«La mia vita universitaria in container:
Camerino è stato bello conoscerti»

QUATTRO ANNI DAL SISMA - La lettera di Grazia Serio. E' tornata nella "sua" Lecce ma vuole far conoscere lo sforzo e l'impegno che hanno messo la città e l'Università per tutti gli iscritti
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Grazia Serio in centro a Camerino

Quel 26 ottobre Grazie Serio a Camerino neanche c’era. Era nella “sua” Lecce a festeggiare la laurea triennale con in mano uno spritz e quella scossa neanche l’ha sentita. Eppure il terribile terremoto di 4 anni fa la legò profondamente a Camerino e alla sua università, anche se in un primo momento sembrava impossibile. Oggi,  nel quarto anniversario del terremoto, dopo essersi laureata in Biologia all’Università di Camerino scrive a Cronache Maceratesi per far conoscere lo sforzo e l’impegno che hanno messo la città e l’Università di Camerino per gli studenti, per non dimenticare quanto ancora si può fare.

di Grazia Serio

Il 26 ottobre 2016 me lo ricordo bene, o quasi. Il 26 ottobre 2016 era un mercoledì. Non ricordo se la notte prima riuscì a dormire, ma ricordo che a pranzo mangiai in fretta una parmigiana, che speravo non si sarebbe notata in quella tuta blu che avevo comprato qualche mese prima. Andò tutto bene e superai la mia preoccupazione di cadere dagli scalini nel momento in cui venivo proclamata dottoressa.
Erano le 20 e con le forcine in testa mi sistemavo per andare a festeggiare. Ero in bagno, ma sentii comunque l’edizione del Tg5: scossa di terremoto in Centro Italia e qualcosa a 600 km di distanza si scosse anche dentro di me. In quel momento il mio futuro profumava di lacca e aspettative , socchiusi gli occhi e decisi che ci avrei pensato dopo.
Quando tornai a casa e cercai dove fosse stata la scossa non ci fu bisogno di ingrandire la mappa. Ero nella mia casa, al sicuro, lontano dal rumore e dalla paura di quei momenti, in quel 26 ottobre che mi è stato raccontato tante volte da tutte le persone, amici e colleghi che ho poi conosciuto.
Io ero al sicuro, ma non bene , dato che era il giorno della mia laurea triennale e da lì a qualche giorno mi sarei dovuta trasferire a Camerino , quel paesino sulle montagne in cui avevo cercato casa un mese prima, quella città col campanile crollato , mostrato in diretta all’edizione del Tg5 del 30 ottobre, in quella domenica in cui avrei dovuto festeggiare il mio primo traguardo con la mia famiglia. E invece l’immagine di quel campanile crollato era fissa in tutti.
Quello che successe nei giorni seguenti fu un susseguirsi di persone che non mi facevano più gli auguri, ma mi chiedevano cosa avrei fatto, se avrei o meno cambiato università, se avessi saputo nulla. Ricordo la mattina del 27 ottobre, quando  chiamai in università per avere informazioni e casualmente mi rispose colui che da lì a 2 anni, mi avrebbe proclamato dottoressa.
E così , passai un mese a spruzzare la lacca sulla corona d’allora per non farla appassire , per mantenere vivo il ricordo di quel giorno, che ormai per tutti era il giorno del terremoto. Ricordo l’incertezza, la rabbia di quei giorni: avevo fatto di tutto per laurearmi ad Ottobre ed iniziare la magistrale e invece mi trovavo così, ferma, perché l’università che avevo scelto era stata chiusa.
Che grande problema, no? Cosa ne so io della paura in quei momenti?
Quando vivi in una zona non sismica,  il terremoto non è una variabile che prendi in considerazione nel momento in cui scegli dove andare a fare una vacanza, un weekend o dove andrai a vivere per 2 anni. Non conosciamo le magnitudo dei terremoti, l’epicentro, se si sente di più al I o al II piano.
Nonostante questo, non si può dire che la notizia della scossa del 24 agosto ad Amatrice sia stata un fulmine a ciel sereno , visto che , tra tesi , ultimo esame e la casa che dovevo cercare di sereno in quel momento non c’era proprio nulla. Fu in quei giorni di agosto che iniziai a pensare al terremoto. Iniziai a pensare che sarebbe potuto succedere anche a me , che sarei potuta morire nel sonno com’era successo ad Amatrice o a tanti studenti nel 2009 a l’Aquila.
Iniziò lì la paura, forse esasperata da quei paragrafi di Fisiologia che ripetevo ossessivamente .

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Crolli a Camerino dopo il terremoto del 26 ottobre

