Cent’anni fa nasceva Silvio Zavatti,
affabile “Orso bianco”

CIVITANOVA - Il grande esploratore nel ricordo di chi l’ha conosciuto di persona

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Silvio Zavatti nel 1942

di Walter Cortella

Era nato a Forlì il 10 novembre 1917 e durante la guerra, in qualità di ufficiale di Marina, fu destinato nelle Marche, dove rimase per tutta la vita. Il mio primo incontro con il Professor Zavatti avvenne nel lontanissimo 1973 e fu del tutto casuale. Passeggiando sulla piazza principale di Civitanova notai una targa che segnalava la presenza di un Museo polare, nello stesso edificio del municipio. Incuriosito, salii i tre piani e mi trovai davanti un uomo dall’aspetto severo, direi quasi burbero. Alto, massiccio, con la fronte spaziosa ed un paio di occhiali cerchiati di scuro. Il mento era ornato da un elegante pizzetto ormai bianco, come del resto i pochi capelli. Mi accolse con cortesia ed iniziammo la visita del museo. All’epoca ero un giovane ufficiale dell’Aeronautica Militare, in servizio da un paio di anni presso la Scuola Specialisti di Macerata. Quella targa «Museo Polare» mi incuriosì subito. Non ne avevo mai sentito parlare. In seguito ne capii la ragione: era uno dei pochissimi del genere al mondo e l’unico, come del resto lo è ancora oggi, in Italia. La visita non fu lunga poiché il professore pativa ancora i postumi di un grave disturbo alle vie respiratorie, conseguenza dei lunghi periodi trascorsi nelle regioni artiche, dove si era recato più volte per motivi di studio. Il suo primo viaggio verso i poli risale al 1959 quando si recò nell’isola di Bouvet, sperduta nell’oceano Atlantico, a metà strada tra il sud Africa e l’Antartide, per valutare le possibilità di istallarvi una stazione scientifica permanente. Malgrado la brevità della visita, ne riportai una impressione straordinaria, tanto che negli anni a seguire vi sono tornato innumerevoli volte accompagnando folti gruppi di militari in istruzione a Macerata ed anche due classi di bambini delle scuole elementari.

