Dieci anni dal terremoto, i geologi:
«Prevenzione non sia uno slogan.
Lo dobbiamo a chi non c’è più»
SISMA - L'Ordine regionale nella ricorrenza della catastrofe: «Le ferite più difficili da chiudere non sono materiali. Rimettere al centro le persone è l'unico modo per far tornare a respirare questi paesi»

Macerie a Tolentino dopo i terremoti del 2016
«Dieci anni da quelle notti in cui la terra, nell’appennino centrale ha cominciato a tremare provocando 299 vittime, numerosi feriti e gravi danni sul territorio frantumando paesi, ricordi e comunità». A dieci anni dal terremoto del 24 agosto 2016 che sconvolse il centro Italia, l’Ordine dei geologi delle Marche, presieduto da Michele Gliaschera, affida a una nota il proprio ricordo e la propria riflessione su che cosa possa significare oggi questa ricorrenza.
«Per noi geologi – si legge nella nota – questo anniversario è un momento doppio: da una parte c’è la memoria viva delle vittime, l’abbraccio profondo alle loro famiglie; dall’altra c’è il peso di una responsabilità professionale che non possiamo permetterci di accantonare». Il pensiero va poi a questo decennio vissuto dalla regione: «Le Marche hanno vissuto la ferita sulla propria pelle. Abbiamo visto centri storici svuotarsi, cantieri aprirsi lentamente e una burocrazia che spesso ha faticato a stare al passo con l’urgenza delle persone. Ma abbiamo anche visto la geologia passare da disciplina tecnica di nicchia a pilastro fondamentale per la sicurezza di chi vive questi territori».
«Se c’è una lezione che questi 10 anni ci lasciano – continua la nota – è che la prevenzione non è uno slogan. È studio del suolo, è microzonazione sismica, è consapevolezza delle fragilità di una dorsale meravigliosa, viva, in continuo movimento. Pianificare la ricostruzione senza una conoscenza rigorosa del sottosuolo significa fondare il futuro sulle incertezze». Ma per i geologi le ferite non si misurano solo con gli strumenti: «Da tecnici siamo abituati a misurare i problemi in metri di roccia, lesioni nei muri e carotaggi nel terreno. Ma vivendo a stretto contatto queste montagne sappiamo bene che le ferite più difficili da chiudere non sono materiali ma riguardano le ferite profonde delle persone, non solo di quelli che hanno perso un familiare ma anche di chi ha perso le proprie certezze e i propri sacrifici».
Da qui il ringraziamento a chi opera sul territorio: «Vogliamo ringraziare chi lavora ogni giorno sul campo e chi guida la macchina della ricostruzione. Non era affatto scontato, ma si è capito che rimettere in piedi un paese non significa solo cemento o approvazione di pratiche. Significa rispettare l’anima di questi posti, difendere la memoria di chi c’era e dare una prospettiva concreta a chi ha scelto di restare. Rimettere al centro le persone, le storie e le abitudini delle nostre comunità è l’unico modo vero per far tornare a respirare questi paesi. Più dei numeri c’è un lavoro silenzioso sulla vita di tutti i giorni che sta ridando un futuro alle nostre montagne».
«Come Ordine dei geologi delle Marche – infine – continueremo a fare la nostra parte: pretendere sicurezza, garantire rigore scientifico e rimanere al fianco delle amministrazioni e dei cittadini. Lo dobbiamo a chi non c’è più. A chi è rimasto e a chi in queste montagne continua a credere».