Centro storico: ok i “consigli aperti”
ma quali sono le idee del Comune?

MACERATA - Ascoltare va bene, però bisogna anche parlare. Il “patto di cittadinanza” fra le associazioni. Dove mettere ventimila automobili
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Nessun dubbio sull’esigenza democratica di un rapporto costante fra le istituzioni e i cittadini (non ce n’è mai stato molto, purtroppo), un’esigenza alla quale ha corrisposto, sere fa,  l’iniziativa del  “consiglio comunale aperto” sull’annoso problema del centro storico. Tuttavia, a parte il varo di un  “coordinamento” – sarà davvero unitario? – tra undici sodalizi cui preme il rilancio di ciò che esiste dentro le mura, a quel lungo e caloroso confronto è mancata una premessa a mio avviso indispensabile: l’esposizione, a mo’ di tema pregiudiziale, della linea che l’esecutivo municipale intende seguire sugli obiettivi e sui mezzi  per raggiungerli. Si è quasi avuta la sensazione che una chiara linea l’esecutivo non ce l’abbia ancora e senta il bisogno di farsela suggerire dall’esterno. Ascoltare? Benissimo, figuriamoci. Ma bisogna pure parlare. Altrimenti, se tutto si riduce all’ascolto, la pecora, come si dice, non cammina. Oppure cammina, ma non sa dove andare.

Che il centro storico di Macerata non goda ottima salute lo sappiamo da un pezzo. E non è giusto prendersela, sempre e comunque, con la politica, giacché le cause profonde del suo malessere stanno nella evoluzione – o involuzione – dello stile di vita in generale, che è caratterizzato dall’utilizzo sempre più massiccio dell’automobile come strumento di  comodità, rapidità e facilità di spostarsi anche oltre i confini comunali.  Ciò non significa che il centro storico maceratese sia privo di buone ragioni per essere frequentato e abitato. Al contrario, ne ha molte: bellezza, vivibilità, occasioni culturali e di svago. Ma se non può raggiungerlo in macchina, la gente, ormai abituata a non muoversi a piedi e specie in salita, è dissuasa dal frequentarlo e dall’abitarlo. Il problema, detto in soldoni, è questo.

Il sindaco Romano Carancini, che si trovava fuori sede per promuovere la imminente stagione lirica dello Sferisterio, è intervenuto via telefono in quell’assemblea criticando l’inclinazione di molti maceratesi  a una sorta di mugugnante e rabbioso catastrofismo e dicendo che altrove il nostro centro storico suscita “invidia” per il prestigio del patrimonio architettonico e la molteplicità e la potenzialità delle iniziative. Non ha torto, anche perché i centri storici sono in crisi dovunque, specialmente se arrampicati in collina, e quello di Macerata rimane, nonostante tutto, fra i meno estenuati. Infine ha negato che si possa parlare di un inarrestabile processo di desertificazione, giacché il nostro centro storico mantiene una sua pur vacillante vitalità. E non ha torto neanche su questo, ma resta il fatto che negli ultimi decenni la popolazione residente all’interno delle mura è scesa da 2.600 a 2.300 persone con un calo intorno al 15 per cento, il che non è poco, specie se si considera che la popolazione complessiva è rimasta pressoché stabile e, anzi, l’ultimo censimento la dà in crescita. Che il sindaco, insomma, non appartenga alla schiera dei catastrofisti c’era da aspettarselo. E non gli mancano argomenti. Ma, ripeto, il problema esiste. E, allora, che fare?

La cosa più positiva emersa dal quell’assemblea è, secondo me, l’annuncio di un “patto di cittadinanza” (e qui, prarafrasando, viene in mente il concetto assai dibattuto in Italia della cittadinanza “ius soli”, legata al fatto di appartenere a un “luogo”) fra ben undici associazioni  per le quali il sostegno del centro storico deve rappresentare l’autentica priorità dell’azione politica e amministrativa. Ho letto in proposito l’appello di Paolo Angeletti, presidente di “Pensare Macerata”, e totalmente lo condivido. Lui, fra l’altro, dice: “Speriamo che anche gli inguaribili detrattori di Macerata, quelli che in una sorta di perenne campagna elettorale diffondono l’idea di una ‘Macerata morta’ si accorgano invece di una città che anche grazie al suo centro storico è viva e vegeta e ancor più potrà esserlo in futuro”.  Applausi.

