«Se pensiamo solo a raccontare il territorio
rischiamo di avere edifici nuovi
ma comunità più fragili»
SISMA - La riflessione dell'ex assessora alla ricostruzione di Tolentino Flavia Giombetti: «Dopo 10 anni dobbiamo avere il coraggio non soltanto di contare quanti milioni abbiamo stanziato, ma quante persone sono tornate. Non soltanto quanti edifici abbiamo ricostruito, ma quante famiglie li abitano»

di Francesca Marsili
«Dieci anni sono abbastanza per smettere di raccontare soltanto ciò che è stato fatto e cominciare a chiederci, con un po’ di coraggio, quanto di tutto questo si sia realmente trasformato in vita restituita ai territori. Un cantiere aperto non è una famiglia tornata a casa. Una pratica finanziata non è un’attività riaperta. Un edificio riconsegnato non è una comunità ricostruita». Inizia da qui la riflessione dell’ex assessore alla ricostruzione di Tolentino, Flavia Giombetti, nel decennale della scossa del 24 agosto 2016 che ha colpito il Centro Italia.
Considerazioni che vanno oltre il bilancio celebrativo e, a suo avviso, sottolineano una distanza «difficile da ignorare, qualcosa non torna». Da un lato, dice, «il racconto di una ricostruzione che procede». Dall’altro «le storie che continuano ad arrivare dai territori del cratere: cantieri fermi, tempi che si allungano, case ancora da ricostruire, attività che fanno fatica a sopravvivere e persone che, dopo dieci anni, non sono ancora tornate». L’ex assessore non nega i risultati ottenuti: «Sarebbe falso e anche ingeneroso» negarli, dice, ricordando che in questi anni sono stati aperti cantieri, finanziati interventi, approvate pratiche e ricostruiti edifici. Ma è netta sulla necessità, oggi: «Dobbiamo essere più esigenti».
Per Giombetti, pure lei in attesa che la sua casa lesionata dal sisma le venga restituita, anche i tempi devono entrare nel bilancio della ricostruzione: «Se i ritardi diventano la regola e le proroghe la normalità, non possiamo limitarci a spiegarli, dobbiamo capire come superarli». Lo stesso vale per i cantieri fermi per mesi: «Possiamo spiegare perché si sono fermati – aggiunge – ma poi dobbiamo anche dire chi deve farli ripartire e in quanto tempo. Perché il tempo della ricostruzione non è un tempo neutro, mentre una pratica resta ferma, la vita delle persone continua».
Il nodo più delicato, secondo l’ex assessore, riguarda ciò che resterà dopo la fine dei cantieri: «La ricostruzione fisica è indispensabile – sottolinea – ma una città è molto più della somma dei suoi edifici. Le storie che arrivano dai diversi territori del cratere – osserva – si somigliano troppo: case ancora da ricostruire, attività che senza residenti non riescono a ripartire, giovani che nel frattempo hanno costruito altrove il proprio futuro, servizi che arretrano e comunità che si assottigliano. Al punto che quando gli stessi problemi si ripetono in territori diversi, forse non siamo più davanti a singoli casi. Siamo davanti a un problema di sistema».
Da qui il suo appello a cambiare i criteri di giudizio: «Non soltanto quanti milioni abbiamo stanziato, ma quante persone sono tornate. Non soltanto quanti edifici abbiamo ricostruito, ma quante famiglie li abitano». E avverte: «Un territorio non si ripopola raccontandolo bene. Deve avere le condizioni per essere abitato, altrimenti rischiamo una contraddizione paradossale: arrivare alla fine della ricostruzione con edifici nuovi e comunità più fragili».
Un discorso che, per l’ex assessore, riguarda da vicino anche Tolentino: «Non possiamo fermarci alla consegna delle chiavi. Il vero lavoro comincerà quando avremo le avremo in mano. Ricostruire quello che è crollato è un dovere. Decidere che cosa fare della città che abbiamo ricostruito è una responsabilità politica». Per questo, conclude Giombetti, «ll decennale non dovrebbe servire a celebrare quanto siamo stati bravi, dovrebbe servire a capire quanto siamo ancora lontani dall’obiettivo». E chiude con un monito: «Su questo, tra dieci anni, non basteranno comunicati, inaugurazioni e statistiche. Serviranno risultati. E quelli, a differenza delle promesse, non si possono raccontare: si vedono».
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