Le strane manovre che hanno bloccato
Palas e riqualificazione del Centro Fiere

CRONACA DI UN FLOP VOLUTO - Ecco perchè Macerata si ritrova senza Palazzetto dello Sport e con il Centro Fiere che cade a pezzi
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di Giuseppe Bommarito

Mentre si discute sull’importo e sul soggetto che dovrà pagare la penale della Lega Volley per la promessa a vuoto del Sindaco Carancini circa l’ampliamento in tempi veloci dell’attuale palasport di Fontescodella (il Comune o più probabilmente la Lube? E quest’ultima, in tal caso, si rifarà sul Comune?), e mentre ogni tanto ritorna sui giornali la vicenda della nuova struttura polifunzionale di Villa Potenza nella zona antistante il Centro Fiere, di cui si parla da anni anche in tal caso a vuoto, sono arrivato alla conclusione che, qualora l’Amministrazione Comunale all’epoca delle due Giunte Meschini avesse veramente voluto trovare la soluzione, sicuramente Macerata oggi avrebbe risolto da tempo il problema di buona parte dell’impiantistica sportiva di una città che è capoluogo di provincia e che ha il privilegio di ospitare una squadra di volley che gioca ai più alti livelli nazionali e internazionali. E avrebbe al tempo stesso sistemato a puntino anche il Centro Fiere che, nonostante lo stato di abbandono e di assoluto degrado in cui si trova, tuttora svetta nel panorama fieristico regionale come numero sia di espositori che di visitatori, sicuramente non per merito del Comune (che nemmeno si degna di sistemare i fatiscenti bagni interni), ma del Comitato Promotore Centro Fiere, da anni impegnato a fare letteralmente i miracoli (e, sia detto qui per inciso, avrebbe risolto anche l’annosa questione del CEMACO, la società che svolge l’attività di mattatoio, di cui il Comune di Macerata è socio al 70%, oggi sempre più sull’orlo del fallimento).

E’ bene premettere che stiamo parlando di un’area di grandissime dimensioni, pari ad oltre 40 ettari, una specie di immensa pista di atterraggio tutta in pianura e tutta di proprietà comunale o di enti di cui il Comune di Macerata è socio unico o maggioritario (andando da Villa Potenza verso il mare: proprietà dell’APM per 2 ettari; del Comune per 14 ettari; del CEMACO per 10 ettari; dell’IRCR per 17 ettari, di cui una parte già espropriata dalla Provincia), compresa tra il fiume Potenza e la strada che da Villa Potenza conduce a Sambucheto.

Proprio in questa zona, almeno nelle intenzioni dichiarate dai nostri amministratori, cominciano oltre dieci anni fa ad intrecciarsi il Centro Fiere da sistemare e l’impianto da mettere in piedi per grandi eventi, non solo sportivi, in un abbraccio che sembrava del tutto naturale e che invece, per la presenza di un terzo incomodo (una struttura di grande, grandissima, distribuzione commerciale voluta a tutti i costi da qualcuno), si sarebbe rivelato fatale per entrambe le opere. Sin dal 2000, infatti, negli indirizzi generali della prima Giunta Meschini si cominciò a parlare di riqualificazione del comprensorio fieristico di Villa Potenza.

In attesa di passi concreti da parte del Comune, altri soggetti però nei primi anni duemila cominciarono a muoversi autonomamente sull’idea di una riqualificazione di quella zona, che in effetti pare disegnata apposta per strutture di tipo fieristico-sportivo e che geograficamente si colloca proprio a metà della vallata del Potenza, in una posizione ideale, quindi, per portare avanti i tanto sbandierati progetti comunali e provinciali di riequilibrio con la vallata del Chienti. Iniziò a farsi avanti un gruppo di progettisti di Bologna specializzati in grandi strutture polifunzionali, contattato dagli organizzatori delle varie fiere tenute nell’ex foro boario (i quali di lì a poco avrebbero dato vita al Comitato Promotore Centro Fiere), che prospettò infatti al Comune, nel periodo 2003-2004, con riferimento alla sola area di proprietà comunale, l’ipotesi di una riqualificazione delle strutture fieristiche già esistenti e della realizzazione di un impianto sportivo per grandi eventi agonistici, congressi, spettacoli e concerti, del tutto integrato al centro fiere e con questo collegato anche nella gestione, necessariamente unica per assicurare la fruttuosità dell’investimento. In una seconda fase sarebbe stato possibile sviluppare anche altre attività ludico-sportive, quali piscine, centro fitness, centro beauty, un percorso vita lungo il corso del fiume, un punto ristoro, nonché un outlet in grado di valorizzare prodotti locali. I progettisti bolognesi ipotizzavano una sinergia tra pubblico e privato (da individuare) e un project financing, per un importo complessivo sui cinque milioni di euro circa, di cui solo una piccola parte sarebbe stata a carico del Comune.