Un mese. Un mese di notizie smentite , di riaperture di quell’Unicam, di email inviate a professori mai visti e di lezioni online in classi in cui non mi ero ancora seduta.
A fine novembre però piano piano iniziò tutto. Tornai a Camerino, presi delle carte al Comune, che ora era nel deposito degli autobus, passai un pomeriggio con i giubbotti arancioni della protezione civile e in macchina raggiungemmo la mia nuova dimora: un hotel a 4 stelle, in Abbruzzo, a centinaia di km da Camerino.
Perché quella casa che avevo affittato, come quella della maggior parte degli studenti, non era più agibile.
Iniziò così la mia avventura, fatta di sveglie alle 5 del mattino perché per arrivare in università ci volevano 3 ore, di rientri alle 7 di sera, di pasta con le ostriche la domenica sera.
Che bella vita, no? Uno scansa il terremoto e ha in premio una stanza di hotel gratis.
Chi mi conosce sa che mi sento sempre in colpa per qualcosa. E così davanti a quella vita ovattata, al cambio delle lenzuola, ai camerieri che mi servivano la cena, mi sentivo in colpa: perché, è vero, avevo perso la casa affittata e come tutti avevo diritto a un posto in cui stare per frequentare le lezioni, ma io non avevo vissuto il terremoto, e mi sembrava che non meritassi tutto ciò, mi sentivo in colpa perché quella sera in mano avevo uno Spritz e non il cellulare per chiedere aiuto.
Pian piano si accorciarono i km e la pasta con le ostriche della domenica, divenne il pollo della domenica e la stanza d’hotel divenne la stanza di un container, ma almeno ero nella stessa regione.
Ci sarebbero tante cose da dire sulla vita in container, cose a cui ti abitui , ma che se poi a distanza di tempo ci pensi fanno sorridere.
Innanzitutto non c’è privacy, niente: se la tua vicina di stanza sta aprendo un pacco di patatine o racconta dell’ex fidanzato lo sai anche tu e se alza un po’ la voce lo sa anche quella a 2 stanze di distanza. Il condizionatore di notte dimenticatelo, visto che quando si stacca sembra una scossa di terremoto. Sono cose che un po’ mi mancano, ora, però all’inizio non è stato facile.
Non è stato facile. Dover ogni giorno uscire di casa, con 40 gradi o la neve per fare la fila per mangiare e arrabbiarsi perché “quello ha avuto una fetta in più di formaggio”, non è facile condividere lo spazio con tante persone, inventarsi un modo e un luogo per studiare perché dividi la stanza, perché se chiudi la porta il wi fi non arriva, perché domani hai l’esame ma qualcuno vuole fare festa e vedere la gente che entra a fare pipì o a fare le foto ai container.
In quei mesi, soprattutto i primi mesi, a volte mi sono arrabbiata, mi sono sentita accusata, perché sì, ora un po’ mi manca la vita in container, ma come tutti, avrei voluto una sistemazione migliore, potermi stendere sul divano, fare la colazione in pigiama, lasciare gli asciugamani in bagno.
Pensai a quante cose avrei perso in questa esperienza da fuori sede. La spesa con i coinquilini, cucinare insieme (quanto mi mancava , non avere una cucina), festeggiare il compleanno in casa. A quante piccole cose abbiamo dovuto rinunciare?
Ma poi, col tempo, ti ci abitui e inizi a vedere tutte le cose, che solo noi, in quel periodo, in quella situazione abbiamo potuto vivere.
I tratti di strada in zona rossa tornando a casa a piedi, con la paura dei cinghiali, avere così tanti coinquilini. Vedere i servizi in tv riguardanti la tua università. E convincere Gianni Morandi che, no Gianni, la foto insieme non ce la siamo già fatta e vedere Cesare Bocci che ti toglie un’ape di dosso e fare quasi after aspettando Papa Francesco che ti saluta dalla sua macchina e vedere la messa al bar. Essere intervistata da una tv quando hai in mano dispense fotocopiate e dalla Rai quel giorno in cui, addirittura, per andare a mensa avevi messo il burrocacao (salvo poi scoprire che si trattava della radio). Insomma una vita da terremotati tra i vip.
E così , impari ad essere felice, se c’è lo stinco invece del pollo la domenica, se c’è la crostata dell’Eurospin, le pizzette o la tv libera.
Io ho imparato a conoscere Camerino con gli occhi degli altri, perché il centro lo avevo visto per 10 minuti, perché non avrei mai immaginato che per andarci di nuovo sarebbero serviti i vigili del fuoco. E’ vero,  non so nulla del periodo natalizio e delle sue canzoni in centro, della Corsa alla Spada prima del terremoto, dell’Asterix e dei lampadari bassi , come non so nulla di quel 26 ottobre, perché io ne stavo vivendo uno differente.
Tante volte , quando mi hanno chiesto dove vivessi prima del terremoto ho dovuto raccontare questa storia.
E sì, avrei potuto cambiare università, ma non volevo. Mi ero spaventata ad agosto , col terremoto ad Amatrice, che quando arrivò quel 26 ottobre ormai mi ero abituata all’idea e rifiutai di cambiare scelta. Non penso di essere stata coraggiosa, forse incosciente, ma mi è andata bene. Perché se avessi vissuto quegli attimi che mi hanno raccontato probabilmente non avrei scelto di continuare lì.
Però non vivere le cose non impedisce di sviluppare una sensibilità e così io non riesco tanto a vedere i servizi al tg sui terremoti o ad ascoltare “Domani”.
Sono stata fortunata. Sì, è vero, avrei potuto vivere in una casa normale, andare in università, avere la mia stanza . Ma sono stata fortunata perché non ho perso la mia casa in un terremoto, sono stata fortunata perché quella sera non ero lì, sono stata fortunata perché ci sono stata solo 2 anni, sono stata fortunata perché sono stata circondata da tanti coinquilini , che a momenti non sopportavo, ma diventati amici. Si tratta di vedere il bicchiere non mezzo pieno, ma sempre più pieno in una scala di fortuna , così fino a farlo traboccare.
E poi sulle pareti del container si attaccano i magneti. Ci sarebbero ancora tante cose da dire.
Questo racconto serve per far conoscere e non far dimenticare cosa è successo 4 anni fa e serve a me stessa, per ricordarmi dove sono arrivata, per imparare ad essere soddisfatta , per imparare a non essere dura con me stessa, perché è vero che quella sera non c’ero , ma questa è una fortuna e non una colpa e che anche se sono stata fortunata, è stata dura e io volevo ne valesse la pena.
Cara Camerino, ti conosco poco, ma è stato bello conoscerti proprio in quegli anni in cui cercavi di risorgere, come scrissi nella tesi, quel 26 ottobre è iniziato un cammino in salita per entrambe e io, ragazza di pianura, ho faticato un po’.

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