«Attraversiamo la tempesta del virus
riscoprendo l’amore e la responsabilità»

L'INTERVENTO di Gianni Giuli, direttore del dipartimento di Dipendenze patologiche di Macerata. Dal trauma per l'aggressione subita a novembre alle sfide dell'emergenza attuale: «Quando ripartiremo saremo noi a scegliere: continuare come prima o cercare di vivere in modo diverso»
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Gianni Giuli

 

di Gianni Giuli*

Come reagiamo di fronte a un evento che ci crea stress? Dal punto di vista del cervello ogni nuova esperienza crea una risposta immediata che innesca una serie di processi neuronali che ci portano a reagire. Quell’evento sarà memorizzato permanentemente nel nostro cervello e di conseguenza quella memoria tornerà ogni volta che si verifica un episodio analogo o simile. Perché la memoria è un ingrediente essenziale che fonda la nostra identità. Questo comporta una serie di minuscoli cambiamenti che addirittura possono influire sul nostro Dna e quindi su diversi tratti del nostro carattere e sui nostri comportamenti futuri. È la struttura del nostro sistema nervoso che funziona in questo modo. Riceve input sensoriali, elabora l’informazione in continuazione, generando comportamento.

Scrivo questo perché non più di 3 mesi fa la mia vita si è fermata di fronte a un’aggressione che ho subito durante il mio lavoro. Nel giro di pochi secondi, quel terribile evento ha sgretolato le mie certezze. Il mio tempo che prima era dedicato alla mia professione agli impegni lavorativi, affettivi, sportivi, ludici e sociali si è fermato. Ho vissuto due mesi nei quali ho dovuto ricorrere a tutte le mie energie per affrontare il disorientamento, la paura. Mi sono dovuto spogliare dai panni dello psichiatra per vestire quelli del paziente per elaborare, attraverso la psicoterapia, quell’evento drammatico che poteva fermare la mia vita. Ci sono state però delle cose che mi hanno aiutato, le persone che amo che sono state un punto di riferimento, la solidarietà di tutta una città nei miei confronti. Questo mi ha permesso di capire che non ero da solo ad affrontare quella situazione e piano piano sono uscito da quel momento difficile, cercando di riprendere la mia vita e il mio lavoro.

Una cosa sicuramente non ho fatto, anche grazie ai consigli della persona che ritengo un mio punto di riferimento sia professionale che spirituale , il prof. Alfredo Canevaro, non ho cercato di rimuovere quel brutto ricordo per continuare la mia vita come prima. Non sono più lo stesso di prima e forse non lo sarò mai, però cerco di utilizzare le conseguenze di quell’evento in modo positivo. Cerco di utilizzare quell’evento impresso ormai permanentemente nella mia mente per tentare di cambiare per migliorare la mia vita, non mi affretto troppo, cerco di non arrabbiarmi troppo per delle cose che non sono importanti e non incorrere in quella continua e veloce corsa che ci impone questa società anche quando facciamo le cose che ci piacciono, cerco di dare più valore alle persone che amo e cerco di godere della loro presenza nella mia vita.

Ho voluto scrivere di questa mia esperienza in poche righe per condividere con voi di come poter vivere il tempo del Covid-19 e sottolineare quello che ci manca in questo momento. L’uomo è un essere sociale ha bisogno di condividere con gli altri e forse molto spesso ce ne dimentichiamo. In questo momento delle parole, a volte inutili, quello che ci manca di più paradossalmente è solo di poter abbracciare le persone che amiamo. Non possiamo farlo per la nostra sicurezza e la sicurezza degli altri. E cerchiamo allora di trovare tutti i modi di poter comunicare a distanza. Ma ci manca qualcosa, ci manca il contatto fisico con gli altri di cui ora diffidiamo. Siamo arrabbiati con lo Stato e con l’Europa con chi ci ha deluso e ci ha lasciato soli.

Allora che possiamo fare? Utilizzare la solitudine per riflettere su noi stessi, immergerci nella nostra interiorità in modo da poter ricordare le emozioni del senso di perdita e di separazione che stiamo vivendo in questi momenti, pensare a tutte quelle occasioni importanti che poco tempo fa vivevamo senza dargli il giusto peso, o alle cose inutili alle quali davamo importanza. Allontanarci dalla continua e ossessiva interpretazione dei dati sull’epidemia, a volte falsi, a volte non scientificamente corretti, quasi pensando che tenendo sotto controllo gli stessi potremmo cambiare il corso dell’epidemia. La fotografia di un fenomeno di questo tipo non può attenersi al dato giornaliero, ma si evidenzia in un medio lungo periodo ( almeno una settimana) per cui il dato giornaliero di per se ha poco senso.

Certo tenersi informati è importante, ma è altrettanto importante rispettare le regole e non pensare che siano solo per gli altri e pensare alla propria salute fisica e psichica. Prepararci a ripartire con un approccio alla vita diverso in un mondo che potremmo far essere diverso. Jiddu Krisnahanamurti, (filosofo indiano) diceva “Non è segno di salute mentale essere ben adattati ad una società profondamente malata” e noi c’eravamo troppo adattati. Allora possiamo pensare ad un cambiamento, ad una rinascita. Quindi quando ripartiremo saremo noi a scegliere: continuare come prima o cercare di vivere in modo diverso. Cito anche io lo stesso film che ha citato nel suo stupendo articolo il mio amico Marco Sigona (proprio perché per alcuni di noi quel film è stato un modo per riflettere su noi stessi e sul senso della vita). Parlo di Sliding Doors, film del regista Peter Howitt del 1998. La storia di vita della protagonista Hellen (Gwyneth Paltrow ) prenderà due percorsi diversi e tutto sarà condizionato dal Prendere o Perdere la Metropolitana. Nel caso del film, sicuramente da rivedere in questo periodo in cui il tempo non ci manca, il futuro di Hellen è condizionato dal destino, dal caso. Invece il nostro futuro sarà condizionato solo dalle nostre scelte.

Ritorniamo quindi alla domanda che ci siamo fatti all’inizio dell’articolo: Cosa seguirà a tutto questo ? Come reagiremo ? Non lo so , spero che la nostra memoria non venga offuscata come sempre solo dal presente, dal Dio denaro , dalla frenetica corsa all’apparire. Ma una cosa è sicura non saremo più gli stessi e cito in questo senso quel genio di Murakami che nel suo magnifico libro Kafka sulla spiaggia Scrive: “Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato”.

Così quello che possiamo fare in questo momento per attraversare questa tempesta è di affilare lo strumento dell’amore, individuare le nostre resilienze, penetrare in noi stessi e scoprire che la nostra mente e forte come un diamante e che la nostra natura sociale non ci può far stare lontani gli uni dagli altri. Che la cosa più importante per la nostra salute mentale è l’amore per i nostri familiari, per i nostri amici, per i nostri colleghi. Possiamo recuperare la nostra responsabilità come cittadini, credere in un reale cambiamento, avere il coraggio di difendere la nostra identità Italiana, la nostra città, i nostri prodotti made in Italy, di difendere la nostra sanità pubblica da scelte politiche inadeguate, di difendere i nostri operatori sanitari e le nostre forze dell’ordine, di difendere le competenze scientifiche, di credere alle notizie giuste supportate da fonti scientifiche sicure e non a ciarlatani che creano solo danno, di non agire solo per convenienza, in definitiva di sviluppare un nostro pensiero critico e autonomo. Il buon De Andrè cantava: “Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai”.
Forza! Ora tocca a noi!

* Gianni Giuli, direttore del dipartimento di Dipendenze patologiche di Macerata



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