inchieste-cmAltrettanto, se non più pericolosa per i grandi manovratori di Piazza della Libertà fu però la proposta che ad un certo punto, sempre in quegli anni e sempre relativa alla riqualificazione del Centro Fiere, venne sottoposta al Comune da parte dell’IRCR, che poi venne ripresa ed ampliata dal gruppo di imprese costituito tra la Magazzini Gabrielli s.p.a. di Ascoli Piceno e la CO.IM. s.r.l. di Monte S. Vito (AN). Un progetto, quest’ultimo, per un importo complessivo di 65 milioni di euro, molto complesso e articolato, riguardante l’intera area: a tamburo battente la riconfigurazione dell’ex foro boario e la realizzazione di un contiguo palazzo sportivo polivalente con sei-settemila posti, nonché un centro commerciale, definito “Vetrina di valle”, caratterizzato per l’esposizione e la vendita delle produzioni significative dell’hinterland (mobile, tessile, abbigliamento, argenteria, illuminotecnica, elettronica). Nella seconda fase dell’investimento, invece, impianti per lo sport e l’attività fisica (calcio, atletica, tennis, volley, nuoto, pattinaggio, ecc.), parco fluviale, pista ciclabile, percorso ippico, ambienti specifici rivolti alla conoscenza e alla cultura, centro direzionale e locali commerciali. La proposta prendeva in esame anche la viabilità, tenendo in considerazione le previsioni di intervento della Provincia e la strozzatura di borgo Pertinace, dentro Villa Potenza.

Questo documentatissimo progetto venne presentato nel giugno 2004 all’allora Sindaco Meschini, il quale, come molti possono tuttora confermare, non solo mostrò grande apprezzamento per l’idea nel suo complesso, ma affermò anche che avrebbe velocemente messo insieme gli altri proprietari del comprensorio, l’APM, il CEMACO e lo stesso IRCR, proprio per trattare unitariamente la questione e al fine di sottoporre in brevissimo tempo al Consiglio Comunale, prima della scadenza del mandato, la proposta di una gara pubblica sulla base proprio di quel progetto, destinata ad individuare il soggetto acquirente ed attuatore, non essendo possibile procedere a trattativa privata su una questione così rilevante.

Ecco, qui secondo me è il vero snodo del problema, è qui che qualcuno è intervenuto e ha bloccato tutto, è qui che la città di Macerata per volontà  dei soliti noti ha perso il treno e ha sciupato l’occasione per risolvere in breve tempo e con un colpo solo due o tre grossi problemi e per iniziare l’indispensabile riequilibrio tra le due vallate che fiancheggiano Macerata, in un’epoca in cui l’attuale crisi economica non si scorgeva nemmeno in lontananza! Sarebbe stato infatti sufficiente in quel momento mettere a punto il progetto e indire di gran carriera la necessaria gara pubblica destinata a individuare il soggetto acquirente e attuatore (che ovviamente alla fine poteva tranquillamente essere anche un soggetto diverso dalle imprese che già si erano in concreto fatte avanti) per vedere completate tutte le opere nei due o tre anni successivi.

Invece è  esattamente a questo punto che qualcuno in Giunta e fuori dalla Giunta, ma con le mani bene in pasta nelle scelte urbanistiche riguardanti Macerata, decise di mettersi di traverso, nell’intento abbastanza evidente di ricavarne qualche profitto e con la precisa volontà – poi arrivata a segno – di stancare i proponenti e far sì che si indirizzassero altrove per i loro investimenti e lasciassero così campo libero a chi di dovere. Per i signorotti della sinistra del mattone entrambe le proposte, specialmente la seconda, proprio perché analitica e concretamente realizzabile a stretto giro di posta (in quanto non consisteva solo di un progetto, ma era anche già dotata del soggetto possibile acquirente ed attuatore), erano infatti assolutamente da stoppare. La gestione della vicenda doveva essere tutta accentrata in Comune e nelle solite mani, e nessun altro doveva entrarci. Bisognava quindi ostacolare subito l’idea progettuale presentata, perché, pensando in grande, sempre più in grande, occorreva ipotizzare accanto al Centro Fiere da sistemare e al palazzetto dello sport da realizzare un vero e proprio grande centro commerciale ancora più grande di quello di Piediripa (in realtà questa era l’unica cosa che ai suddetti interessava), non un piccolo outlet o una vetrina commerciale per l’esposizione e la commercializzazione delle produzioni più significative dell’hinterland, con buona pace delle aspettative del Comitato Promotore Centro Fiere e dello stesso IRCR, che in quegli anni si erano mossi entrambi con un profilo più basso e di maggiore concretezza, il primo nella speranza di ridare velocemente dignità alle strutture cadenti dell’ex mercato boario e il secondo nell’intento di risanare i propri conti con la cessione del terreno di sua proprietà (a proposito: non sarebbe male se gli scienziati dell’urbanistica maceratese del decennio 2000/2010 raccontassero all’opinione pubblica, come più volte inutilmente richiesto, le assurde decisioni della maggioranza di centrosinistra che nel giro di pochi anni hanno finito per prosciugare, con scelte non certo a favore della collettività e con grave danno a carico della fascia anziana dei cittadini di Macerata, quello che era l’ingente patrimonio immobiliare dell’IRCR, tra piazza Mazzini, la lunga di Villa Potenza e il terreno espropriato poco tempo fa dalla Provincia proprio dietro il Centro Fiere).