Silvio-Zavatti

Silvio Zavatti

È ancora vivo in me il ricordo di quei giovani visitatori attratti da quegli oggetti provenienti da terre situate oltre il circolo polare artico, ma soprattutto ammaliati dalla straordinaria personalità del professor Zavatti. Un uomo dalla vasta cultura generale (era laureato in lettere), sulla quale si innestava una altrettanto ricca cultura specifica. Nel corso dei suoi viaggi nell’Artide canadese, in particolare nella regione della Baia di Hudson, ebbe modo di studiare molto da vicino le abitudini, gli usi, le tradizioni e quant’altro delle popolazioni innuit, vivendo per lunghi mesi nei villaggi di Rankin Inlet e di Repulse Bay. Di esse imparò tutto e riuscì ad assimilarne anche la cultura così lontana dalla nostra. Da quelle inospitali terre riportò un grande patrimonio culturale che mise a disposizione di tutti, creando il suddetto museo che raccoglieva tutto ciò che riguarda il mondo artico: reperti animali (una grande pelle d’orso bianco, il cranio maestoso di un tricheco e quello minuscolo di una foca, ed altri ancora), reperti vegetali (muschi e licheni), oggettistica varia di uso quotidiano, dal grande tamburo detto krilaut utilizzato per l’accompagnamento musicale durante le sfide canore con le quali i rudi cacciatori risolvono le diatribe personali (!), al piccolo ago ricavato da un osso di balena, dalla slitta al kayak, dalla fiocina usata per la pesca dei salmoni ai pochi utensili recuperati dopo la tragedia del dirigibile Italia, pilotato dal generale Umberto Nobile, nella quale perdettero la vita sette nostri connazionali. E che dire dei deliziosi oggetti d’arte, veri capolavori realizzati in steatite, detta anche pietra saponaria per la facilità con la quale si può lavorare prima che indurisca? Eccezionali per raffinatezza e purezza delle linee. Nel corso di quelle innumerevoli visite, nelle quali svolgevo il piacevole compito di guida dei miei «ragazzi», ho imparato tutto quello che so sul mondo degli eschimesi. Il professor Zavatti è stato con me prodigo di spiegazioni, mi ha raccontato tantissimi episodi della sua vita di studioso e divertenti aneddoti personali. Una volta, forte della sua convinta superiorità di «uomo bianco», volle maneggiare la lunghissima frusta usata per guidare le mute di cani da tiro, un attrezzo di dodici metri che richiede grande abilità. Sordo ai consigli del suo amico innuit, la fece schioccare con spavalda sicurezza e per poco non rimase strozzato da quella lunga cinghia di cuoio che si era inopinatamente avvolto al suo collo. Lui stesso, raccontando questo buffo episodio, rideva di gusto della sua giovanile prosopopea. Ho frequentato a lungo questo illustre studioso, notissimo in tutti gli ambienti scientifici del mondo per la sua smisurata competenza in materia e per la sua cristallina onestà intellettuale, ma altrettanto ignorato in Italia. In seno all’ONU sostenne una dura battaglia affinché alle popolazioni nordiche venisse riconosciuto il diritto all’autodeterminazione. Il suo intervento, unito a quello di altre importanti personalità, ottenne pieno successo e oggi quelle popolazioni legiferano in piena autonomia su come sfruttare le immense risorse economiche del loro territorio, senza rimanere vittime di speculazioni commerciali. A questo punto sarebbe interessante e istruttivo narrare la triste vicenda della piccola Gita e del suo gruppo, ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. Ricordo bene la sua grande felicità nel raccontare quella sua importante esperienza umanitaria.

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Museo polare a Fermo

Accanto all’attività didattica, il Museo ha svolto nel tempo anche un’intensa ricerca grazie all’Istituto Polare, altra «creatura» del professore, al quale hanno fornito un consistente contributo numerosi studiosi italiani e stranieri. Il Museo è dotato di una ricchissima biblioteca specializzata, forte di oltre quattromila testi raccolti con tenacia e costanza nel corso di lunghi anni. Molti di essi, e parliamo di oltre centoventi «titoli», portano la firma del professore e trattano tutto ciò che riguarda la cultura innuit, dalla zoologia alla poesia, dall’arte alla meteorologia, dalla mineralogia alla botanica, dall’animismo alla favolistica, all’etnografia. A tal proposito mi parlò del gioco delle «cordicelle», che pure noi praticavano da bambini, forse portato in quelle lontane terre da qualche viaggiatore europeo. Anche la cartografia rientrava negli interessi del professore. In apposito mobile erano conservate centinaia di preziose carte terrestri, nautiche e aeronautiche fornite dalle più importanti istituzioni mondiali del settore. Erano riposte lì da anni senza che nessuno avesse avuto, però, modo di catalogarle. Con slancio, quindi, mi offrii di eseguire questo delicato e importante compito, un piccolo segno di gratitudine verso il professore, uomo che a dispetto delle apparenze, era dotato di profonda umanità, grande rispetto per il prossimo e spiccata personalità. Era coraggioso, schietto ma anche dolce, qualità che lo rendeva simpatico anche ai bambini. I miei figli ne rimasero affascinati fin dal primo momento. Ci siamo incontrati ancora molte volte in seguito, poi il 13 maggio 1985 il professor Silvio Zavatti è morto ad Ancona, a soli 68 anni. Una grave perdita per il mondo scientifico e per quanti hanno avuto modo, come me, di conoscerlo di persona. Il Museo polare è stato successivamente trasferito a Fermo, dove si trova tuttora. Potrei continuare ancora e raccontare tanti altri particolari della sua vita di uomo e di studioso, ma ritengo che sia opportuno chiudere qui queste mie note, modesto omaggio a quell’affabile «orso bianco», nel centenario della sua nascita.


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