La ricerca di Carnevale e Antognozzi:
“La Sindone a Corridonia per 5 secoli”
Il sacerdote salesiano e il suo collaboratore proseguono gli studi su Aquisgrana in Val di Chienti e sostengono una nuova ipotesi
«La Sindone è stata conservata per 5 secoli a Corridonia». A dirlo sono don Giovanni Carnevale studioso salesiano famoso per la sua tesi secondo la quale Aquisgrana è a San Claudio di Corridonia e Domenico Antognozzi, con lui membro del comitato San Claudio e suo sostenitore. A spiegare quali sono gli elementi che portano alla sorprendente affermazione sono gli stessi autori della ricerca.
«Il discorso sulla realtà storica della Sindone – spiegano – diventò particolarmente intricante quando nell’esposizione fatta a Torino il 28 maggio del 1898, l’immagine dell’insigne reliquia si rivelò il negativo della foto scattata da un fotografo dilettante, l’avvocato Secondo Pia. Da allora la Sindone è stata oggetto delle più svariate indagini storico-scientifiche che ne riguardavano l’autenticità.
La Sindone nei primi secoli del cristianesimo aveva viaggiato in diverse località dell’oriente cristiano. Nell’ VIII secolo se ne persero le tracce a Costantinopoli e di essa non si seppe più nulla fino a quando, nel XIIII secolo, ricomparve a Chambéry in Francia.
E’ solo menzionata nel Liber Pontificalis della Chiesa Romana relativo a papa Stefano II (752-757), che nel 753 portò in solenne processione l’acheropsita, termine di origine greca il cui significato è “non fatto da mano umana”: «in uno di quei giorni, il santissimo pontefice con gli altri sacerdoti, a piedi scalzi, la testa cosparsa di cenere, lui e tutto il suo popolo, uscì con molta umiltà, litaniando e portando sulle sue stesse spalle l’immagine del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo, che è chiamata acheropsita e pervenne alla chiesa della santa Madre di Dio, che è chiamata ad Praesepem. Di un’altra solenne processione con l’acheropsita si parla sempre nello stesso Liber Pontificalis relativo al papa Leone IIII (847-855)».
Al professor Carnevale ed al suo collaboratore Antognozzi, il periodo medioevale storicamente oscuro della Sindone appariva come coincidente al periodo anch’esso storicamente oscuro vissuto dalla valle del Chienti nell’alto medioevo.
«Ora – proseguono – forse ci sono notizie sufficientemente precise per dire che la Sindone abbandonò l’Italia dopo la celebrazione del Giubileo del 1300 per raggiungere la Francia contemporaneamente ai papi quando, nel 1307, la sede del papato fu portata ad Avignone. Le testimonianze riguardano personaggi di alto rilievo culturale: Dante Alighieri (1265-1321), Francesco Petrarca (1304-1374) e Frate Ugolino da Montegiorgio, contemporaneo dei due autori citati.
Dante Alighieri nel XVIII canto dell’Inferno, riferisce che i romani di Roma nel 1300, quando si tenne il primo Giubileo della storia, per l’enorme afflusso di pellegrini, dovettero inventare il doppio senso di circolazione sul ponte che andava a Santo Pietro:
…. i Roman per l’esercito molto,
l’anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
che dall’ un lato tutti hanno la fronte
verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro;
dall’altra sponda vanno verso il Monte.
Francesco Petrarca nel XVI sonetto del Canzoniere conferma che i pellegrini raggiungevano Roma per veder effigiate le sembianze di Cristo che speravano di rivedere presto in cielo:
Movesi il vecchierel canuto et biancho
del dolce loco ov’à sua età fornita
et da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;
indi trahendo poi l’antiquo fianco
per l’extreme giornate di sua vita,
quanto piú pò, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, et dal cammino stanco;
et viene a Roma, seguendo ‘l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:
cosí, lasso, talor vo cerchand’io,
donna, quanto è possibile, in altrui
la disïata vostra forma vera.
Ugolino da Montegiorgio, autore dei Fioretti di San Francesco, racconta che il Santo dalla valle Spuletina, insieme a frate Masseo raggiunse Roma in Francia.
Rileviamo subito che i tre autori sono concordi nel dire che Roma era la meta dei pellegrini. Dante precisa ulteriormente che chi tornava indietro da Santo Pietro riattraversava il ponte in doppio senso di circolazione e andava verso il Monte. E qui sorge subito una prima difficoltà interpretativa: se Roma per i tre autori era l’antica Roma dei Cesari, i pellegrini, riattraversato il ponte, non potevano andare verso un vero Monte. Verso il “Mons aureus” potevano invece andare se Roma era la Roma picena, dove i papi si erano trasferiti dal tempo delle invasioni arabe del sec. IX e non à ancora chiarita la data del loro rientro. Sulla riva sinistra del Tevere a Roma non c’è un Monte. Sia Monte Mario che il Gianicolo sono sulla riva destra del Tevere, come pure San Pietro.
