Squadre speciali per assistenza a casa,
il coordinatore Bernardo Cannelli:
«Ci sono giovani medici eroici»

CORONAVIRUS - Sono le Unità speciali per la continuità assistenziale (Usca) attivate dalla Regione, ne fanno parte dottori che si sono proposti volontariamente. «Al momento possiamo solo fare visite, speriamo in futuro di poter fare qualcosa in più»
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Una delle dottoresse che fa parte delle Usca

 

di Giovanni De Franceschi

«Uno dei problemi maggiori è quello di cercare di aiutare le persone a superare ansie e paure. E’ difficile in questo momento gestire i rapporti umani, anche con pazienti che si seguono da anni. E noi medici abbiamo poche certezze, perché è tutto nuovo. Ma questi ragazzi sono eroici, fantastici. Meriterebbero un plauso da tutti. Si sono resi disponibili di loro spontanea volontà e cercano di fare tutto il possibile». Bernardo Cannelli è uno dei medici coordinatori delle Usca (Unità speciali per la continuità assistenziale) dell provincia di Macerata, una sorta di squadra “speciale” che interviene a domicilio per l’assistenza a malati Covid-19 o sospetti. E quelli che lui definisce affettuosamente ragazzi, sono i giovani medici che hanno dato la loro disponibilità a intervenire laddove necessario. Il nuovo servizio attivato dalla Regione è partito l’altroieri, con tutte le difficoltà del caso dovute al rodaggio e alla scarsità di dispositivi di protezione. Ma da un lato testimonia il grande cuore di chi ha deciso di mettersi in prima linea, dall’altra il cambio di approccio nella gestione del problema epidemiologico avviato dal governatore Ceriscioli (leggi l’articolo). Queste squadre fanno capo alle Aree Vaste, e nella nostra provincia il territorio è stato diviso in tre grandi macro aree: Camerino-San Severino, Macerata, Civitanova. E in ogni zona c’è una sorta di catena composta da medici di base, coordinatori e dottori che operano sul territorio.

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Un’altra giovane dottoressa delle Usca

Per quanto riguarda quest’ultimi nella prima macro area ci sono Mario Costamagna, Giulio Gagliardi, Federico Padella, Flavia Mancia, Mark Spitoni, Claudio Tabarretti. Nella seconda: Francesca Accogli, Valentina Gubbinelli, Joele Cartini, Giulia  Marozzi, Sara Navisse, Giorgio Giacomini, Sara Secchiari, Gian Marco Venturino. E infine nella terza Maria Abashina, Federico Fabbri, Michele Gironella, Vittorio  Marconi, Ilaria Pavoni, Carlo Senigagliesi. Sono loro i ragazzi eroici di cui parla il coordinatore Cannello. In un paio di giorni hanno già gestito oltre 20 chiamate nelle tre zone, alcune concluse con una visita a domicilio, altre no. Ma come funziona una volta che arriva la chiamata? «Il medico di base – spiega Cannelli – manda una scheda del paziente alle Unità speciali, queste contattano i vari coordinatori che collaborano tra loro e dopo un consulto col medico di base si valuta se intervenire o meno».

E se si dovesse rendere necessaria una visita? «A quel punto si attivano le Usca – continua il coordinatore – partono sempre in due. Consideri che ogni visita porta via quasi mezza giornata di lavoro, tra vestizione, controllo del paziente e ritorno. Quando arrivano a casa del paziente i medici controllano i parametri vitali, le condizioni generali, se risponde o meno agli stimoli e ovviamente i polmoni.

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Giovane medico delle Usca

Il discrimine per valutare un ricovero è il livello di saturazione di ossigeno nel sangue, se è basso il problema diventa serio. Ed è necessario allertare il 118 per il ricovero. In questo caso molto spesso le persone hanno davvero paura, perché non sanno cosa li attende e se torneranno. In molti altri casi invece, visto che il territorio è fatto di parecchie persone che vivono sole, già il colloquio col medico riesce a risolvere la situazione. Noi siamo presenti più volte al giorno con le telefonate». Anche Cannelli, come dimostrato dai dati, certifica un allentamento della morsa del virus. Ma auspica anche un potenziamento di queste squadre speciali per far sì che passino davvero dalla gestione di una fase emergenziale, ad un ruolo che si basi più sulla prevenzione. «Possiamo fare solo visite – sottolinea – speriamo di poter fare qualcosa in più in futuro, per garantire ancora più interventi sul territorio. Al momento non ci sono linee guida, non possiamo prescrivere terapie, né fare i tamponi. Inoltre abbiamo pochissimi dispositivi di protezione. E così è difficile. Ma visto il trend dei contagi in calo, e il supporto che abbiamo dalla direzione dell’Area Vasta 3, la speranza è che le squadre speciali possano via via servire sempre meno per gestire l’emergenza per passare a diagnosi e interventi più tempestivi che permettano di isolare i casi».

 

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