Ora si tratta, però, di avanzare soluzioni. Ed ecco perché mi sarei atteso che il dibattito prendesse l’avvio dall’esposizione di alcuni punti fermi dell’amministrazione in carica: 1) Il centro storico deve sopravvivere e vivere meglio perché con quelli di Ascoli e Urbino è una perla delle Marche: battersi a suo favore è una priorità non solo programmatica ma addirittura ideologica, e rassegnarsi al suo degrado significherebbe ridurlo a un’anonima, spenta e paradossale periferia di se stesso, con tanti saluti all’identità storica e civile della città; 2) Nel territorio comunale circolano oltre ventimila auto – una ogni due persone – e molte altre giungono ogni giorno da fuori, per le attività amministrative, sanitarie e scolastiche, un fenomeno, questo, al quale porre un’inversione di tendenza è mera illusione; 3) Immaginare che il centro storico possa rifiorire aprendolo al flusso più o meno libero delle macchine è un’assurdità, sia perché esso ne verrebbe caoticamente intasato e soffocato – e non vedo con quali vantaggi per un suo sviluppo sociale ed economico – sia perché la carta da giocare per l’oggi e il domani è costituita proprio – e soltanto – dal pregio non solo estetico ma soprattutto civile dell’antica struttura della città; 4) Senza se e senza ma, dunque, mantenere – e magari rafforzare – la pedonalizzazione, ponendo fuori gioco i ricorrenti tentativi di snaturarla (si pensi alla miopia – meglio: al masochismo – di buona parte dei commercianti); 5) Le non colpevoli ristrettezze del bilancio comunale impediscono progetti faraonici, di milioni e milioni di euro.

Cinque punti, insomma, di cui anche quel “patto di cittadinanza” si deve far carico, cinque punti che l’amministrazione municipale, in quanto soggetto più d’ogni altro responsabile del bene comune e forte, finché dura, dell’originario consenso elettorale, dovrebbe fissare prima di qualsiasi confronto con le molteplici espressioni dei cittadini – associative, di quartiere, di condominio, financo individuali – che spesso configgono fra loro, alimentano la confusione, inducono al tirare a campare e quindi alla stasi. Poi, ovviamente, discutere, aprirsi al dialogo, prendere atto delle proposte e delle proteste, valutarne la ragionevolezza, magari accettare qualche modesto e temporaneo compromesso. Ma, ripeto, partendo da quei punti fermi. Altrimenti, ripeto ancora, la pecora camminerà all’infinito in un centro storico via via privo di erba, dove brucare sarà sempre più difficile e di lana ce ne sarà sempre meno .

Mettendo insieme quei punti  in un reciproco rapporto di causa ed effetto , se ne deduce che la sintesi operativa sta nel consentire alle macchine e a chi le guida di avvicinarsi il più possibile al centro storico pedonalizzato, favorendone in tal modo la frequentazione (clienti degli esercizi commerciali, persone interessate alle molteplici iniziative culturali e di spettacolo, turisti) e la residenza stabile. Questo matrimonio è possibile e il celebrante si chiama parcheggi con attracco meccanizzato – ascensori o scale mobili – e aperti ventiquattr’ore su ventiquattro. Il punto numero cinque (le risorse, il  bilancio) esclude investimenti in opere pubbliche di grande importo finanziario? Vero, ammesso che siano teorizzabili. Ma qui il Faraone non c’entra, e qualche soldo da spendere, forse, lo si può trovare.

Qualcuno dice che di parcheggi, attualmente, ce ne sono abbastanza: il Garibaldi, il Diaz e il silos di via Armaroli. Ma tutti chiusi di notte e nei giorni festivi, il che ostacola la frequentazione e, in particolare, la residenza (la situazione del Diaz, fra l’altro, è incredibile: nato con due piani, il secondo è da tempo inutilizzabile, e non capisco perché il Comune non possa rivedere il contratto stipulato in passato con un’impresa privata cui tutto interessa ma non la sua ragion d’essere: la sosta delle auto). E ce ne sarebbe pure un quarto, quello di Rampa Zara, di gran lunga il più utile in quanto direttamente collegabile con Piazza della Libertà, l’autentico cuore del centro. Ma, dopo essere stato annunciato, mesi fa, dal Comune con dovizia di planimetrie e sulla base di fattibili operazioni pubblico-privato, esso sembra finito in un misteriosissimo oblìo. Questione di costi? Può darsi, in tutti e quattro i casi. Ma lo si dica e lo si spieghi, anche nei consigli aperti. E ci si ragioni, cifre alla mano, magari scoprendo che, Faraone a parte, le scappatoie ci sono. Conclusione? Da un lato si faccia ogni sforzo affinché il centro resti pedonalizzato e dall’altro lato si operi affinché le auto gli si avvicinino di quel  tanto che serva a far crescere la convenienza di accedervi e di abitarvi, e, con essa, la convenienza di aprirvi negozi. Sennò ha ragione Anna Menghi: per la salvezza del centro storico non resta che affidarsi alla Madonna.



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