Per Petrarca Roma è Roma senza precisare se è l’antica Roma dei Cesari o l’Urbs della valle del Chienti. Precisa solo che i pellegrini vanno a vedere l’immagine di Colui che sperano di rivedere in cielo. L’allusione alla Sindone pare indubbia e testimonia che l’acheropsita nell’anno giubilare del 1300 era esposta a Roma.
Ugolino da Montegiorgio, scrisse i suoi Fioretti nello stesso periodo in cui Dante scrisse la Divina Commedia e Petrarca il suo Canzoniere. Ne citiamo alcuni passi:
«…egli prendendo frate Masseo per compagno, prese il cammino verso la provincia di Francia…. e fatta orazione e presa la refezione corporale di questi pezzi del pane e di quella acqua, si levarono per camminare in Francia… e in questo parlare (di povertà) giunsono a Roma ed entrarono nella chiesa di Santo Pietro… (infine) diterminarono di tornare nella valle di Spulito, lasciando l’andare in Francia».
La sua testimonianza è la più interessante, la più chiara e completa delle tre. In poche parole Ugolino chiarisce il problema anche per la competenza che ha del territorio di cui è nativo. Per lui San Francesco e frate Masseo, risalendo l’appennino dalla valle Spuletina raggiungono Roma in Francia e di lì vanno a Santo Pietro. Non si può essere più concisi e chiari di cosi.
Conclusione: la Francia sta nel Piceno e Roma sta in Francia. Il castello a cui si riferisce Dante è il medioevale castello di Montolmo che sorgeva ove ora sorge il municipio di Corridonia. I pellegrini venivano a Roma nel Piceno, attraversavano il ponte di Urbisaglia e andavano a San Pietro di Corridonia, dove nel 1300 fu esposta alla venerazione dei fedeli la Sacra Sindone. Ancora oggi in qualche borgata di campagna gli anziani chiamano Urbisaglia Roma. Se qualche lettore avrà motivi chiarificatori o di contrapposizione alla tesi, saremmo lieti di ascoltarli e di produrre ulteriori elementi a riprova del fin qui detto».



L’ipotesi è interessante, bisogna continuare a studiare e poi presentare il lavoro a un congresso di storia medievale, che è la prova del fuoco.
[Colgo l’occasione per chiedere alla redazione di ridurre la pubblicità sul sito]
Concordo on Iacobini sul discutere le tesi e le scoperte del Professor Carnevali e di Domenico Antognozzi, nonché quelle di ogni altro ricercatore in merito, compresa l’Università di Camerino, senza egoismi di primogenitura, ma in aperta dialettica. Sarà difficile con chi ha già le “idee fisse” sul Medioevo avere un dialogo…
In merito alla pubblicità: senza pubblicità Cronache Maceratesi chiude.
Consiglierei di lasciar perdere, di occuparsi di altro, non so della presenza di Huss a Ussita o di Marco Polo a Polognola…
Il primo Giubileo della Chiesa fu promulgato da papa Bonifacio VIII nel febbraio 1300. Da tutto il mondo folle di pellegrini accorsero a Roma. Dai racconti dei cronisti contemporanei si può ricostruire che in quell’anno la media delle presenze in città fu di duecentomila persone ogni giorno. Tale moltitudine, tanto più significativa se si pensa che gli abitanti della città erano in quel periodo solo trentacinquemila, rappresentò un fenomeno eccezionale sotto ogni aspetto, religioso, politico e anche economico. Sempre dalle cronache coeve sappiamo che i pellegrini (i romei, per usare le parole di Dante: «chiamansi romei in quanto vanno a Roma») rimanevano affascinati dalla febbrile animazione e dalla ricchezza della città, dalla quantità e dallo splendore delle chiese.
Che tra i fiorentini recatisi in pellegrinaggio a Roma nel 1300 vi fosse anche Dante è opinione generalmente accolta dagli studiosi, anche se, in realtà, non ci sono documenti certi su questo. L’unica visita di Dante a Roma sicuramente attestata avvenne l’anno successivo, nel settembre 1301, quando fece parte dell’ambasceria inviata da Firenze al Papa per ben disporne l’animo verso la città. Cosa spinge allora a ritenere quasi certa la partecipazione di Dante al Giubileo? Soprattutto un passo della Divina Commedia, per l’esattezza del canto XVIII dell’Inferno. In esso Dante paragona il procedere in senso opposto delle due schiere di peccatori della prima bolgia ai pellegrini che sul ponte Sant’Angelo, durante il Giubileo, si incrociavano, gli uni diretti a San Pietro, gli altri, di ritorno, diretti a Monte Giordano: «come i Roman per l’essercito molto, / l’anno del giubileo, su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto, / che da l’un lato tutti hanno la fronte / verso ’l castello e vanno a Santo Pietro; / da l’altra vanno verso il monte…». La notizia del “doppio senso di marcia” sul ponte, disposto per organizzare la grande ressa («l’essercito molto») di quelli che andavano e venivano dalla Basilica, la si ritrova solo in Dante e ha chiaramente il sapore di un ricordo personale di una “cosa vista”, anche se, a rigore, egli potrebbe averla appresa da altri pellegrini o dai romani nella sua visita dell’anno seguente.
