è anche vero che mai come oggi avete il pieno sostegno dell’opinione pubblica… pensa che possa e debba rimanere in futuro?

«Siamo grati di tutto il sostegno da parte dell’opinione pubblica e tante volte siamo stati definiti dai media e nei social come degli eroi, ma bisogna ricordare che prima di questa emergenza Covid19 in tanti pronto soccorso di ospedali italiani si parlava di operatori aggrediti e insultati inutilmente. Mi piacerebbe che quando tutto questo finirà non si smetta di avere rispetto e non si torni a sminuire la nostra professione».

La cosa che più l’ha colpita in questi mesi di emergenza?

«La solidarietà delle persone. La generosità senza fine è un sentimento a cui non siamo spesso abituati nella nostra società. Invece diverse associazioni, aziende, raccolte fondi ci hanno aiutato donando all’ospedale attrezzature, presidi di protezione. Oltre a tutto ciò sono stati donati anche dei tablet: può sembrare una sciocchezza, ma questi strumenti ci permettono di abbattere le distanze imposte da questo virus e regalare un momento di serenità e speranza ai nostri pazienti. Per non parlare di tutti i gesti di riconoscenza verso il personale ospedaliero: ci sono arrivate pizze, ciambelloni, uova di Pasqua e via dicendo. Prodotti che ovviamente abbiamo condiviso con tutti i pazienti».

Qualcuno ha detto che oltre ai grazie si aspetta buona memoria al tempo del rinnovo dei contratti…

«Mi auguro che una volta cessata l’emergenza ci si metta a lavorare seriamente sulle condizioni del nostro Servizio sanitario nazionale e con esso sulla condizione infermieristica. E’ necessaria una contrattazione separata dal comparto, un adeguamento dello stipendio alla media europea ed assunzioni massicce che permettano di ricostruire un sistema di salute pubblico efficiente che non lasci da solo nessuno».

Un appello che si sente di lanciare a chi, sano, è a casa ma si sente agli arresti domiciliari?

«Mi sento di lanciare un appello a chi si sente recluso e obbligato a rimanere a casa. Ogni giorno vediamo persone che darebbero qualsiasi cosa per essere al posto vostro, che si colpevolizzano di non aver prestato sufficiente attenzione o ammettono di essere stati leggeri in alcuni comportamenti adottati. Dovete essere grati di essere a casa, in salute e magari in famiglia. Quando vi viene chiesto di mettere in atto determinati comportamenti e rispettare alcune regole lo state facendo per voi, per noi e per tutti quanti. Ognuno di noi può fare la differenza ma dobbiamo ragionare da comunità. Insieme».

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