Le 63 Sae e il campanile dimezzato,
la forza del Navigante e di Rita.
«Noi che amiamo Castelsantangelo»
2016-2026. IL REPORTAGE A DIECI ANNI DAL SISMA - Nel piccolo comune gli abitanti risiedono quasi esclusivamente nelle casette. Rita Michelangeli, 83enne, gestisce il bar: «In questi dieci anni la vera sofferenza sono stati quelli lontano da qui. Ho perso tutto ma sono contenta lo stesso». La ristoratrice Lina Piccinini: «C'è gente che viene ancora adesso, torna qui e mi viene a salutare. Questo ci riempie di gioia». Il sindaco Alfredo Riccioni: «Bisogna evitare che l'attesa diventi rassegnazione. Manteniamo la speranza, se perdessimo anche quella ci lasceremmo morire». (3/Continua)

In alto a sinistra (in senso orario) il sindaco Alfredo Riccioni, Lina Piccinini, Chiara Senfett e Rita Michelangeli
di Alessandro Vallese e Alessandra Bastarè (Servizio foto-video di Federico De Marco)
La vita racchiusa in 63 Sae è quel che resta di Castelsantangelo dieci anni dopo il terremoto, anche se chi ci vive, come Rita Michelangeli, 83 anni, racconta di un amore per questi luoghi che non si arrende: «Sono nata qui e voglio morire qui. Non credo tornerò nella mia casa ma sono contenta lo stesso, i due anni lontano sono stati il momento peggiore». Castelsantangelo è nel cuore del cratere, diviso tra le sue frazioni arroccate, ed è quello di uno degli scatti simbolo del sisma con il campanile della chiesa di cui rimase solo la metà. E viverci pure è una questione di cuore.

La frazione di Vallinfante
La vita in questo comune si è spostata nelle 63 Sae distribuite tra Nocria, Gualdo e il capoluogo, dove si concentra il maggior numero di residenti. Dieci anni dopo quelle che dovevano essere abitazioni temporanee sono diventate per molti una nuova quotidianità. Nel capoluogo, dove ci sono circa 40 Sae, appena due o tre nuclei familiari sono riusciti a tornare nelle proprie abitazioni. «Ormai le persone si sono abituate a vivere lì. Sembra quasi un paradosso, ma qualcuno preferirebbe rimanerci – spiega il sindaco Alfredo Riccioni che ama Castelsantangelo e che è tornato proprio per questo sentimento – qui vicino hanno il negozio di alimentari, il bar, l’ufficio postale. Come in tutte le cose, più il tempo passa e più c’è il rischio che uno si abitui».

Il sindaco Alfredo Riccioni
Non è soltanto una questione di comodità. Perché intanto le comunità si sono trasformate, i giovani sono partiti e il rischio è che l’attesa finisca per modificare anche il rapporto con i luoghi d’origine. Eppure, all’interno delle aree Sae, si è cercato di ricreare almeno una parte di quella quotidianità che apparteneva al paese prima del terremoto. Piccoli negozi, spazi di aggregazione, attività che hanno scelto di rimanere.

Il centro storico di Castelsantangelo
È il caso del bar gestito da Rita Michelangeli, 83 anni, 65 dei quali trascorsi dietro al bancone. Dopo il terremoto è stata per due anni a Porto Recanati, ma poi ha scelto di tornare. «Sono nata qui e qui voglio morire. Il 18 aprile 2018 ho riaperto il bar, che è la mia passione. Qui tutti mi vogliono bene. In questi 10 anni la vera sofferenza sono stati i due anni lontano da Castelsantangelo. Oggi ho 83 anni e non credo di riuscire a tornare nella mia casa ma va bene così, ho perso tutto ma sono contenta lo stesso».

Rita Michelangeli
Il comune continua ad avere un legame con chi lo ha frequentato per anni. Tra le clienti del bar c’è anche Chiara Senfett, che da Roma continua a tornare a Castelsantangelo con la figlia. Prima del sisma aveva una casa nella frazione Macchie. «Questo luogo ovviamente è cambiato moltissimo, ma non è cambiato l’attaccamento a questi posti che sono le nostre radici. Chiaramente non abbiamo più la nostra casa dove venivamo sempre. Nonostante le macerie continuiamo a tornare perché ci spinge l’affetto per questi posti e il desiderio di non interrompere questa tradizione di famiglia. È molto dura perché siamo sempre in camper. Stiamo bene, ma ci piacerebbe tornare ad avere la nostra casa».

