Centro storico? Un patto fra bellezza e comodità

MACERATA - Ventimila auto, fuga dei negozi, perdita dell’anima cittadina. Unica speranza: il parcheggio di Rampa Zara
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liuti giancarlodi Giancarlo Liuti

C’entra, ovviamente, la crisi economica e c’entra il calo dei consumi, ma la chiusura di esercizi commerciali nel centro storico di Macerata dipende da cause che pur aggravate dalle attuali difficoltà di mercato riguardano – più profondamente e da decenni – lo stile di vita delle persone, nel quale spicca l’uso, sempre e comunque, dell’automobile (ne circolano oltre ventimila, una ogni due abitanti). Una radicata abitudine che da un lato favorisce l’affluenza verso le reti distributive situate al di là dei confini comunali e dall’altro dissuade dalla mobilità pedonale nella cerchia urbana. Dopo i casi dell’Upim e della Standa (quello della Banca d’Italia non c’entra, è un’altra storia), la fuga dell’Oviesse è certo un brutto colpo non solo per lo sviluppo del centro storico – una prospettiva, questa, che forse appartiene al libro dei sogni – ma per la sua sopravvivenza. E se ne va pure Pierino, il personaggio che col suo bar è stato per anni il simbolo cordiale e colloquiale del cuore di Macerata (leggi l’articolo).

Non si creda che il Comune, ora, possa farci qualcosa. Sì, in passato, quando Comune, Provincia e altri enti pubblici trasferirono parte dei loro uffici in periferia, anch’essi comportandosi in armonia con quello stile di vita e ignorando il prezzo che ne avrebbe inevitabilmente pagato l’anima identitaria della città. Ma, ormai, il danno è fatto. Il problema, del resto, affligge tutti i centri storici d’Italia che sono  arroccati in collina. Anche da altre località del circondario maceratese – e mi riferisco a zone economicamente vivaci come Morrovalle e Montesangiusto – giungono infatti voci di un sensibile declino nelle attività commerciali all’interno delle mura. La crisi, certo. Ma questa tendenza, sebbene meno evidente, c’era già in tempi, per così dire, di prosperità. Inutile abbaiare alla luna. La soluzione? Posto che esista e la si voglia, essa impone visioni di lungo e illuminato periodo, ben al di sopra e al di là degli interessi contingenti  e di consenso immediato delle forze politiche in campo.

Cos’è che si perde col degrado dei centri storici? Si perde la bellezza, un valore che oggi passa in secondissimo piano rispetto a un altro valore: la comodità. E molti pensano che sia giusto così: la bellezza, fatta di cultura, equilibrio, armonia, serenità e di altre “fantasticherie” mentali e sentimentali che “non si mangiano” e non procurano “benessere materiale”, deve cedere il passo alla comodità intesa come automobile. Non è forse più comodo fare acquisti a Collevario e a Piediripa, dove esistono ampi parcheggi, piuttosto che affrontare a piedi Piaggia della Torre o salire per via Garibaldi e via Don Minzoni? Ma la domanda – e la faccio molto sommessamente – è un’altra: siamo proprio sicuri che bellezza e comodità non possano andare d’accordo? Siamo proprio sicuri che abitare in una casa dalla quale si ammiri lo splendido paesaggio dei Sibillini innevati o la facciata di una chiesa barocca o passeggiare sotto la paterna e quieta accoglienza di architetture del Seicento e del Settecento non renda più piacevole la vita, anche se ciò comporta qualche rinuncia in fatto di pura e semplice comodità? Se prevale la comodità, quella dell’auto, muore la bellezza. Ma la bellezza muore anche se la si isola, la si tiene separata e lontana dalla comodità. E, allora, non sarebbe auspicabile un compromesso fra comodità e bellezza tale da soddisfare le esigenze non solo fisiche ma pure quelle – ci sono, ci son sempre state – dell’animo? Idee balzane, si obietterà. Idee da passatista, da nostalgico, da contrario alle “meravigliose sorti e progressive”, come tuonava sarcasticamente Leopardi, “di un secolo superbo e sciocco”. E va bene. Ma, sempre a proposito di comodità, si crede forse che oggi, nella frenesia di inutili e snervanti giri intorno alle mura, proteste per le multe, ansie per il tagliando che scade, affannose ricerche di spazi gratuiti per tutti (ma dove?), la vita, bellezza a parte, sia proprio “comoda”?

