Tre sorelle e una fattoria
che il terremoto non ha spezzato:
«Mai pensato di lasciare la montagna»

PIEVE TORINA - Milena Lucarini racconta le difficoltà e le soddisfazioni nel tenere viva l'attività di famiglia portata avanti da generazioni. Sua l'unica macelleria del comune. Il ricordo della notte del 26 ottobre 2016: «Mio padre ci aveva messo ottant'anni per costruire la sua vita e sono bastati due minuti per distruggere tutto»
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Le sorelle Lucarini

 

di Leonardo Giorgi

«Le camere di sopra erano finite sulla strada, la luce era saltata, diluviava, la strada era per andare via era inaccessibile. Mio padre disse che ci aveva messo ottant’anni per costruire la sua vita e sono bastati due minuti per distruggere tutto». Sono passati cinque anni, ma il ricordo del terremoto delle 21,18 del 26 ottobre 2016 a Pieve Torina è ancora vivido nelle parole di Milena Lucarini. Milena, insieme alle due sorelle, porta avanti l’impresa agricola famigliare che per generazioni ha fatto la storia della sua comunità. La Fattoria Lucarini, nonostante tutto, è ancora aperta e continua a fornire le sue carni e i suoi formaggi agli affezionati clienti. Una storia di rinascita contro ogni previsione, iniziata da quelle scosse nefaste che hanno colto i Lucarini nel loro habitat naturale: tutti insieme, a tavola.

«Eravamo in località Casavecchia Alta – racconta Milena -. Noi sorelle abbiamo casa per conto nostro, ma lavorando tute insieme stavamo a cena lì. C’era stata la scossa precedente. Stavamo dando dei panini ai nostri figli e ci stavamo preparando per dormire in macchina. A un certo punto abbiamo sentito una specie di bomba che ci è esplosa in casa. Eravamo al piano di sotto, tremava tutto e mezza casa è andata via. Le camere del piano di sopra erano scese sulla strada, la luce era andata via. Finito il terremoto abbiamo cominciato a uscire, ma fuori diluviava. Mio padre aveva bisogno della bombola dell’ossigeno, ma era rimasta dentro casa. Mio figlio era svenuto. La stradina era piena di macerie e non potevamo uscire con l’auto. Ho provato a chiamare il sindaco. Verso la mezzanotte sono arrivati sindaco e carabinieri, che hanno ripreso la bombola per mio padre. In quei momenti dominava la mentalità del sopravvissuto. Era andato giù tutto, ma almeno eravamo vivi». Però le ore passano e già il mattino seguente, con la luce del sole, divenne ancora più chiaro quanto la situazione fosse grave. «Il giorno dopo è venuta la Protezione civile e abbiamo capito che quasi tutta Pieve Torina non c’era più. Per quanto ci riguarda, almeno il negozio si era salvato, ma per le prime settimane non era chiaro se potevamo aprire o meno. Comunque ci siamo arrangiati come potevamo. All’inizio siamo rimasti in 12 accatastati in una casetta di legno di 40 metri quadrati».

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La casa crollata il 26 ottobre 2016

Tra i tanti pensieri passati per la testa delle sorelle Lucarini, uno solo non è mai balenato, neanche per sbaglio. «Non saremmo mai andate via – sottolinea Milena -. Abbiamo scelto di investire in questo tipo di lavoro e in questo posto. L’azienda è nostra da generazioni, noi sorelle abbiamo sempre svolto questo mestiere e mio padre è sempre stato al centro della vita sociale del posto, organizzava sempre tante cose. Pieve Torina era rimasta senza macelleria, ma noi siamo tornati». Certo, non è stato (e non è) facile. «Dopo un po’ di tempo ci siamo resi conti che dopo cinque anni le cose non sono troppo cambiate. Il Comune ci ha dato in comodato d’uso un container per l’azienda, ma abbiamo da ricostruire stalle, fienili e quattro case. La burocrazia della ricostruzione va semplificata, non è facile per nessuno capire come muoversi. Lo stesso turismo è limitato perché non ci sono punti per dormire e la gente non ha tanti posti da vedere, finché Visso rimane distrutto e finché strutture come il palazzetto del ghiaccio di Ussita rimangono chiuse».

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Il negozio della Fattoria Lucarini


Il supporto è arrivato dalle persone che sono rimaste a Pieve Torina e sono state ben felici di abbracciare tre donne che hanno fatto tanto per tenere vivo il paese.
«Le persone si sono mosse per noi, c’è stata tanta solidarietà – racconta Milena -. Quando la gente è cominciata a tornare le cose sono diventate più semplici. Certo, la popolazione si è dimezzata rispetto a prima. Tanti anziani purtroppo sono morti. Sia per vecchiaia, sia perché probabilmente hanno risentito di questa situazione più di tutti. Penso a mio suocero che a ottant’anni, dopo una vita passata in montagna a dare da mangiare agli animali, si è ritrovato al quinto piano di un albergo a Porto San Giorgio. O mio padre, che dopo una vita di sacrifici ha visto sparire tutto quello che aveva costruito. Era lui stesso a dirci che noi figlie eravamo giovani e dovevamo andare via, ma siamo rimaste». Se il terremoto ha tolto tanto, «almeno ci ha dato un grande senso di aggregazione. Cosa ovviamente sparita con il covid. Ci siamo adattati con consegne a domicilio e quant’altro, ma non è facile. Però noi che abbiamo le attività qui sul posto abbiamo dato un punto d’incontro a tante persone, come il pub di Mirko Talarico che quest’estate ha accolto tanti giovani che altrimenti sarebbero andati sempre fuori dal paese. Noi continuiamo a lavorare ogni giorno, sperando sempre per il meglio». Papà Lucarini, da buon imprenditore d’altri tempi, ha lasciato il suo impero in buone mani.

 

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