Gus, l’amarezza del primo presidente
«Una bolla che si era gonfiata troppo:
prima o poi sarebbe esplosa»

L'INTERVISTA DELLA SETTIMANA - Parla Romolo Tamburrini, che nel 1994 fondò l'associazione dopo una missione umanitaria nell'ex Jugoslavia: «Nel 1996 Paolo Bernabucci mi estromise con un colpo di mano e non rinnovai più la tessera». Dopo oltre 20 anni, oggi l'associazione è commissariata, i dipendenti vantano stipendi arretrati e incombe un processo per evasione. «Si è perso lo spirito originario per cui era stata creata, il puro assistenzialismo spesso sublima chi lo persegue. Simili strutture danno risultati se sono caratterizzate e gestite con spirito autenticamente solidale»
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Romolo Tamburrini, 81 anni. Nella sua mano sinistra: una delle prime tessere del Gus

 

di Giovanni De Franceschi

«Tra il 1996 e il 1997 ci fu un colpo di mano e io abbandonai perché capii che si era perso lo spirito originario». Gus, dall’idea di una manciata di volontari a una delle ong più importanti del nostro paese, l’analisi di un declino. Qualche passo indietro. Dicembre 1993, uno spartiacque per l’Italia e non solo. A pochi chilometri dalle nostre coste, l’ex Jugoslavia è ancora un paese dilaniato dalla guerra. E’ proprio qui, a Spalato per la precisione, e in questo periodo che prende forma un’idea: quella di un piccolo gruppetto di maceratesi di fondare un’associazione umanitaria. Pochi mesi dopo, agli inizi del 1994, nasce ufficialmente il Gus, Gruppo umana solidarietà. A guidare l’associazione c’è Romolo Tamburrini, moglianese, 81 anni. Oggi, un quarto di secolo dopo, il Gus è diventata una vera e propria potenza nazionale nel campo dell’accoglienza migranti: oltre 400 dipendenti e un fatturato di circa 30 milioni di euro. Una crescita esponenziale che ha lasciato sul campo “successi” e “ombre”, processo per una maxi evasione fiscale contestata dalla Finanza e dipendenti sul piede di guerra per stipendi che non arrivano. Paolo Bernabucci, presidente per oltre 20 anni ha lasciato e ora l’associazione è commissariata. Il racconto di Tamburrini è una sorta di prequel, il racconto della tessera numero 1 del Gus, quello del suo primo presidente. Ma anche un’analisi di ciò che non ha funzionato, come se qualcosa all’improvviso fosse sfuggito di mano.

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Tamburrini con i ragazzi e gli altri volontari a Spalato

Tamburrini, quando è nata l’idea di fondare il Gus?

«Era il 1993, io e altre due persone decidemmo di partire per l’ex Jugoslavia, di andare ad aiutare quelle persone. Eravamo animati da una genuina carica umanitaria. Così andammo a Spalato, ingenui e convinti di dare una mano».

Perché ingenui?

«Perché ci accorgemmo subito che quello spirito umanitario che sembrava aleggiare, troppo spesso era solo di facciata. Pochi giorni dopo essere arrivati infatti notammo che i pacchi di viveri, medicinali e altro arrivati dall’Italia e destinati alla popolazione erano spariti. Dove finirono non lo abbiamo mai saputo».

Però avete deciso comunque di rimanere e dare un mano.

«Ci andammo due volte per un totale di circa due mesi e mezzo. Ci occupavamo di gestire una palestra dove erano stati alloggiati diversi ragazzi disabili profughi. Una cinquantina in tutto, con 35 letti a disposizione. Una situazione al limite che ci ha segnato moltissimo. E fu a dicembre del 1993, dopo la nostra seconda missione, che decidemmo, insieme ad altri quattro amici tra cui il sacerdote don Giuliano Cingolani, di fondare il Gus, il nome lo scelsi io: Gruppo umana solidarietà. Fui il primo presidente».

Quale fu la scintilla che diede vita all’associazione?

«Vedere persone che fino al giorno prima cenavano insieme farsi la guerra il giorno dopo. Da qui nacque la domanda: è sufficiente fare volontariato e assistenza dopo che gli avvenimenti sono accaduti o sarebbe più utile intervenire prima che certi drammi si consumino? Così fondammo quest’associazione che si prefiggeva, forse velleitariamente, di prevenire determinate situazioni, che agisse più sulle cause che sugli effetti. Prendiamo ad esempio il discorso migranti, la domanda da porsi è: perché una persona la si riduce alla disperazione fino al punto di obbligarla a lasciare la propria terra? E’ qui che bisognerebbe intervenire».

romolo-tamburrini-ex-jugoslavia4-e1547485457594-650x459Insomma l’assistenzialismo fine a se stesso non può essere il rimedio per affrontare determinati fenomeni, come quello dell’immigrazione.