Chiara Senfett
È una fotografia di una comunità che, nonostante tutto, non ha reciso il proprio rapporto con il territorio. Lo stesso vale per le attività. Tra le storie simbolo c’è quella di Dal Navigante, storico locale dell’Alta Valle del Nera. Per 44 anni Lina Piccinini ha vissuto e lavorato nell’attività di famiglia. Dopo il terremoto è stata un anno e mezzo a Civitanova, poi ha scelto di tornare. Oggi il Navigante è stato delocalizzato e continua la sua attività grazie al figlio di Lina. «Di movimento ce n’è tanto – racconta – abbiamo lavorato tantissimo prima del terremoto. C’è gente che viene ancora adesso, torna qui e mi viene a salutare. Questo fa molto piacere e ci riempie di gioia».

Lina Piccinini
Ma anche in questo caso resta una preoccupazione: senza ricostruzione e senza giovani, il rischio è che la comunità perda progressivamente la propria capacità di rigenerarsi. Un dato, però, racconta anche una realtà meno scontata. La frazione di Gualdo, nel 2016, contava 134 residenti, oggi sono 205. Non tutto, dunque, va letto attraverso il segno della diminuzione. Il problema resta quello di creare le condizioni perché chi è rimasto possa continuare a vivere e investire qui. È proprio questo il senso delle parole di Lina quando racconta il progetto del figlio per recuperare l’area del vecchio Navigante, dove far sorgere un albergo con un ristorante e una spa. Un investimento privato che attende ancora il via libera necessario per poter partire. «C’è la voglia di investire – racconta – i giovani hanno voglia di fare, di stare qui. È importante anche la Regione spinga un po’ di più, perché poi ti fanno passare la voglia».

Intanto, sul futuro delle Sae, anche alla luce delle recenti novità normative (decreto legge 144 del 7 agosto), il Comune sembra avere le idee chiare: «Noi sceglieremo di mantenerle», spiega il sindaco Riccioni, sottolineando però che non sarà una scelta semplice, visti i costi di manutenzione. Va comunque detto che lo smantellamento delle Sae comporterebbe il ripristino delle aree urbanizzate, per cui sono stati sostenuti costi rilevanti.

E così, a dieci anni di distanza, Castelsantangelo vive sospeso tra ciò che era e ciò che ancora deve diventare. Nelle pagine del reportage di Cronache Maceratesi sul sisma del 2016, c’era l’immagine del campanile “dimezzato”. La sua punta, spezzata dal terremoto, restava ancora sospesa a metà, come un ultimo frammento del paese che era stato. Lo abbiamo constatato accompagnati dal sindaco in un sopralluogo nella zona rossa. Qui, però, con orgoglio, ci mostra anche i locale della ex banca dove sorgerà il nuovo comune.
«Bisogna evitare che l’attesa diventi rassegnazione – dice il sindaco Riccioni -. Manteniamo la speranza, se perdessimo anche quella ci lasceremmo morire. Se mi sono imbarcato in questa impresa con i miei colleghi è perché qui sono nato e cresciuto. Ero andato a lavorare in Regione ma sono voluto tornare, e se l’ho fatto è perché a questo paese voglio bene».

Riccioni nel 2016 era dipendente comunale e responsabile del campo tende. «Si lavorava 24 ore su 24. È stata una tragedia immane perché qui il terremoto ha distrutto il paese, a partire dal Comune. Nel 2016 pensavo che a distanza di 10 anni almeno il 50% del territorio sarebbe stato ricostruito. Purtroppo non è così». Castelsantangelo ha dovuto fare i conti anche con una serie di criticità che hanno rallentato ulteriormente il percorso «come quella dei dissesti idrogeologici. In alcune zone non si poteva ricostruire prima che fosse approvata l’esecuzione dei progetti di messa in sicurezza. L’approvazione è arrivata solo qualche mese fa, a maggio. Ora dobbiamo partire subito e cercare di accelerare per recuperare il tempo perso».

Un ultimo dato, stavolta quello di un peso: 75 milioni 489mila 300 chili. È quello delle macerie di Castelsantangelo: la maggiore quantità prodotta nel cratere e questo pure la dice lunga del dramma che si è vissuto tra queste vallate.


































































