Il calcio piange una bandiera:
è morto Franco Baresi,
il suo legame con Morrovalle
LUTTO - Aveva a 66 anni. Bandiera del Milan e della Nazionale, tre anni fa l'ultima visita nel Maceratese, alla Festa dello sport. Nel 1997 nella Serravalle appena colpita dal terremoto portò un carico di magliette autografate, di tute e giacche a vento per i più piccoli

Franco Baresi alla Festa dello sport di Morrovalle nel 2023
Una bandiera del calcio italiano e mondiale. Come altro descrivere Franco Baresi, leggendario capitano del Milan, che è morto nella notte scorsa all’età di 66 anni dopo nel 2025 era stato operato per un nodulo polmonare.
Giocatore amato e stimato anche dagli avversari per la sua innata classe, mai una parola fuori posto e la sua classica mano alzata nel chiamare il fuorigioco, Baresi aveva più volte visitato il Maceratese negli anni passati, stringendo in particolare un rapporto privilegiato con Morrovalle, che aveva visitato in due occasioni in particolare per il rapporto umano che lo legava all’avvocato Danilo Bompadre.

Baresi con Danilo Bompadre sul campo del Trodica Calcio nel 2022
A novembre 2022 era stato ospite del Trodica Calcio per un pomeriggio in visita alla realtà calcistica della frazione morrovallese, mentre a maggio 2023 era stato l’ospite d’onore della Festa dello sport organizzata dal Comune per celebrare i successi delle realtà e degli atleti cittadini.

Baresi e Carlo Pellegatti al Tavolo Matto di Potenza Picena
Prima ancora, a giugno 2022, era stato al Tavolo Matto di Potenza Picena come ospite del Milan Club Castelfidardo, che al ristorante, insieme al giornalista Carlo Pellegatti, aveva celebrato l’ultimo tricolore rossonero. Lui che di scudetti, con la maglia del Milan, ne aveva vinti ben 6. Come il suo storico e indimenticabile numero di maglia.
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Baresi a Serravalle
Era il novembre 1997, il tempo di una telefonata, di un invito e all’appello inoltratogli da Ariedo Braida e da Roberto Patrassi risponde con entusiasmo Franco Baresi, “Il capitano” che aveva appena chiuso una carriera formidabile con il Milan, e il presidente Silvio Berlusconi nella partita di addio gli aveva fatto dono di un pallone d’oro, simbolico non nel contenuto, che era l’unico trofeo che non aveva mai vinto in giro per il mondo sempre con la maglia rossonera. Una mattina di novembre, il terremoto si era fatto sentire pochi mesi prima e aveva lasciato il segno a Serravalle, case distrutte e popolazione provata. Franco Baresi arriva ed entra nei container adattati a scuola con i bambini: un carico di magliette autografate, di tute e giacche a vento per i più piccoli entusiasti nel vedere quel campione accanto a loro. Magliette che molti di quei bambini hanno conservato assieme al ricordo della grande umanità di quel campione, dentro e fuori dal campo di gioco, che si è spento oggi. Così lo ricorda il sindaco di allora Venanzo Ronchetti: «Me lo ricordo benissimo quel giorno, Baresi la maglia autografata la donò anche a me ed ancora oggi la conservo: spero che un giorno farà parte di un musei dei cimeli di quel periodo. Fu un periodo difficile, in particolare per i bambini costretti al freddo nei container ma quella visita fu come una scossa, una ventata di di gioia e di speranza rimasta nel cuore di tutto il paese».
C’è un vuoto che non si colma.
Quando i genitori se ne vanno
prima che l’anima abbia imparato
a stare in piedi da sola,
il vuoto rimane.
Non è un ricordo: è una ferita
che non sanguina più,
ma continua a esigere attenzione.
Franchino divenne Franco
perché l’uomo ha bisogno
di un nome che regga il peso
della necessità.
Costruì intorno a sé
una disciplina rigorosa,
un muro di attenzione
rivolta solo all’esterno:
il campo, il dovere,
la responsabilità collettiva.
L’Io si fece duro
per non lasciar passare
il grido interiore.
Ma l’afflizione non dimentica.
Essa attende il momento
in cui la forza viene meno,
in cui il corpo è stanco,
ferito, esposto,
e la volontà non basta più
a trattenere ciò che è stato rimosso.
Quel giorno il pallone salì troppo in alto.
Non fu un errore tecnico:
fu la crepa attraverso cui
il vuoto originario
riuscì finalmente a parlare.
Il pianto non fu debolezza.
Fu l’unica forma di attenzione pura
che l’uomo potesse ancora offrire
a ciò che aveva perduto
e che non aveva mai potuto
completamente accettare.
Nella sconfitta pubblica
si rivelò la verità nascosta:
che nessuna vittoria,
nessuna corazza,
nessun nome adulto
può cancellare
la nuda necessità del dolore.
Solo quando ogni protezione cade
l’anima tocca, per un istante,
quella realtà impersonale
che non consolà,
ma libera.
Il bambino orfano
non fu consolato.
Fu semplicemente visto.
E in quel pianto
c’è più verità
di quanta ne contenga
qualsiasi trionfo.