La controffensiva dei grandi strateghi scattò quindi nel febbraio 2005, agli sgoccioli del primo mandato Meschini (all’epoca Sindaco e Assessore all’Urbanistica). Allora, in vista del rinnovo del Consiglio Comunale e dopo aver ottenuto la delega dell’APM, del CEMACO e dell’IRCR per trattare l’intera questione, si decise nelle segrete stanze che per avere il tempo di predisporre un’alternativa qualsiasi e per stancare la cordata concorrente o, quanto meno, per affondare la proposta di quest’ultima (nonostante gli apprezzamenti del Sindaco Meschini), bisognava muoversi lentamente, molto lentamente, anzi, occorreva fare proprio finta di muoversi. In primo luogo si convenne sul fatto che andava considerata l’intera area, e non solo quella del Comune, e che lì era legittimo pensare ad “un polo di attrazione polivalente”, che contemplasse però, oltre a un grande palazzetto dello sport (con almeno 3.500 posti, utile anche per congressi e spettacoli di varia natura), oltre al Centro Fiere da rinnovare, oltre ad un parco fluviale, anche (ecco le paroline magiche) “una ulteriore varietà di strutture a carattere extraresidenziale e commerciale” (attenzione: la destinazione commerciale era già prevista dal Piano Regolatore per una parte di quell’area, ma non necessariamente la relativa volumetria era tutta da sfruttare e non necessariamente lì doveva realizzarsi una struttura di grande distribuzione commerciale, tanto meno in una zona con una viabilità del tutto insufficiente).

Ciò fatto, occorreva in ogni caso stoppare il gruppo dei bolognesi e soprattutto il gruppo degli imprenditori marchigiani già pronto e con i soldi per la realizzazione già interamente disponibili. Qualcosa bisognava inventarsi e così alla fine, appunto nel febbraio 2005, anzichè avviare una pubblica gara per individuare il soggetto acquirente e poi attuatore (come sarebbe stato logico e naturale per qualunque Amministrazione), dal cilindro venne fuori, evidentemente nell’ottica di guadagnare del tempo per organizzarsi a puntino, la boiata pazzesca di emanare un avviso pubblico “a carattere esplorativo” al solo fine di raccogliere idee utili al riguardo e di capire se c’era o no un interesse imprenditoriale al riguardo (che senza bisogno di “esplorazione” alcuna si era già concretamente manifestato, proponendo anche idee ritenute più che valide). Questo assurdo bando esplorativo venne poi in concreto emesso con molta calma a marzo 2006, a distanza di oltre un anno (con la seconda Giunta Meschini già insediatasi e con Compagnucci assessore all’Urbanistica). Nei mesi successivi arrivarono cinque proposte, ma due sole vennero ritenute meritevoli di qualche attenzione, appunto quella del gruppo CO.IM. s.r.l. e Magazzini Gabrielli s.p.a. (che ricalcava, ulteriormente precisandola, la proposta avanzata nel 2004) e quella della società milanese Policentro s.p.a. (benché quest’ultima non avesse affatto rispettato i parametri e le indicazioni dello stesso avviso esplorativo, tanto da ipotizzare un avvio dei lavori non prima del 2012 e dietro diverse condizioni, tutte di incerta e comunque lunga realizzabilità, in primo luogo la superstrada da Porto Recanati a Treia).

Passarono a vuoto altri mesi prima che, addirittura nel giugno 2007, la Giunta Meschini, la quale intanto per salvare la faccia (anche sull’onda della pressione popolare legata allo scudetto vinto dalla Lube nel maggio 2006) continuava anche sui giornali a sproloquiare sull’esigenza di una rapida riqualificazione dell’intera area fieristica (nuovo palazzetto compreso), decidesse sempre con molta calma ciò che – data l’antifona – si poteva ampiamente prevedere in partenza, e cioè che la “esplorazione”, malgrado i precedenti entusiastici apprezzamenti, non aveva dato esiti soddisfacenti.