«E’ noto che, troppo spesso, l’assistenzialismo sublima chi lo persegue. Non raramente, inoltre, offre l’opportunità a losche figure che approfittano della situazione, vedi Mafia capitale, per propri interessi. Oltretutto questo tipo di associazioni sono tacitamente, e addirittura spesso incentivate perché suppliscono ai vuoti dello Stato e, nel contempo, ne coprono le responsabilità. Il punto è che oggi siamo vittime di una subcultura che ci porta ad essere spettatori della vita e non attori o protagonisti. L’immagine è quello che conta, viviamo di autogratificazioni stupide».

Tornando al Gus, quand’è che entrò Paolo Bernabucci, ex presidente fino a pochi mesi fa?

«Paolo lo conoscemmo durante le missioni a Spalato. All’epoca lavorava all’Ufficio entrate di Camerino, però quel lavoro sembrava stargli stretto, voleva realizzare la sua personalità e il Gus gliela offrì. Così nel 1996/97 fece un colpo di mano. Mi estromise dal ruolo di presidente e trasformò l’associazione in un’associazione di assistenza».

E lei come la prese?

«Capii che Paolo era un ragazzo fortemente pragmatico che puntava in alto, puntava a una forte espansione del Gus. Era una figura ambiziosa e dominante, così lasciai e non rinnovai più la tessera. Ma non me ne andai piangendo o con rancore, semplicemente avevo capito qual era la sua personalità e il fatto che l’associazione non fosse più affine alle finalità originarie, così mi feci da parte».

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Al centro, Paolo Bernabucci

Dopo rimase comunque in contatto con l’associazione e con Bernabucci?

«Mi invitavano a qualche cena o incontro. Ma avevo la sensazione che nelle occasioni importanti non avessero piacere che io parlassi, e così di fatto era. Forse per timore, non lo so».

Timore di cosa?

«Che esponessi i problemi che stavo vedendo. Con gli anni il Gus si era ingrandito sempre di più fino a diventare una realtà nazionale. E questo se da un lato non poteva che farmi piacere, in fondo era pur sempre una mia creatura, dall’altro mi faceva paura. La vedevo come una creatura fragile. Paolo, a cui ho riconosciuto sempre molti meriti, aveva realizzato la sua personalità attraverso l’associazione. Ma per me era come una bolla che si era gonfiata troppo e che prima o poi sarebbe esplosa».

E così in parte è stato, con dipendenti che attendono stipendi arretrati e un processo che incombe. Come ci si è arrivati?

«Innanzitutto mi dispiace che si sia arrivati a questo punto. Ma ho sempre avuto l’impressione che Paolo si fosse attorniato di persone poco capaci per il ruolo da svolgere, che impone una autentica, genuina vocazione umanitaria. Un conto è gestire 10 persone, un conto 400. Per lui è stato un modo per autoaffermarsi e sentirsi realizzato, gratificato dei successi dell’associazione e poi quando la bolla è scoppiata ha mollato. Inoltre penso sia mancata la consapevolezza che il Gus non andava gestito solo dal punto di vista economico, ma anche con solidarietà, soprattutto per chi ne faceva parte, soci e dipendenti. Simili strutture danno risultati se sono caratterizzate e gestite essenzialmente con spirito autenticamente solidale e cercando di mantenere fermi i criteri con cui sono state fondate».

WhatsApp-Image-2018-02-10-at-15.21.35-650x434Oggi che consiglio si sente di dare a chi ha preso le redini dell’associazione?

«L’uomo è tale se possiede un’anima e l’anima è la combinazione di cuore e cervello. Se faccio un’azione umanitaria all’inizio prevale il sentimento, ma poi mi devo chiedere qual è la causa del problema, devo usare cioè il cervello. E per capire e conoscere serve l’esperienza. Ecco, io tornerei allo spirito originario dell’associazione: cercare di agire sulle cause e non sulle conseguenze, quindi è una questione di cultura. Da sempre siamo stati abituati a subire i mali del mondo e facciamo perciò fatica ad uscire da tale mentalità. E’, per me, indispensabile comprendere che l’assistenzialismo coinvolge le emozioni per cui si rivela, indubbiamente utile, ma sostanzialmente fallace. L’esperienza del Gus, ma non solo, ne è evidente testimonianza».

 



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