Strage della superstrada,
il vescovo incontra i familiari:
«Una vita buona e vera per ogni giovane»
MACERATA - Nazzareno Marconi le ha incontrate prima privatamente e si è poi fermato con loro al termine della messa: «Preghiamo per tutti i giovani, nel ricordo di Nicolas, Giorgio e Daniele»

Il vescovo Nazzareno Marconi saluta le famiglie dei ragazzi
Come anticipato durante le esequie di venerdì allo stadio Helvia Recina, stamattina il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi ha ricevuto in cattedrale i familiari di Nicolas Calabrese, Giorgio Franceschini e Daniele Francalancia, i tre ventenni morti domenica scorsa nella strage della superstrada.

Il vescovo ha incontrato dapprima privatamente le famiglie e si è poi fermato con loro per offrire il proprio conforto al termina della messa. «In questa domenica, vogliamo pregare per tutti i giovani, nel ricordo di Nicolas, Giorgio e Daniele, e chiedere a Dio che tutti i giovani di oggi siano aiutati a vivere una vita piena, buona e vera. Vogliamo anche affidare alla Madonna la sofferenza dei loro cari, perché sia alleviata e sostenuta dalla fede e dall’affetto di tutti – ha detto il vescovo durante la sua omelia – forse una delle grandi malattie del nostro tempo non è la mancanza di mezzi per vivere, ma la mancanza di motivi per vivere. Ci sono giovani che hanno tutto ciò che le generazioni precedenti sognavano di avere e tuttavia confessano di sentirsi persi, senza direzione, senza entusiasmo. Non perché siano deboli. Ma perché il cuore umano non vive soltanto di cose. Vive di significato, di amore, di ideali, di relazioni vere, di speranza».

E Nicolas, Giorgio e Daniele di questi aspetti avevano riempito la loro vita. «Ecco perché Gesù parla dell’anima – ha proseguito Marconi – l’anima è quel luogo dove custodiamo ciò per cui vale la pena alzarsi al mattino. È il luogo dei sogni, delle convinzioni profonde, della capacità di amare e di lasciarsi amare. Quando una persona perde questi valori, quando smette di credere che la sua vita abbia un senso, quando pensa che tutto sia uguale e che nulla meriti davvero di essere donato, allora qualcosa dentro di lei comincia a morire. Il corpo continua a camminare, a mangiare, a lavorare. Ma la gioia si spegne. Gesù ci mette in guardia proprio da questo. Una vita lunga non è necessariamente una vita piena. E una vita piena nasce quando il cuore trova qualcosa di così vero, così bello e così grande da poter dire: “Per questo vale la pena vivere”».

Martedì alle 18,30 nella chiesa di Santa Madre di Dio si terrà l’ottavario. La messa sarà celebrata da don Carlos Munoz, coordinatore Up3.






























Ode alla Croce
O Croce, non sei ponte verso la vita piena,
né scala per ascendere a un’esistenza luminosa.
Tu sei l’estremo punto in cui Dio stesso si è fatto nulla,
abbandono gridato nell’abbandono: «Perché mi hai abbandonato?» Qui l’amore non consola, non promette, non realizza.
Passa attraverso la sventura totale,
quella che schiaccia l’anima fino a svuotarla,
quella che non lascia neppure la dolcezza della lacrima. Decreazione è il tuo nome segreto.
Non aggiungere, non abbellire, non guarire secondo la carne:
lasciare che l’io sia divorato,
che ogni pretesa di significato si dissolva
come cera davanti al fuoco che non scalda.
Chi osa offrirti ai giovani come motivo per alzarsi al mattino,
come ideale che rende la giovinezza entusiasta,
come rimedio contro il vuoto del benessere,
costui non ti ha mai guardata in faccia.
Ha voltato lo sguardo altrove,
cercando un dio commestibile, un dio che serva all’uomo.
Tu invece sei scandalo e follia.
Non sei morta perché avessimo relazioni sane,
progetti nobili, cuori caldi.
Sei morta perché la verità dell’amore
è incompatibile con ogni ottimismo del mondo.
L’amore vero non aggira la sventura:
vi si pianta dentro, vi si lascia inchiodare,
senza chiedere consolazione.
O Croce nuda,
tu che rifiuti ogni idolatria del “bene umano”,
anche il più nobile,
anche quello che parla di significato e di ideali,
rimani sola,
atroce,
assoluta.
Chi ti accoglie non esce raggiante.
Esce svuotato,
attento,
perforato da una grazia che somiglia alla morte.
E solo in quell’annientamento
può forse, senza mentire,
incontrare Colui che si è lasciato annientare.
Non consolare, dunque.
Non addomesticare.
Lascia che la Parola resti dura,
come il legno su cui tutto si è consumato.
Perché solo lì,
dove ogni speranza mondana è morta,
l’amore soprannaturale
può, in silenzio,
cominciare a essere.