A partire da qui gli sviluppi successivi, che francamente non saprei dire se a questo punto, con il gruppo Magazzini Gabrielli-CO.IM. ormai stanco di subire i giochi di palazzo consentiti dal Sindaco e nel frattempo emigrato a Tolentino, e quindi fuori gioco (obiettivo raggiunto, pertanto, per chi ha strenuamente lavorato per arrivare a ciò), e con la crisi economica che in qualche modo ha scompaginato tutti i piani dei grandi manovratori, porteranno all’ulteriore nulla di fatto anche per il Centro Fiere e il nuovo palazzetto polivalente oppure all’ennesima trattativa privata con l’impresa del cuore (magari la società milanese che aveva partecipato all’esplorazione, magari già appoggiata ad un studio professionale locale) che prima o poi si presenterà in città come salvatrice della patria dopo alcuni bandi pubblici andati a vuoto (la solita vecchia tattica, già più volte messa in atto a Macerata).

Sul piano amministrativo la vicenda riparte nel 2008 con un accordo di programma tra il Comune e la Provincia, ratificato nel mese di marzo, per modificare l’assetto urbanistico della zona (in pratica, per arrivare alla realizzazione di quel moncone di strada che espropriando molta terra dell’IRCR attraversa il Potenza con un nuovo ponte e sbuca poco dietro le strutture del CEMACO e che nelle immaginifiche intenzioni dovrebbe essere l’inizio della superstrada destinata ad arrivare a Porto Potenza Picena, in pratica destinato ad essere al massimo una strada di lottizzazione), prevedendosi in prima battuta che la struttura polifunzionale destinata anche a palazzetto fosse realizzata prioritariamente con intervento diretto del Comune, per poi invece ritornare ad un intervento unitario del soggetto imprenditoriale privato, sia pure articolato in fase temporali diverse (prima il palazzetto e poi il resto). Con tale ultima previsione, infatti, sono stati articolati i due bandi puntualmente andati deserti, uno del novembre 2008 (per circa 27-28 milioni di euro) e l’altro dell’aprile 2009 (per un importo ribassato del 25%).

Poi tutto si è fermato ancora una volta, in attesa non si sa bene di cosa, e la città furente e sbigottita si trova ancora una volta a fare i conti con l’ennesima promessa mancata delle maggioranze di centrosinistra che hanno governato la città negli ultimi 17 anni e con i gravissimi danni collaterali che ne sono scaturiti. Nel frattempo il risultato per la città è infatti il seguente: il centro fiere sta cascando letteralmente a pezzi; la nuova struttura sportiva polivalente sarà realizzata a distanza di diversi anni, se mai a questo punto vedrà la luce (cosa abbastanza improbabile, visto che nella vallata del Potenza ormai non è possibile inserire altri centri commerciali di grande distribuzione, in quanto tutta la volumetria ancora a tal fine disponibile è stata utilizzata nella vallata del Chienti); l’IRCR, ulteriormente depauperandosi, è stata espropriata di diversi ettari per una striscia di strada che oggi non si capisce che senso potrà avere; il CEMACO sarà ben presto costretto a svendere la propria struttura al consorzio di allevatori che attualmente gestisce l’impianto (e ciò forse non sarà nemmeno sufficiente ad evitare il fallimento); il Comune di Macerata dovrà buttare la ragguardevole somma di circa due milioni e mezzo di euro per ristrutturare ed ampliare l’impianto di Fontescodella, ormai vecchio e superato.

Sì, perché, come tutti sanno, in occasione delle semifinali di volley per lo scudetto del 2011 il nuovo Sindaco Carancini, avendo ben compreso dopo i suoi iniziali proclami che almeno per molti anni a venire per il nuovo impianto di Villa Potenza non c’è più trippa per gatti, non ha potuto fare altro se non ripiegare sulla promessa, per il momento rimasta anch’essa rigorosamente campata per aria, di ampliare il vecchio palasport di Fontescodella.

Tutti scontenti e arrabbiati, quindi, grazie ai sinistri strateghi dell’urbanistica maceratese: i cittadini, senza distinzione di convinzioni politiche, che hanno visto sfumare un’occasione irripetibile per Macerata di crescita e di riequilibrio e hanno assistito all’ennesima ridicolizzazione del ruolo del capoluogo di provincia; gli imprenditori che organizzano le fiere nell’ex foro boario, ogni volta tenuti a turarsi il naso; i tifosi della Lube derisi dai tifosi di tutte le squadre di A1 per l’indisponibilità di un palasport degno di questo nome e costretti ancora una volta ad emigrare in altri siti per le partite che contano; la Lube stessa, che è stata letteralmente presa in giro per anni; gli attuali amministratori che, senza risolvere granchè, dovranno buttare (chissà quando, poi) milioni di euro su un impianto comunque obsoleto. Insomma, diciamoci la verità: peggio di così lorsignori non potevano fare!



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