Secondo i cronisti del tempo, da Firenze partirono alla volta di Roma numerosissimi pellegrini. Fra loro ricordiamo en passant Giovanni Villani, che fu tra i molti che trassero impressioni forti e feconde dalla visita giubilare e «in quello benedetto pellegrinaggio nella santa città di Roma» ebbe l’ispirazione a scrivere la sua Storia di Firenze per emulare i grandi scrittori di storia romana. In ogni modo, basandosi sul passo relativo all’andirivieni su ponte Sant’Angelo e sui dati relativi all’affluenza così robusta di romei fiorentini, e considerando naturalmente la profonda e sollecita religiosità di Dante, gli studiosi, come si è detto, sono pressoché concordi nel ritenere che Dante sia venuto a Roma per il primo Giubileo. Quanto si sa dell’attività del poeta in quel torno di tempo induce a datare questa visita alla prima parte dell’anno. È particolarmente suggestivo pensare che sia avvenuta proprio in quella settimana santa del 1300, in cui si colloca l’inizio del viaggio della Divina Commedia.
Un altro riferimento al Giubileo, meno diretto e personale, si trova in alcuni versi del II canto del Purgatorio, nell’episodio di Casella: questi spiega all’amico che l’angelo che ha l’incarico di trasportare in purgatorio le anime raccolte alla foce del Tevere ormai da tre mesi non rifiuta a nessuno l’entrata nella sua barca: «veramente da tre mesi elli ha tolto / chi ha voluto intrar, con tutta pace». Tutti i commentatori vedono in questo brano una chiara allusione all’indulgenza accordata alle anime del purgatorio con il Giubileo a partire dal Natale 1299.
Più difficile, invece, è connettere precisamente all’occasione giubilare un celebre passo del Paradiso, canto XXXI, dove Dante paragona se stesso in contemplazione del volto di san Bernardo al pellegrino venuto da una regione molto lontana, la Croazia, per saziare il desiderio da lungo tempo provato di vedere la sembianza del Cristo nell’immagine della Veronica: «Qual è colui che forse di Croazia / viene a veder la Veronica nostra, / che per l’antica fame non sen sazia, / ma dice nel pensier, fin che si mostra: / “Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, / or fu sì fatta la sembianza vostra?”; / tal era io…». La Veronica è il Santo Sudario, conservato nella Basilica di San Pietro forse dai primi secoli del Medioevo. Secondo la tradizione, questo lembo di lino sarebbe stato porto a Cristo durante la salita al Calvario da una pia donna, chiamata appunto Veronica, perché si asciugasse il volto sudato e insanguinato, e i tratti divini sarebbero così rimasti impressi nella stoffa. Nel Medioevo la Veronica fu oggetto di grande venerazione ed esercitò un enorme richiamo, perché era considerata l’immagine più importante di Cristo di tutto l’Occidente. Da Giovanni Villani abbiamo la notizia che durante il Giubileo del 1300 la Veronica venne esposta ogni venerdì e tutti i giorni festivi. Da altre fonti però sappiamo che l’esposizione della sacra reliquia avveniva tutti gli anni in diverse occasioni, in particolare durante la settimana santa. È per questo che un diretto riferimento all’ostensione durante l’anno giubilare nel passo del Paradiso è solo un’ipotesi. Quel che comunque è certo è la profonda devozione che si incentrava intorno a questa immagine sacra e la fortissima impressione che Dante, come tutti gli altri pellegrini che potevano contemplarla, ne riportò. Oltre che nel canto di san Bernardo, Dante parla della Veronica in un brano della Vita Nuova definendola «quella imagine benedetta la quale Iesu Cristo lasciò a noi per essemplo de la sua bellissima figura». Un’altra suggestiva testimonianza della vivezza della pratica devozionale per il Santo Sudario si ha in un noto sonetto del Petrarca, in cui è descritto il pellegrinaggio del «vecchierel canuto et biancho» che abbandona casa e familiari per intraprendere il lungo e faticoso viaggio che lo porterà finalmente a contemplare la “sembianza” del Redentore.
Il ragionamento dell’articolo non fa una grinza.
Per questa ricerca si può donare il cinque per mille dell’irpef?
Eccome no?! A questo punto mi aspetto anche che il Santo Sepolcro di Cristo, don Giovanni, mio “geniale” insegnante del liceo salesiano nei lontani anni sessanta del Novecento, lo trasferisca nel Piceno. Gli consiglierei, se potesse, di collocarlo a Montecosaro.
Cos’è il terzo capitolo di DonBrown?Quando ci si ritrova in tre io di solito consiglio un bel tresette col morto magari senza alcolici.