Ripeto: ventimila auto, una ogni due abitanti. E accade che ,rifiutando di prendere atto di questa realtà, residenti, commercianti e frequentatori del centro propongano un giorno sì e uno no di aprirlo – senza limiti o con pochissimi limiti – alla circolazione e alla sosta. Con tanti saluti alla bellezza? E sia. Ma pure la comodità ne pagherebbe un alto prezzo, perché, inesorabilmente, lo spazio non è infinito e lo dimostra che dopo l’ora di cena, quando le auto possono entrare, uscire  e fermarsi, è spesso impossibile trovare un buco, e immaginiamoci cosa accadrebbe la mattina o il pomeriggio, quando le attività commerciali sono in corso. E allora? A mio avviso, e lo dico da anni, la sola speranza per il salvataggio del centro storico sta in un compromesso fra comodità e bellezza, e questo compromesso non può prescindere da un ampio parcheggio sotto Rampa Zara che, aperto giorno e notte, sia collegato, con ascensori, alle immediate adiacenze di  Piazza della Libertà. Se ne parla da un’eternità, ma tutto è rimasto lettera morta, lasciando che anno dopo anno la città smarrisca il suo volto, si frammenti  nell’anonimità delle cementificazioni periferiche e nelle misteriose speculazioni edilizie dei supermercati.

Ora, però, si è accesa una luce, perché il sindaco Carancini ha annunciato di voler prendere in seria considerazione il progetto dell’imprenditore Domenico Intermesoli (leggi l’articolo), già proprietario dell’ex convento delle Monachette e dell’albergo Claudiani. Intendiamoci: se son rose fioriranno, e non è detto che, pur essendo rose, fioriscano, e con l’aria che tira va tenuta presente la caratteristica, tipica delle rose, di avere steli pieni di spine. Comunque è un passo avanti, sia pure in una forma – l’intenzione, l’annuncio – che per adesso non offre garanzie di effettiva traduzione nel concreto. Ma si rifletta: se l’odierno stile di vita è dettato dall’uso, sempre e comunque, dell’auto e cambiarlo è un’utopia, l’unica via d’uscita dalla apparente incompatibilità fra comodità e bellezza mi pare quella di avvicinare il più possibile la comodità alla bellezza, ossia l’auto al centro storico. Purché, attenzione, non si ricada nello sgangherato sistema del parcheggio coperto dei Giardini Diaz, chiuso – lui, e il relativo ascensore – di notte e nei giorni festivi. E purché si prevedano facilitazioni di pagamento o abbonamenti – tenuto conto della situazione in cui versa il bilancio pubblico, non potrà che essere una struttura privata – a favore dei residenti. Di soluzioni non ne vedo altre.

Ma ecco i mugugni che purtroppo fanno parte, come le spine nelle rose, del carattere di tanti maceratesi. Intermesoli? “Basta coi soliti noti!”, si grida, dimenticando che lui già possiede buona parte dell’esistente. Oppure: “Prima si rilanci il centro storico, poi venga il parcheggio!”, così invertendo il rapporto logico fra causa ed effetto. Oppure: “Potenziamo il servizio dei bus urbani!”, come se ciò non si sia già rivelato inutile. ”Vi saranno tariffe eccessive, tutte a vantaggio del privato!”, ignorando che non c’è impresa senza prospettive di ragionevole profitto. E sospetti, illazioni, fantasiose ipotesi alternative. Se non si fa nulla, giù invettive contro l’immobilismo. Se si fa – o si tenta di fare – qualcosa, giù a dire che è sbagliata e che bisogna farne un’altra. Siamo, insomma, a Macerata. E chi si dedica alla pratica del perenne mugugno non si rende conto, purtroppo, che la ragione delle proverbiali lentezze  di questa città sta anche nella di lui inguaribile accidia.



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